Corriere Fiorentino

Dalle cave a Santo Spirito (con un albero di fichi)

L’appuntamen­to imprevisto, un bacio sulla nuca, l’incontro amaro in Santo Spirito

- Di Martino Baldi

Compare da dietro un cespuglio, sorridente nel sole, in tuta da lavoro, le cesoie in mano, lo sguardo euforico e lievemente asimmetric­o: «Ho finito. Vedrai che tornerà bellissima…» Lui la vede e gli torna alla mente il verso di una poesia letta qualche settimana prima, durante l’esame di maturità – un sorriso che nel pronostico non c’era – e quando lei, con aria divertita, gli chiede chi è, nella sua timidezza, che ha preso già da tempo le forme della disillusio­ne, si apre un varco che ha del miracoloso: «Sono un amico di Marta.»

«Mia cugina ha un sacco di amici e non mi presenta mai nessuno. Amico-di-Marta, mi aiuteresti a spostare un vaso?»

La sera successiva sono seduti su un prato in collina. È passato a prenderla in Vespa, ripetendos­i di non pensare troppo al fatto che è il suo primo appuntamen­to, e l’ha portata a colpo sicuro a Maiano, ai piedi delle cave di arenaria. Potrebbe arrivarci a occhi chiusi: quella collina è la sua uscita di sicurezza quando tutti sono in villeggiat­ura e le strade del quartiere diventano solitudini rettilinee che divampano intorno al supermerca­to di Via del Gignoro. Hanno fermato il motorino e sono andati a sedersi sul prato, spalle alla parete di roccia. La sera è tiepida e le luci della città brillano lontane; la luna enorme si riflette sulla pietra e diffonde intorno una penombra rosa: il luogo più incantato della sua piccola geografia non lo tradisce.Tira fuori dallo zainetto una bottiglia di vino: «Che dici, vuoi raccontarm­i la storia di come sei diventata una giardinier­a?»

«È una storia breve. Quando ero piccola abitavamo in un mulino su un torrente, nel Mugello. Macinavamo la farina di castagne. La prima cosa che mi ha insegnato mia madre è curare il giardino.» «I miei nonni stavano in mezzo ai boschi dell’Acquerino. Avevo costruito un rifugio segreto su un faggio e la mattina ogni tanto si vedevano i cerbiatti.» «Cos’è quel tono? Non è un bel ricordo?» «Non so come spiegarlo ma l’infanzia a volte sembra così lontana…». «Eppure hai le mani da bambino». E mentre pronuncia quelle parole, fa qualcosa che lui non si aspetta. Gli prende una mano e gli sfiora il palmo e le dita. Lui vorrebbe accarezzar­la, ma gli sembra già incredibil­e essere lì, e su tutto gli sembra incredibil­e che lei lo ascolti, gli parli, lo prenda sul serio.

Un gruppetto passa nell’ombra e lei ne approfitta per chiedere una sigaretta. Gliene lanciano una, che rimbalza a terra, lì vicino. «Dov’è finita… Non si vede niente… Eccola. Magari è pure una Marlboro, fai vedere…» «Aspetta,» dice lui. «proviamo a indovinare di che marca è». Boccata dopo boccata escludono tutte quelle che gli vengono in mente. Allora lei la illumina con l’accendino e stretti in quella goccia di luce scoprono che si tratta di una FORguimi». TUNA. Il ragazzo guarda l’orologio: è mezzanotte in punto. L’impression­e è che quella sigaretta sia l’annuncio di qualcosa di sovrannatu­rale. Pian piano il prato si spopola e restano soli. Lei si stringe al braccio di lui «Mi sta prendendo un po’ freddo. Ci spostiamo?» e comincia a radunare la bottiglia e le altre cose rimaste in giro.

«Il tappo no, non lo buttiamo.» Tira fuori una penna dallo zainetto, ci scrive il proprio nome e la data e lo porge a lei. «Posso avere un suo autografo?»

Si incamminan­o ma lui prende la direzione opposta a quella della Vespa. «Dove vuoi andare?» «Questo è un sentiero pieno di segreti. Più avanti dal bosco spuntano le gallerie delle cave abbandonat­e. Sai che Firenze è stata costruita con la pietra di questa montagna? Se- Lei gli va dietro, ma dopo diversi passi si ferma.

«Che succede»

«C’è un albero di fichi, voglio prenderne uno, ma non so se ci arrivo…»

«Ah, un ficus altissimus.»

«Ficus altissimus?»

«Pianta mitologica. Fu raccoglien­do un fico nelle campagne intorno a

Tebe che Eracle divenne celebre in tutta l’Ellade.» «Per così poco? Mi prendi in giro!». «Così poco?

Il ficus in origine era un albero dalle mille braccia che strangolav­a chiunque si avvicinass­e». Si avvicina all’albero e comincia a mimare la lotta dell’eroe con la pianta; poi si volta e come in un gioco di prestigio le porge un grosso fico, colto senza farsene accorgere. «Oh! Non sapevo di essere uscita con un eroe.» «Ora sta a te dimostrare il tuo coraggio». Le fa chiudere gli occhi e mentre cammina facendosi guidare per le braccia, le descrive piante e frutti inverosimi­li. «E qui alla tua destra un raro esemplare di rosmarinus invisibili­s. Lo senti il profumo?» Ma quando lei gli tocca il viso – «E questo chi è? Sarà mica Eracle?» – lui trema e pensa che quello è l’attimo perfetto per baciarla. Ma non lo fa e già pochi minuti dopo, minuti in cui non saprà mai più ricordare cosa si sono detti, sono già alla Vespa. «Stavolta guido io, ok?»

Stretto a lei, lungo i tornanti del ritorno, a ogni curva sente crescere la malinconia. Non riesce più nemmeno ad assecondar­e le curve col peso del corpo. Le fissa il collo da vicino, sente il suo profumo mescolarsi con quella cosa che lo invade e che non è più malinconia: è già disperazio­ne. Quando ormai sono arrivati e lei sta fermandosi, come al culmine di un sonno ipnotico, posa le labbra sulla nuca di lei. Che si scosta, con una cortesia che sconfina nell’indifferen­za, allo stesso modo in cui ci si sposta da una posizione scomoda, sul divano o al cinema. Nei giorni seguenti lui non si separa mai dal tappo della bottiglia. Lo porta in tasca e spesso lo tira fuori, se lo gira tra le dita. Ma non ha il coraggio di richiamarl­a o di scriverle.

Una sera, mentre vaga per la città, la vede. Sta ballando, si contorce senza troppa eleganza sul sagrato di piazza Santo Spirito. Osserva i suoi capelli, il suo collo, la schiena abbronzata che si scorge dal vestito legato sul dietro. Tremante, si avvicina.

Non è lei.

Scende le scale fino a trovare un gradino libero dove potersi abbandonar­e a sedere. Per diversi minuti non riesce a controllar­e il battito del cuore e la violenza del respiro. Poi si toglie il tappo di tasca e lo abbandona lì, sulla pietra.

 ??  ?? Martino Baldi Pistoia 1970. È laureato in letteratur­a italiana contempora­nea all’Università di Firenze con tesi su Goffredo Parise, con cui ha vinto il Premio Palazzesch­i. Vicedirett­ore della rivista The FLR, scrive su Poetarum Silva.
Martino Baldi Pistoia 1970. È laureato in letteratur­a italiana contempora­nea all’Università di Firenze con tesi su Goffredo Parise, con cui ha vinto il Premio Palazzesch­i. Vicedirett­ore della rivista The FLR, scrive su Poetarum Silva.

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