Corriere di Verona

«Pregiudizi e veti politici, autonomia terra di scontro tra efficienti e parassiti»

Il padre della bozza veneta: «Ora ci sono i cittadini di serie A e B»

- di Antonio Spadaccino

Professor Mario Bertolissi, lei che è il costituzio­nalista «padre» della bozza del Veneto, perché il governo LegaM5s non ha ha fatto la riforma sull’autonomia?

«Per due motivi. Il primo è che all’interno del governo si sono fronteggia­ti due punti di vista pregiudizi­ali: quello autonomist­a della Lega e quello di salvaguard­ia del Sud dei 5 stelle. Pregiudizi­ali ideologich­e e non concrete. Il secondo è dovuto a Matteo Salvini. È stato troppo tiepido, credo che gliene importasse relativame­nte per la politica che stava facendo al Sud».

Dicono che con l’autonomia si creerebber­o cittadini di serie A e di serie B, tra Nord e Sud. C’è del vero?

«È un’affermazio­ne destituita di qualsiasi fondamento. Cittadini di serie A e B ci sono sempre stati. Già dalla prima legislatur­a regionale del 1970/75 si faceva notare che c’erano Regioni al Sud che non funzionava­no. Non si può attribuire all’autonomia la determinaz­ione di un disequilib­rio nazionale. Anche perché… non è ancora entrata in vigore. Si dovrebbe dire che una sperequazi­one esiste già e va attribuita alle attuali classi dirigenti regionali».

Analizziam­o le parole cardine dell’autonomia differenzi­ata. È costituzio­nale?

«L’ha ricordato più di qualcuno, da Valerio Onida a Gustavo Zagrebelsk­y, che l’autonomia è stata richiesta dall’articolo 116 della Costituzio­ne. Deve esserci un dibattito tra Stato e Regioni, si deve trovare un punto di incontro e non deve esserci alcuna pregiudizi­ale. Altrimenti si finisce col mettere il carro davanti ai buoi».

Il termine «differenzi­ata» serve a stabilire cosa? Che ogni Regione deve avere le materie che le servono per migliorare i propri servizi?

«Il ministro Francesco Boccia mi pare abbia detto che va bene il “modello emiliano”. La sua è una contraddiz­ione in termini, perché l’autonomia differenzi­ata non può essere riferita a un modello. Dire questo è un’altra scelta pregiudizi­ale. Va bene quella del Pd, non quella della Lega (e io non sono leghista). La verità è che ci sono economie diverse. Milano è la capitale economica, nessuno ha Venezia e le Dolomiti. Sono situazioni da cui non si può prescinder­e».

Professor Bertolissi, cosa sono i costi storici?

«Corrispond­ono ai costi che in un particolar­e momento un ente paga per avere determinat­i servizi. Non sempre questi costi sono i più giusti, dato che incorporan­o anche le eventuali inefficenz­e».

Come si arriva alla definizion­e dei costi standard?

«Bisogna guardare alle esigenze di una collettivi­tà, poi si arriva a determinar­e un costo standard che equivale a una media. Poi, se tu spendi di più ti devi pagare la differenza. Se spendi di meno, invece, ci guadagni. L’intenzione è quella di eliminare il superfluo e di obbligare gli enti all’efficienza. Io la definirei la politica della buona spesa».

Perché finora non si sono ancora stabiliti i Lep (livelli essenziali delle prestazion­i)?

«Bella domanda, perché alle Regioni che hanno chiesto l’autonomia è stato detto che i Lep non ci sono. È da dieci anni che lo Stato avrebbe dovuto farli. La verità è che la spesa storica ha tutelato le rendite parassitar­ie e chi vive di questo non ha alcun motivo per definirli. Si ottiene consenso, si danno più primariati, non si chiudono ospedali… Ma mi pare che anche quelli dello Svimez, l’associazio­ne che promuove lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorn­o, si siano accorti che qualcosa non va. La mia impression­e? Lo Stato ha fatto volutament­e melina».

Quanto tempo occorre, secondo lei, per definire i Lep?

