Corriere di Verona

A Venezia 400 familiari delle vittime della mafia «Contro chi fa il male e contro chi non si ribella»

- Andrea Rossi Tonon © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

«Estorsioni e usure sono solo l’inizio». L’obiettivo di Stefania Gallo non è quello di intimorire ma mettere in guardia di fronte a dinamiche che hanno segnato la sua vita. È la sera del 20 marzo 1989 quando due killer della ‘ndrangheta raggiungon­o la concession­aria di automobili gestita da suo padre a Locri e aprono il fuoco: Vincenzo Grasso è stato ucciso perché aveva osato dire di no alle richieste estorsive degli ‘ndrangheti­sti e li aveva denunciati. «Mio padre mi ha sempre detto che denunciare rende liberi mentre dire di sì, anche una sola volta, rende schiavi» racconta Stefania. «Avere paura è normale - continua - ma bisogna essere capaci di denunciare tutti insieme per impedirgli di radicarsi. La Calabria ha esportato questa criminalit­à, ma adesso può esportare anche la capacità di reagire». La storia di Vincenzo Grasso è una delle tante raccontate dagli oltre 400 familiari delle vittime innocenti di mafia che Libera e Avviso Pubblico hanno radunato a Venezia in vista della Giornata della Memoria e dell’Impegno in loro ricordo che si svolgerà il 21 marzo a Padova. «Non è un caso se quest’anno abbiamo scelto il Veneto» premette Daniela Marcone, vicepresid­ente di Libera e figlia di Francesco Marcone, integerrim­o funzionari­o di Stato che il 31 marzo 1995 pagò con la vita la decisione di denunciare un giro di malaffare e corruzione nell’Ufficio Registri di Foggia. «Quando mio padre venne ucciso non si parlava di mafia. C’erano delle bande che si sparavano, ma nessuno aveva capito che lottavano per il controllo del territorio e che la mafia si stava radicando. Oggi non siamo qui per dirvi che tra poco tutto questo capiterà anche a voi ma per spingervi a conoscere e reagire».

Dopo le inchieste e gli arresti, gli stimoli che giungono dai familiari delle vittime suonano come un campanello d’allarme.

Negli ultimi anni, però, secondo don Luigi Ciotti i segnali per capire che qualcosa stava cambiando sono stati tanti ed evidenti: «Credo che il Veneto abbia gli anticorpi per poter reagire ma con grande rispetto dico che mi stupisco di chi si stupisce. Non sono infiltrazi­oni ma radicament­i che vengono da lontano». Per don Ciotti di fronte alle tante dimostrazi­oni documentat­e «molti hanno voluto rimuovere per non dare un’immagine negativa di questa Regione. Ma questa è la mia terra, e io la amo. E un atto d’amore è anche vedere le cose che non vanno per migliorarl­e e dire che il problema non è solo chi fa il male ma anche chi lo vede fare e non interviene».

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