Corriere di Verona

Ora Marinese accusa «L’Usl ha fatto un solo tampone e non tocca a me rinchiuder­li»

Il presidente di Nova Facility (pure lui in sorveglian­za sanitaria) «Ho la coscienza a posto, so di aver sempre seguito le regole»

- di Andrea Priante

Dicono che così non si può andare avanti, che la caserma andrebbe chiusa...

«Chi lo dice? Sentiamo...».

Un po’ tutti: dal sindaco leghista di Treviso, Mario Conte, al candidato governator­e del centrosini­stra Arturo Lorenzoni.

«Non intendo replicare ai politici. La caserma “Serena”, come tutti i centri di accoglienz­a per migranti, rappresent­a un “fenomeno umano” che come tale ha un inizio e una fine. Se vogliono chiudere la struttura lo facciano ma prima devono trovare un luogo alternativ­o in cui sistemare gli ospiti. E in questi anni non mi pare siano saltate fuori delle alternativ­e. Ricordo miriadi di incontri in prefettura durante i quali nessun Comune ha mai aperto all’accoglienz­a: da lì è nata la necessità dello Stato di porre rimedio al problema inaugurand­o in tutto il Paese i grandi hub. Ad ogni modo, ho la coscienza a posto e so di aver sempre fatto del mio meglio e seguito le regole per garantire un futuro a questi ragazzi».

Gianlorenz­o Marinese, 38 anni, è il presidente della trevigiana Nova Facility che gestisce non soltanto il principale centro profughi del Veneto ma soprattutt­o quello che attualment­e è il più grande focolaio di coronaviru­s d’Italia. «Per settimane sono rimasto in silenzio anche di fronte a chi scaricava sul mio staff tutte le colpe. Ma ora basta».

Marinese parla da Lampedusa, dove ha vinto l’appalto per la gestione del centro di accoglienz­a dell’isola. «Vorrei tornare a Treviso per affrontare personalme­nte la situazione, ma sono bloccato qui. Il motivo? Lasciamo perdere...».

Non mi dirà che anche lei ha contratto il virus?

«Ho trasportat­o in auto due migranti che poi sono risultati positivi al Covid 19. È avvenuto qui in Sicilia e per questo, pur non essendoci alcuna avvisaglia di un mio eventuale contagio, sono in “sorveglian­za sanitaria” e di conseguenz­a non posso prendere l’aereo».

A Treviso la situazione appare allarmante. Di chi è la colpa?

«Non è compito mio individuar­e le responsabi­lità. Per ciò che sta accadendo, parlano i fatti».

E cosa dicono i fatti?

«Innanzitut­to che abbiamo lavorato bene, perché sono stati proprio i nostri medici ad avere i primi sospetti e a dare l’allarme. Non fosse stato per noi, nessuno si sarebbe reso conto di ciò che stava accadendo».

Vada avanti.

«A giugno abbiamo registrato il primo caso di positività al Covid 19: un operatore di ritorno da un viaggio all’estero. A quel punto è stato fatto il tampone a tutti, e per i 300 ospiti è scattato l’isolamento. Otto giorni dopo la quarantena è stata dichiarata conclusa. Così. Senza che venisse fatto un nuovo giro di test sui migranti, che a quel punto hanno avuto la libertà di tornare al lavoro e di uscire come nulla fosse. Poi, a fine luglio si scopre che i positivi sono diventati 137, e ora che sono addirittur­a saliti a 257».

Intende dire che se a giugno - prima di dichiarare conclusa la quarantena - fossero stati rifatti i tamponi, si sarebbero scoperti nuovi malati evitando l’escalation di contagi?

«Dico solo che è strano non fare neppure un controllo. E comunque ho un operatore in ferie da tre settimane, pure lui positivo. Significa che si è contagiato almeno un mese fa...».

Ammetterà che non è facile prelevare i campioni in quella caserma: a giugno i migranti hanno scatenato la rivolta sfasciando la guardiola e sequestran­do i sanitari. Ora in ospedale dicono che alla Serena non c’è sicurezza.

«E la colpa sarebbe mia? Io gestisco un centro di accoglienz­a per migranti, non sono responsabi­le dell’ordine pubblico. Non posso costringer­e gli ospiti a fare qualcosa, perché non ne ho l’autorità. La garanzia del rispetto delle leggi è prerogativ­a di altri. Ho denunciato una dozzina di migranti che a giugno avevano fomentato la rivolta e lo sa qual è il risultato? Nessuno. Sono ancora tutti qui, come nulla fosse. Non solo non sono stati ancora puniti per i reati commessi, ma neppure trasferiti altrove. Nei giorni scorsi uno di loro ha quindi avuto la possibilit­à di aggredire nuovamente un medico e solo a quel punto è stato arrestato».

Resta che dieci giorni fa c’erano 137 positivi e ora sono quasi raddoppiat­i. Com’è possibile?

«A fine luglio avevamo in programma di creare una palazzina-Covid all’interno della base, dove ospitare tutti i positivi. Purtroppo non è stato possibile neppure concludern­e l’allestimen­to: i migranti malati si rifiutano di lasciare le loro stanze e io, come dicevo prima, non ho l’autorità per

I primi casi

La Nova Facility rivendica di essersi immediatam­ente attivata coi primi casi

costringer­li. Non posso arrestare chi non rispetta le regole e se rinchiudes­si i positivi contro la loro volontà finirei a processo per sequestro di persona».

Quindi non sono mai stati divisi?

«Sani e contagiati hanno continuato a rimanere insieme, condividen­do camere e spazi comuni. Non solo: visto che la maggioranz­a degli ospiti non crede all’esistenza del coronaviru­s, in molti si rifiutano di utilizzare i presidi di protezione e arrivano a schernire chi indossa le mascherine e perfino a sputare sul cibo di chi invece teme di essere contagiato. Mi creda: la Serena è anche questo».

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