Ber­sel­li­ni: «Io pun­to su Ce­sa­re. E su Jo-Jo»

Il Ser­gen­te di fer­ro tra pas­sa­to, pre­sen­te e aned­do­ti di una lun­ga car­rie­ra vissuta sem­pre a pet­to in fuo­ri

Corriere Fiorentino - - Sport - Lo­ren­zo Ma­ruc­ci

Set­tan­quat­tro an­ni e la vi­ta­li­tà di un ra­gaz­zi­no. Qua­si cin­que­cen­to pan­chi­ne in se­rie A e la stes­sa ca­ri­ca di quan­do si sbrac­cia­va e si sgo­la­va per ri­chia­ma­re i suoi gio­ca­to­ri. Eu­ge­nio Ber­sel­li­ni è un con­cen­tra­to di ri­cor­di e aned­do­ti, ma so­prat­tut­to è un gran­de co­no­sci­to­re di Fio­ren­ti­na e In­ter, due squa­dre che ha al­le­na­to. Con i ne­raz­zur­ri ha an­che vin­to lo scu­det­to del ’79-80. Ora ha pre­so ca­sa a Pra­to e si di­vi­de tra la To­sca­na e Bor­go­ta­ro, in pro­vin­cia di Par­ma, la sua cit­tà na­ta­le. Da lì os­ser­va e giu­di­ca il cal­cio, ma aspet­ta an­che un’al­tra chia­ma­ta per tor­na­re in gio­co. Ma­ga­ri dall’este­ro. Ber­sel­li­ni è un uo­mo di cam­po e, co­me ha fat­to nel 2006 con la La­va­gne­se in se­rie D («tor­nai per fa­re un fa­vo­re a un ami­co e riu­scii a ot­te­ne­re la sal­vez­za»), sa­reb­be pron­to a ri­co­min­cia­re con la stes­sa pas­sio­ne. Fa­ti­ca, su­do­re e gio­co. Sen­za mol­la­re mai. La sua ri­cet­ta sem­pre va­li­da.

Il pre­sen­te chia­ma, con il dop­pio con­fron­to con l’In­ter: «Ga­re spet­ta­co­la­ri. Ma se fos­si la Fio­ren­ti­na pun­te­rei tut­to sul­la Cop­pa, può dav­ve­ro vin­ce­re il tro­feo». E se lo di­ce lui che ne ha vin­te tre, ci si può fi­da­re. Ber­sel­li­ni in­di­vi­dua an­che l’uo­mo che può es­se­re de­ci­si­vo. «Jo­ve­tic, tal­men­te svel­to che ti la­scia fer­mo co­me un asi­no. Mi ri­cor­da un po’ Ve­ron. È na­to per gio­ca­re a cal­cio». Per Mon­to­li­vo in­ve­ce sco­mo­da un al­tro gran­de del pas­sa­to, uno stra­nie­ro che gli ha la­scia­to un ri­cor­do in­de­le­bi­le. Lo scoz­ze­se Sou­ness. «Grea­me ave­va una for­za e una cat­ti­ve­ria ago­ni­sti­ca fuo­ri dal co­mu­ne. In lui ini­zio a ri­ve­de­re ora Mon­to­li­vo. È cre­sciu­to dal pun­to di vi­sta del­la per­so­na­li­tà e so­no con­vin­to che po­trà di­ven­ta­re il ve­ro tra­sci­na­to­re del­la squa­dra. So­prat­tut­to se con­ti­nue­rà a la­vo­ra­re». Ec­co­la spun­ta­re di nuo­vo la sua mas­si­ma: «La­vo­ra­re, la­vo­ra­re, la­vo­ra­re. Lo ri­pe­te­vo sem­pre ai gio­ca­to­ri. So­lo co­sì si va lon­ta­no. Chi se­gui­va i miei al­le­na­men­ti al­la fi­ne mi di­ce­va tra il se­rio e lo scher­zo­so: Ma te i gio­ca­to­ri co­sì li am­maz­zi...». Non è un ca­so del re­sto se è sta­to so­pran­no­mi­na­to il Ser­gen­te di fer­ro. Guai pe­rò a far­lo pas­sa­re per un tec­ni­co de­di­to esclu­si­va­men­te al­la du­ra pre­pa­ra­zio­ne fi­si­ca: «Il mo­du­lo a rom­bo l’ho in­ven­ta­to io. L’ho uti­liz­za­to fin da quan­do ho ini­zia­to ad al­le­na­re. La mia In­ter del­lo scu­det­to gio­ca­va con Ma­ri­ni da­van­ti al­la di­fe­sa, Ca­so e Pa­si­na­to sul­le fa­sce e Bec­ca­los­si al­le spal­le del­le pun­te Mu­ra­ro e Al­to­bel­li».