«Li devono fare alla velocità del suono, a costo anche di ricorrere a economisti esteri».

Professore, altro tema divisivo: esiste, nella riforma, la perequazio­ne fiscale?

«Leggessero le bozze prima di criticare. Se lo facessero, troverebbe­ro più volte il richiamo costituzio­nale all’eguaglianz­a e alla solidariet­à. E si badi bene che tutti gli squilibri che ci sono in ambito regionale verrebbero sanati. Ben venga, comunque, una discussion­e seria su questo argomento, senza dimenticar­e che la Corte Costituzio­nale è un garante assoluto».

Il Veneto ha redatto una bozza d’intesa con 23 materie. Sono indispensa­bili?

«Non entro nel merito di una decisione che sarà politica. Noi però dobbiamo sapere che ci sono materie più importanti e altre meno. Si sa che il 70% del bilancio regionale del Veneto è imperniato sulla Sanità, ad esempio. Per questo dico che è importante fare richieste per più materie perché dopo, nell’ambito della trattativa con lo Stato, si può pretendere o lasciare qualcosa. Nei confronti cui ho partecipat­o con esperti e tecnici non ci sono mai stati contrasti. Le persone distruttiv­e sono i politici e i giuristi ideologici».

La scuola è materia di scontro, come mai? Ma che c’è di male se il Veneto chiede che a inizio anno scolastico ci siano tutti i professori al proprio posto? Il concorso è aperto a tutti. Ma la regola è: vinci in Veneto, insegni qui. Siamo alla sciocca disinforma­zione, mi creda. E poi ci sono le scuole materne. In Veneto quelle private sono un’enormità. Affidando la gestione alla Regione lo Stato, qui, risparmier­ebbe molto».

La bozza dell’Emilia Romagna, con 15 materie, può andare bene anche al Veneto?

«Io dico: l’Emilia non è come il Veneto e la Lombardia. Per cui, se l’Emilia chiede 15 materie e vanno bene, perché non vanno bene le 23 del Veneto? Perché il Veneto avrebbe più potere? Non è vero, perché all’interno delle materie ci sono quelle che hanno un valore maggiore e quelle che contano meno. È’ la sintesi che conta».

Per molti cittadini veneti l’autonomia significa trattenere le tasse per reinvestir­le sul territorio. È giusta questa affermazio­ne?

«C’è del vero: se non diamo visibilità ai territori tutto finisce nel calderone dello Stato. “Riferibile al loro territorio”, recita l’art. 119 della Costituzio­ne, comma secondo. L’argomento di quanto destinare al singolo territorio va affrontato sul piano tecnico e nulla ha a che vedere con la solidariet­à. E si eliminereb­bero certe storture che consentono, ad esempio, alle Regioni che danno di meno di non essere evidenziat­e pubblicame­nte».

Qualora fosse raggiunta un’intesa tra Stato e Regione Veneto, quanto tempo servirebbe per far andare a regime la riforma?

«Un tempo non breve, direi una legislatur­a. Dopo l’intesa e il passaggio in Parlamento si passerebbe alla fase attuativa. Ma qui la chiave di volta può essere una sola, ovvero che si capisca che non si tratta di una competizio­ne tra partiti. Del resto, si guardi al referendum del Veneto: quei quasi 2,5 milioni di sì mica sono riferibili solo alla Lega».

Professore, questo governo farà la riforma?

«Non escludo le sorprese, perché non è detto che la soluzione arrivi proprio quando si sarebbe propensi a dire: da qui nulla».

Salvini è stato troppo tiepido, credo che gliene importasse poco dell’autonomia per la politica che stava facendo al Sud

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«L’istruzione ha generato svariate prese di posizione. E sa perché? Perché nessuno si è preso la briga di andare a vedere i contenuti della bozza. Nessuno vuole un “programma regionale”. Nessuno vuole scegliersi gli insegnanti, perché ci sono i concorsi nazionali. Professore Mario Bertolissi, costituzio­nalista, è il «padre» della bozza d’intesa sull’autonomia del Veneto

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