Vit­to­ri­no An­dreo­li: «La vec­chia­ia è l’età dell’oro»

An­dreo­li: la scienza di­mo­stra che i neu­ro­ni si ri­ge­ne­ra­no an­che a 80 an­ni

Corriere di Verona - - DA PRIMA PAGINA - Vi­sen­tin

In­vec­chia­re? Ma che bellezza. Il cor­po si fa più «crea­ti­vo», i le­ga­mi di­ven­ta­no es­sen­zia­li, sen­za fin­zio­ni, il pia­ce­re e la ses­sua­li­tà ri­sco­pro­no la te­ne­rez­za. Lo so­stie­ne Vit­to­ri­ni An­dreo­li, psi­chia­tra ve­ro­ne­se di fa­ma mon­dia­le, nel nuo­vo sag­gio Una cer­ta età. Per una nuo­va idea del­la vec­chia­ia (Sol­fe­ri­no edi­to­re, 208 pa­gi­ne, 17 eu­ro).

Ter­za età non co­me «ma­lat­tia» o «spau­rac­chio», ma ca­pi­to­lo ori­gi­na­le dell’esi­sten­za e «Pa­ra­di­so dei sen­ti­men­ti». Pro­fes­sor An­dreo­li, è dav­ve­ro co­sì bel­lo in­vec­chia­re?

«La vec­chia­ia di og­gi è una no­vi­tà as­so­lu­ta. Una gran­de sco­per­ta, an­che per me. An­ni fa, nel pe­rio­do del­la Se­con­da guer­ra mon­dia­le, si era con­si­de­ra­ti vec­chi a 46 an­ni spie­ga lo psi­chia­tra ve­ro­ne­se, che fa par­te an­che del­la New York Aca­de­my of Scien­ces - . Og­gi l’età del­la vec­chia­ia è sa­li­ta a 81 per i ma­schi e 85 per le fem­mi­ne. Ma nel­la con­tem­po­ra­nei­tà, con la vi­ta me­dia che si è al­lun­ga­ta, la sa­lu­te e il be­nes­se­re per­se­gui­bi­li sem­pre, si è at­ti­vi e pie­ni di ri­sor­se an­che a 80 an­ni».

Nel li­bro, spie­ga an­che la nuo­va ses­sua­li­tà che si sco­pre nel­la vec­chia­ia

«Se una vol­ta i vec­chi era­no con­si­de­ra­ti ses­sual­men­te fi­ni­ti, og­gi l’eros con­ti­nua e spes­so an­che mi­glio­ra. Ci si in­na­mo­ra fi­no a cen­to an­ni, la cu­ra del cor­po ci ren­de ener­gi­ci, la sen­sua­li­tà di­ven­ta più di re­la­zio­ne che di or­ga­ni, il pia­ce­re si le­ga al­la te­ne­rez­za, le nuo­ve li­tur­gie dell’eros non fan­no rim­pian­ge­re il pas­sa­to e la gio­ven­tù». Dun­que la vec­chia­ia è un’età fe­li­ce?

«I vec­chi vi­vo­no il tem­po pre­sen­te, non pen­sa­no al fu­tu­ro, ai pro­ble­mi, al­la car­rie­ra e al­la mor­te. Re­la­ti­viz­za­no tut­to. An­che i con­flit­ti. La­vo­ran­do co­me psi­chia­tra con i ma­la­ti ter­mi­na­li, mi ha col­pi­to che an­che lo­ro non pen­sa­no af­fat­to al­la mor­te, ma a da­re un sen­so al­la lo­ro quo­ti­dia­ni­tà».

Per­so­nal­men­te, co­sa l’ha sor­pre­sa nel­la sua vec­chia­ia?