La cul­tu­ra del la­vo­ro di Ber­sel­li­ni è pia­ciu­ta an­che all’este­ro. In Li­bia lo ri­cor­da­no an­co­ra co­me un mae­stro. Pri­ma ct del­la na­zio­na­le al­la fi­ne de­gli an­ni 90, poi tec­ni­co dell’Al Ha­ly e dell’Al It­ti­had con cui ha vin­to lo scu­det­to.

«Quan­do il fi­glio di Ghed­da­fi mi fe­ce con­tat­ta­re per gui­da­re la lo­ro rap­pre­sen­ta­ti­va ave­vo mol­ti dub­bi. Un sal­to nel buio. Ma a me in fon­do piac­cio­no le gran­di sfi­de. Mi so­no rim­boc­ca­to le ma­ni­che e so­no par­ti­to. L’em­bar­go era ap­pe­na ter­mi­na­to, ma c’era da or­ga­niz­za­re tut­to, dal­la ba­se. Im­po­si una di­sci­pli­na ri­gi­da. Una mat­ti­na tro­vai due gio­ca­to­ri che dor­mi­va­no sui di­va­ni an­zi­chè es­se­re ne­gli spo­glia­toi. Li sve­gliai e li cac­ciai. Le se­du­te di al­le­na­men­to era­no in­ten­se e la not­te non dor­mi­vo perchè ave­vo il ti­mo­re di aver esa­ge­ra­to». Ma i ri­sul­ta­ti ar­ri­va­ro­no e un ter­zo po­sto ad un tor­neo in Gior­da­nia (su 22 squa­dre par­te­ci­pan­ti) ven­ne sa­lu­ta­to con straor­di­na­rio en­tu­sia­smo: «Al no­stro ri­tor­no in Li­bia i ti­fo­si fe­steg­gia­va­no sal­tan­do an­che su­gli au­to­bus. Sce­ne che ho ri­vi­sto quan­do ho poi vin­to il ti­to­lo con l’Al Ha­ly e l’Al It­ti­had». E i suc­ces­si di Ber­sel­li­ni fu­ro­no ap­prez­za­ti pu­re da Ghed­daf­fi. Sì, pro­prio il Co­lon­nel­lo. Si ri­tro­vò da­van­ti il Ser­gen­te di fer­ro e lo riem­pì di com­pli­men­ti. «Chia­mò a ca­sa sua tut­ta la na­zio­na­le per rin­gra­ziar­ci del la­vo­ro svol­to. Tut­ti si di­spo­se­ro in un se­mi­cer­chio, men­tre io me ne sta­vo un po’ in di­spar­te. Pe­rò ad un cer­to pun­to fu lui a ve­nir­mi in­con­tro, mi ab­brac­ciò, ap­pog­giò la guan­cia sul­la mia spal­la e mi dis­se: ‘‘Mi­ster, ma que­sti gio­ca­to­ri mi sem­bra­no un po’ trop­po magri...’’. An­che a lui era­no ar­ri­va­te no­ti­zie dei miei du­ri al­le­na­men­ti».

Da al­le­na­to­re Ber­sel­li­ni ha at­tra­ver­sa­to il cal­cio da­gli an­ni ’70 fi­no al 2000. Ha lan­cia­to ta­len­ti co­me Al­to­bel­li, Ber­go­mi, Bec­ca­los­si ma, so­prat­tut­to, Ro­ber­to Bag­gio che ha fat­to esor­di­re in se­rie A il 21 set­tem­bre ’86 in un Fio­ren­ti­na-Samp­do­ria: «In al­le­na­men­to gli di­ce­vo sem­pre di fa­re tut­to ciò che vo­le­va ma di evi­ta­re i tac­kle. Ave­vo il ter­ro­re che gli po­tes­se sal­ta­re an­che l’al­tro gi­noc­chio. Era una pre­oc­cu­pa­zio­ne che mi crea­va agi­ta­zio­ne, perchè un gio­ca­to­re co­sì era uni­co. Ades­so pos­so dir­lo, in Ita­lia non na­sce­rà più nes­su­no co­me lui».

Eu­ge­nio Ber­sel­li­ni è na­to a Bor­go­ta­ro il 10 giu­gno del 1936. Ha co­min­cia­to ad al­le­na­re nel 1968. All’In­ter dal 1977 al 1982 (uno scu­det­to e due cop­pe Itaa­lia). Un an­no a Fi­ren­ze nel 1986-87 Ha gui­da­to an­che la Li­bia nel 1999-00

Il co­lon­nel­lo Ghed­da­fi af­fi­dò la pan­chi­na del­la na­zio­na­le li­bi­ca a Eu­ge­nio Ber­sel­li­ni

Ro­ber­to Bag­gio fu fat­to esor­di­re da Ber­sel­li­ni in Fio­ren­ti­na-Samp­do­ria il 21 set­tem­bre 1986

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.