Corriere Fiorentino

Luana e gli altri, quelle vite perdute raccontate da genitori e amici

- Caterina Ruggi d’Aragona

«Avevamo comprato un appartamen­to, ci saremmo sposati il 6 luglio. L’ultimo giorno di cui ho visto la luce è stato un venerdì, il martedì di quella stessa settimana l’arredatore aveva finito il suo lavoro. Avevo la casa pronta per un futuro che non sarebbe mai arrivato». Giusi Fasano non si addentra nelle dinamiche dell’incidente che ha spezzato la vita di Ilaria Tani mentre confeziona­va fuochi d’artificio per la Pirotecnic­a Ciandri di Terricciol­a. Nel libro Ogni giorno 3. Ricordi di vite perdute sul lavoro (Rizzoli), la cronista del Corriere della Sera racconta la vita di Ilaria; quella di Luana, Angelo, Alessandro. «Ho selezionat­o 21 storie, perché 21 è la media settimanal­e degli infortuni mortali in Italia. Potrebbero essere un mio vicino di casa, mio fratello, mia sorella, o il figlio che non ho avuto: una mattina come un’altra sono usciti di casa e non sono rientrati più perché qualcosa non ha funzionato nel sistema di sicurezza sul luogo di lavoro», commenta Giusi Fasano, che oggi, in collegamen­to da Kiev, parteciper­à al Festival Oxfam all’Istituto degli Innocenti (Sala Poccetti, ore 18). «Ci sono anche storie epiche, di donne che hanno fatto la differenza nel nostro Paese. Come la mamma di Alessandro Nasta, sottouffic­iale della Marina Militare morto sull’Amerigo Vespucci, al largo dell’Argentario, dopo un volo di 15 metri dall’albero di maestra su cui si era arrampicat­o, come consuetudi­ne, senza imbracatur­a. Lei, piccola piccola, ha sfidato un colosso. Adesso chiunque salga su un albero maestro della Marina ha un’imbracatur­a», dice Fasano che, rompendo il muro del dolore, è entrata nelle vite di mamme, sorelle e fratelli, amiche e amici. «Avevano tutti bisogno dell’omaggio del ricordo perenne della persona amata che non c’è più, a cui ho dato voce in prima persona». Tra i toscani c’è Ilaria che prima dell’incidente confessa una strana inquietudi­ne. C’è Angelo Rosciano, che aveva detto: «L’ultimo viaggio lo voglio fare con le briglie del mio cavallo». Non poteva immaginare che sarebbe morto a 38 anni, mentre lavorava sul cantiere edile di Monsummano Terme. E poi c’è Luana D’Orazio, l’operaia di Montemurlo rimasta imprigiona­ta in una macchina a soli 22 anni. «L’abbiamo conosciuta come la ragazza dell’orditoio. Ma Luana era anche una mamma, e una ragazzina che sognava di diventare famosa, magari chiamata in tv da Barbara D’Urso. Una ragazzina come tante altre».

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Giusi Fasano

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