«Mi ha sor­pre­so la gran­de vo­glia di vi­ve­re e di es­se­re uti­le, di fa­re fe­li­ci gli al­tri, di aiu­ta­re. Non ho più nul­la da di­mo­stra­re, pos­so con­cen­trar­mi con gio­ia nel fa­re del be­ne. In ge­ne­ra­le, da vec­chi si è me­no le­ga­ti a egoi­smo e in­te­res­si per­so­na­li, per­ciò più ca­pa­ci di aiu­ta­re il pros­si­mo».

La scienza con­fer­ma il be­nes­se­re e la pro­dut­ti­vi­tà dei «nuo­vi» an­zia­ni?

«C’è una gran­de sco­per­ta scien­ti­fi­ca re­cen­te: pen­sa­va­mo fi­no a qual­che an­no fa che le cel­lu­le del cer­vel­lo de­ge­ne­ras­se­ro e mo­ris­se­ro ne­gli an­zia­ni. In­ve­ce è sta­to di­mo­stra­to che an­che nei vec­chi i neu­ro­ni si ri­ge­ne­ra­no. Ri­cor­dia­mo che pro­prio Ri­ta Le­vi Mon­tal­ci­ni ha vin­to il No­bel pro­prio per la sco­per­ta sul­la mol­ti­pli­ca­zio­ne dei neu­ro­ni. I neu­ro­ni di un vec­chio so­no gli stes­si di quel­li di un gio­va­ne. I ra­gio­na­men­ti che pos­so fa­re io a 80 an­ni so­no ugua­li a quel­li di un 40en­ne. Quin­di, per la scienza non è ve­ro che il cer­vel­lo di un vec­chio sia me­no fun­zio­na­le di quel­lo di un gio­va­ne. Su ba­si scien­ti­fi­che, di­co che un cer­vel­lo an­zia­no, se non è am­ma­la­to, ha le stes­se ca­rat­te­ri­sti­che di quel­lo di un gio­va­ne». Si sen­te un di­fen­so­re del­la vec­chia­ia?

«Non di­fen­do la vec­chia­ia in quan­to so­no vec­chio, ma per­ché ci so­no pre­ci­si ele­men­ti scien­ti­fi­ci per far­lo. È so­lo re­cu­pe­ran­do il ruo­lo cru­cia­le dell’ul­ti­ma età che pos­sia­mo ini­zia­re a ri­pa­ra­re la so­cie­tà in cui vi­via­mo, ri­sco­pren­do una nuo­va di­men­sio­ne del be­nes­se­re».

Il suo sag­gio è de­di­ca­to «a tut­ti i gio­va­ni per­ché sco­pra­no quan­to è bel­lo di­ven­ta­re vec­chi».

«La vec­chia­ia non è la fi­ne, ma un nuo­vo ca­pi­to­lo dell’esi­sten­za, che ri­ser­va mol­ti aspet­ti po­si­ti­vi. Ba­sta pen­sa­re a quan­te so­no le sto­rie d’amo­re che na­sco­no da vec­chi, o la gran­de vo­glia di rac­con­tar­si e di re­la­zio­nar­si. E le pa­le­stre og­gi so­no pie­ne di over 65: que­sto si­gni­fi­ca la gran­de vo­glia di vi­ve­re. In­som­ma, smen­ti­sco com­ple­ta­men­te l’an­ti­ca sen­ten­za di Se­ne­ca, se­con­do cui Se­nec­tus ip­sa est mor­bus: la vec­chia­ia è di per sè ma­lat­tia. Al con­tra­rio, è un ca­pi­to­lo ori­gi­na­le dell’esi­sten­za, non cer­to un’età ma­la­ta».

Cam­bia­men­ti

Ci si in­na­mo­ra fi­no a 100 an­ni, le nuo­ve li­tur­gie dell’eros non fan­no rim­pian­ge­re il pas­sa­to

Ico­na Sal­va­dor Da­lí «La per­si­sten­za del­la me­mo­ria», me­ta­fo­ra in chia­ve sur­rea­li­sta del­la re­la­ti­vi­tà del tem­po

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