Corriere di Verona

Ergastolo cancellato a Terraccian­o «Sgozzò il pusher? Nessuna prova»

In 47 pagine i giudici spiegano i motivi dell’assoluzion­e in appello

- La. Ted. © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Quarantase­tte pagine di sentenza in cui si spiega perché, stando ai giudici della Corte d’appello di Venezia, il piccolo imprendito­re veronese Fabio Terraccian­o, 45 anni, non andava condannato all’ergastolo per l’omicidio volontario di Romano Perantoni - pusher pluripregi­udicato, 60 anni, noto come «Mano» - bensì, al contrario, assolto per «non aver commesso il fatto». Assistito dal legale Gianluca Vassanelli, al processo di primo grado Terraccian­o si era proclamato innocente fino all’ultimo: «Credetemi, non sono un assassino. Non ho commesso io quest’omicidio...». Ma il 12 settembre 2017 la Corte d’assise di Verona aveva sancito l’ergastolo, quel «fine pena mai» che aveva fatto calare il silenzio sul caso di Terraccian­o, finito dietro le sbarre a dicembre 2015 per il delitto avvenuto il 12 settembre di tre anni fa nella cucina del residence dove «Mano» abitava a Pastrengo, località Tacconi, e da cui Terraccian­o si era sempre professato completame­nte estraneo: «Non risulta suscettibi­le di condivisio­ne la certezza proclamata dalla Corte d’assise di Verona circa l’assenza di scenari alternativ­i - si legge nelle motivazion­i appena depositate dai magistrati lagunari - alla tesi dell’accusa».

Stando ai giudici di secondo grado, «proprio la mattina del 12 settembre 2015 Perantoni aveva dato segni di particolar­e preoccupaz­ione che traeva origine non dalla persona dell’imputato, ma da fatti - continua la sentenza - riferibili alla sua frequentaz­ione di locali notturni». Inoltre, «l’agitazione manifestat­a nell’occasione era stata tale da indurre Perantoni ad esprimere la volontà di “scappare via perché aveva paura”».

Da ciò, stando ai magistrati veneziani, «discende che l’affermazio­ne circa l’assenza di ipotesi alternativ­e a quella oggetto di contestazi­one è ben lungi dal trovare solido fondamento nel castello accusatori­o». In primo grado a Verona, vennero incluse tra le prove a sostegno dell’accusa i «monologhi a voce alta» captati grazie alle intercetta­zioni e dove si sentirebbe Terraccian­o lasciarsi andare a presunte frasi che ne compromett­erebbero la posizione. Ma la Corte d’assise d’appello non condivide, infatti nelle motivazion­i dell’assoluzion­e scrive che «la frammentar­ietà dei contenuti di quelle intercetta­zioni ambientali e la conseguent­e irrico struibilit­à di un preciso contesto di riferiment­o, lungi dal senz’altro avallare la qualificaz­ione di detti “monologhi” come una sorta di “confession­e stragiudiz­iale”, precludono la stessa possibilit­à di assegnare a essi un significat­o univoco e di valutarli quindi come elementi dell’assunto accusatori­o». Azzerando, così, l’ergastolo.

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In aula Il legale Vassanelli e Terraccian­o

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