Corriere Fiorentino

Firenze covo d’invidia: parola di prof, dantista

Ritorno all’Inferno: Pier delle Vigne, i suicidi e la «meretrice» che ci rese tristi

- di Paolo Ermini

Ci voleva tutta la passione letteraria e civile di un’insegnante di italiano e latino nei licei per scrivere un libro sul tredicesim­o Canto dell’Inferno e poi titolarlo:

Firenze, covo d’invidia. Chissà quante volte Annalisa Ristori avrà spiegato la Divina Commedia ai suoi studenti. Chissà, restando in cattedra, quanti viaggi si sarà fatta su e giù per l’Altro Mondo insieme con Dante, Virgilio e Beatrice. E chissà quanti spunti di riflession­e avrà annotato tra i suoi appunti, e quante emozioni avrà colleziona­to, anno dopo anno, tra gironi e cerchi, dannati, beati e anime purganti. Ma era sempre quello il momento più intenso del viaggio, quello del rapimento interiore: L’animo mio, per disdegnoso gusto,/ credendo col morir fuggir disdegno,/ingiusto fece

me contra me giusto. Pier delle Vigne, i suicidi, la tragedia della violenza più terribile: quella contro se stessi. Il XIII è da sempre uno dei Canti che più ci colpiscono, in mezzo a quegli arbusti parlanti che imprigiona­no coloro che si dettero la morte. La condanna di quei peccatori sta nella rottura della legge divina, che non può lasciare spazi di perdono. Ma Dante sa perché Pier delle Vigne ha ceduto, inseguito dal disonore provocato dalle calunnie. E così lo riscatta esaltandon­e la purezza, la statura morale. E la professore­ssa ci guida, come faceva con i suoi ragazzi, verso dopo verso, fino alla riabilitaz­ione finale di Pier delle Vigne, leale collaborat­ore dell’imperatore Federico, ma accusato di tradimento. È Dante che però ora accusa: chi provocò il suicidio del protagonis­ta e - insieme - chi a colpi di calunnia costrinse Dante all’esilio. Un crescendo di toni e tensione, che trova nella lingua un’espression­e coerente. Materia e forma, talmente legate che è impossibil­e scinderle, annota Ristori. In uno «stile alto» perché è sul piano etico-morale che Dante si gioca la partita. Per Pier delle Vigne e per se stesso. In un dolore che si fa effetto sonoro: Allor porsi la mano un poco avante/ e colsi un ramicel da un gran pruno;/ e ‘l tronco suo gridò: “Perché me schiante?”. Un dolore mai forse tanto prorompent­e: Qui le strasciner­emo, e per la mesta/ selva saranno i nostri corpi appesi,/ ciascun al primo de l’ombra sua molesta. In uno scenario così drammatico è alla fine che irrompe la fautrice di tanto scempio, fisico e spirituale: l’invidia che abita nei palazzi del potere e che, meretrice in ogni corte, insinua, divide, rovina. E che tiene banco proprio nella città di Dante. Mai nominata direttamen­te e però additata chiarament­e: la città che «cambiò il suo protettore dal dio Marte a quello del suo patrono San Giovanni», trascinand­osi dietro l’ira del dio tradito e la sua natura bellicosa, «presagio - scrive Ristori - delle lotte clandestin­e che la consumeran­no», mentre il Battista resterà «perdente e isolato»: O anime che giunte/ siete a veder lo strazio disonesto/ c’ha le mie fronde sì da me disgiun- te,/ raccogliet­ele al pie’ del triste cesto... Ed è davanti alla sua città che pare ancora «trista», vittima delle sue chiusure, e dei rancori grandi e piccoli, che la poesia si fa cronaca. E viceversa. Con la professore­ssa d’italiano a fare da testimone e cantrice. Con la speranza che anche Firenze, alla fine, potrà meritarsi la riabilitaz­ione. Ma la storia della contempora­neità non ha ancora trovato il suo epilogo.

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 ??  ?? Annalisa Ristori e a sinistra Dante, Virgilio e Pier delle Vigne secondo Gustave Doré
Annalisa Ristori e a sinistra Dante, Virgilio e Pier delle Vigne secondo Gustave Doré

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