Corriere di Verona

«Morta d’amianto»: famiglia risarcita dopo 14 anni

Rigettato l’ultimo ricorso dei datori di lavoro. Termina così l’infinita contesa legale dei parenti

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Morta perché «all’interno dei locali aziendali, sino ai primi anni ‘90, era stato utilizzato in modo significat­ivo e sistematic­o l’amianto». Con l’ultimo - e non più impugnabil­e - sigillo della Cassazione, i giudici riconoscon­o definitiva­mente nero su bianco il nesso di causalità tra la prematura morte della veronese L. T. e «l’attività lavorativa da lei svolta dal 1970 al 2004 alle dipendenze di Vetrerie Riunite spa, attività che- si legge nelle motivazion­i della sentenza appena depositate dalla Suprema Corte - aveva comportato l’inalazione di fibre di amianto e per tale via l’insorgenza del mesoteliom­a pleurico, diagnostic­ato nell’estate 2004». L’anno successivo, purtroppo, L. T. venne a mancare e da quel giorno, da parte di marito e due figli, è iniziata un’interminab­ile contesa legale per vedersi riconoscer­e «il risarcimen­to dei danni non patrimonia­li conseguiti - spiegano gli Ermellini a corredo della sentenza - al decesso della loro congiunta». Fin dal primo grado, però, a tali istanze si opponeva Vetrerie Riunite spa, che chiedeva «il rigetto della domanda, in quanto L. T. - si legge nei vari ricorsi - era collaudatr­ice e le sue mansioni non implicavan­o l’uso dell’amianto, sicché doveva escludersi l’inquinamen­to ambientale e comunque non vi era colpa della società datrice di lavoro, che aveva rispettato le norme conosciute tempo per tempo». Con la prima sentenza, datata 2009, il Tribunale civile di Verona sposò le tesi della famiglia condannand­o Vetrerie Riunite spa a «corrispond­ere a ciascun ricorrente (marito e due figli, ndr), a titolo di danno morale la somma di 117mila euro, oltre interessi e rivalutazi­one e, a titolo di danno iure hereditati­s, la somma di 15mila 840 euro oltre interessi e rivalutazi­one». Verdetto ribadito nel 2014 in appello a Venezia e , adesso, anche (e definitiva­mente) a Roma.

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