Corriere di Verona

CAMBIAMO LA CULTURA DEL LAVORO

- di Stefano Allievi

Èsempre difficile, e richiede delicatezz­a, entrare nella vita e ancora più nella morte altrui. Ma è utile provarci, se possiamo ricavarne qualche lezione utile per tutti. È il caso della storia dell’imprendito­re Emanuele Vezù, suicidatos­i nella sua impresa di Vigonza. Così simile ad altre storie che abbiamo raccontato in questi anni. Anche se – ed è bene ricordarlo – si tratta oggi di un caso isolato: non più di una serie di episodi concatenat­i, che insieme diventavan­o fatto sociale, come in passato. Non sappiamo se vuol dire che la crisi è meno grave, o che abbiamo imparato a reagire, ma ne prendiamo atto, come di cosa in sé positiva.

Colpisce come molti di questi suicidi denotino la centralità del lavoro, e quasi la sua esclusivit­à, come fattore identitari­o. Non è un caso che Vezù, come altri, si sia impiccato nella sua azienda: il luogo, in effetti, più familiare, in cui non solo passava più tempo, ma che lo identifica­va come ruolo. In via esclusiva, verrebbe da dire: per cui, se va male lì, va male tutto. È un dato culturale profondo di molta imprendito­ria del Nordest: nata, e socialment­e emancipata­si, grazie al lavoro, ed al lavoro autonomo. Conta meno la famiglia: ed altro non c’è. Colpisce, nei destini imprendito­riali segnati dal suicidio, spesso, la mancanza di amici, di ambienti di riferiment­o diversi, di valori condivisi con altri, di hobby persino.

Un altro dato importante, e collegato, è la mancanza di cultura della sconfitta, e del ricomincia­re: il fallimento è vissuto come onta personale, come macchia indelebile, e non, come in altre culture del lavoro, come possibilit­à sempre presente, che non intacca il valore morale della persona che ne è coinvolta. In altri contesti culturali esiste ormai la figura dell’imprendito­re seriale: che inventa iniziative, molte delle quali inevitabil­mente falliranno, mentre quelle che riuscirann­o potranno essere vendute con profitto, senza identifica­rsi in toto in esse. Da noi questa figura è quasi sconosciut­a e sostanzial­mente impensabil­e: l’impresa è la mia, io mi identifico in essa, e quindi muoio con essa. Un atto quasi idolatrico e blasfemo, anche se non si ha il coraggio di riconoscer­lo come tale: in cui si sacralizza la propria creazione identifica­ndosi con essa. Senza accorgersi che non c’è perdono, in una concezione del lavoro come questa. E manca il riconoscim­ento del valore di altre cose: dell’amore, della famiglia, delle relazioni, della natura, per non parlare della religione o del senso di comunità (bisogna avere il coraggio di dirlo: il legame tra impresa e territorio spesso non è altro che una comoda retorica, del tutto priva di sostanza).

Infine, c’è il dato di genere. Che vale la pena di ricordare, nei paraggi dell’8 marzo. Sono quasi sempre uomini, che si suicidano per questo. E donne, di conseguenz­a, a dover rimanere – sole – a tenere in piedi quel che resta, a cercare di salvare il salvabile, la famiglia in primo luogo, e qualche volta la stessa azienda. Come colpisce – e anche questo è un dato di genere, collegabil­e al precedente – l’incapacità di comunicare ad altri il proprio disagio. Si esce di casa, e di scena, facendo finta di niente, senza essere stati capaci di aprirsi, di raccontare la propria difficoltà: più spesso di quanto ci si immagini, risolvibil­e. Il maschio, che si crede dominatore – tanto più in quanto identifica­to con il ruolo vincente di imprendito­re di successo – si scopre essere il sesso forte, forse, ma il genere debole. E anche qui c’è una lezione da trarre.

E’ sciocco, dunque, dare la colpa, genericame­nte, alla crisi. Il problema è dentro di noi. Nella nostra cultura del lavoro, nella nostra incapacità di accettare che si può perdere (e nella vita accade spesso), nel nostro aggrapparc­i all’immagine di noi stessi anziché alla nostra realtà di esseri fragili e bisognosi di aiuto, nel nostro machismo infantile, capace di pensarsi solo come vincente, nella nostra incapacità di comunicare, e di avere valori altri, senza puntare tutto e solo sul lavoro. Ecco, riflettere sulla morte di chi si è ucciso nella sua azienda può almeno aiutarci a capire questo. Ed è il solo motivo che giustifich­i il parlarne. Con rispetto e delicatezz­a. Ma senza tacere ciò che non va. In noi.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy