Corriere Fiorentino

IL CAMMINO ASCETICO E UN CAMPO BASE DI FIORI E MERAVIGLIA

- di Vanni Santoni

Che l’ascesa a San Miniato per il Monte alle Croci sia un percorso iniziatico, non ci sarebbe neanche bisogno di ricordarlo: ogni via Crucis lo è per definizion­e, figurarsi quella che reca al veridico alfa e omega di Firenze, al criselefan­tino monolito finale, alla Basilica il cui raggio genera l’idea stessa della città. Ma Firenze è Firenze: una città il cui afflato mistico —che pure esiste, qui come a Santa Maria del Fiore, ideale recettore di tal raggio — è consacrato alla bellezza e non ha quindi molto a che fare con la nuda ascesi, tant’è che gli asceti, da noi, sono sempre stati guardati con un filo d’ironia (quando non direttamen­te con un «ma va’ia»). Non sorprende allora, anzi appare del tutto logico, che proprio quando l’ascesa si fa seria, quando cominciano i gradoni di pietra e le croci di ferro, ci si sia dotati di un’ultima e amenissima oasi. Certo, l’apparizion­e del Giardino delle Rose è tarda — la si deve agli interventi poggiani, quando, in previsione dello spostament­o della capitale d’Italia a Firenze, fu sconvolto l’impianto cittadino (e non per il peggio, va detto nonostante le molte perdite), creando, tra le altre cose, il Piazzale Michelange­lo — ma appare, oggi, come un perfeziona­mento della salita. Già appartenut­o ai padri filippini, il terreno venne spartito a terrazzame­nti da Attilio Pucci per dar vita a un giardino impostato secondo il modello alla francese, con una innovativa cisterna destinata a dare acqua a una collezione di rose che oggi ne conta circa mille varietà, di cui 350 antiche, e fu poi aperto al pubblico nel 1895, in occasione della «Festa delle Arti e dei Fiori» che la Società di Belle Arti e la Società Italiana di Orticoltur­a iniziarono a tenere ogni maggio. Negli anni, il Giardino delle Rose si è arricchito di altri elementi decorativi, come un’oasi giapponese donata a Firenze dalla città gemellata di Kyoto e dal suo tempio Zen Kodaiji, o le dieci sculture di JeanMichel Folon donate dalla vedova dell’artista, ma la sua funzione esoterica, con buona pace dei laici (o forse, chissà, proprio per venirgli fiorentina­mente incontro), resta quella di «campo base» chi sale all’Everest si ferma sotto al Khumbu a riflettere sulla fatica che lo aspetta, mentre chi sale a San Miniato inspira qui il profumo delle rose e ricorda che a Firenze la grazia non chiede sacrifici, ma è già nell’aria, per chi sa inspirarla.

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