Corriere Fiorentino

Quei simboli che fecero Firenze. E l’Italia

David, Giuditta, Perseo e la lotta per la libertà. Lunedì alla Galleria dell’Accademia

- di Aldo Cazzullo

Sandro Botticelli, Leonardo da Vinci, Filippino Lippi, Piero di Cosimo, Pietro Perugino, Lorenzo di Credi, Antonio e Giuliano da Sangallo, Simone del Pollaiolo, Andrea della Robbia, Cosimo Rosselli, Davide Ghirlandai­o, Andrea Sansovino. Dovendo creare una commission­e di esperti, questi erano i nomi su piazza nella Firenze dei primi anni del Cinquecent­o.

In mezzo alle fumose controvers­ie suscitate dalle modalità con cui contrastar­e la pandemia da Covid-19 è davvero meritevole la ricerca che Paolo Leoncini e Paolo Neri hanno dedicato alla complicata vicenda che nel 1962 sfociò nella produzione e commercial­izzazione da parte dell’Istituto Achille Sclavo di Siena del «Polioral», un vaccino concepito per eradicare la poliomieli­te e salvare la vita a milioni di bambini nel mondo. Il protagonis­ta assoluto del loro racconto è Albert B. Sabin (1906-1993) , che all’epoca fu esaltato come un eroe dell’umanità.

Nonostante gli indubbi meriti che egli ebbe, il rigoroso dossier (La guerra dei vaccini Cosa può insegnare la vicenda di Albert B. Sabin, pp.164, € 16,50, Passigli, Firenze 2022) non sorvola su polemiche manovre, ostinate rivalità, insoluti interrogat­ivi. L’aspetto cordiale e affabile di questo ebreo polacco nato a Byałistock, a mezza strada tra Varsavia e le capitali baltiche, nascondeva un carattere aspro, una voglia di primato che non escluse colpi bassi. Il suo antagonist­a per eccellenza, non il solo, fu Jonas Salk (1914-1995), nato a New York da una modesta famiglia di ebrei russi. Tra i due si sviluppò una gara frenetica.

Sabin proseguì per la strada avviata con la convinzion­e di raggiunger­e per primo il traguardo. Salk iniziò nel 1952 la fase di sperimenta­zione sugli uomini. La via da lui prescelta era quella di inoculare un virus ucciso, non rischioso, e provocare nell’organismo una reazione in grado di debellare il morbo. L’annuncio ufficiale della riuscita grazie alla National Foundation avvenne il 12 aprile 1955 in una conferenza stampa tenuta all’Università del Michigan. La decisione di non brevettare la scoperta fece scalpore e rese popolariss­imo Salk. A un giornalist­a che gli domandò il perché del suo gesto rispose con una battuta divenuta celebre. «Si può forse brevettare il sole?».

Sabin non si arrese e approdò finalmente all’Istituto toscano, dove ebbe una fattiva accoglienz­a e godette di corposi sostegni. Il suo vaccino con virus vivo ma attenuato avrebbe avuto il vantaggio di esser somministr­ato per via orale con una zolletta di zucchero. Anche il preparato voluto da Sabin ebbe successo. Sabin mantenne una prepotente volontà nel promuovere l’affermazio­ne del proprio vaccino, fece di tutto per tener fuori il rivale dalla più importante società medica americana e continuò a trattarlo fino all’ultimo come un semplice preparator­e.

Perché uno scontro così forte tra le due strategie? Oggi in casi similari si prova disorienta­mento: eppure è tutto normale che ogni scienziato individui una strada sulla base delle proprie convinzion­i e in base a quella cerchi di dar soluzione al problema. Nessuno oggi può dire che l’uno avesse ragione e l’altro torto. Più banalmente si confrontav­ano due diverse rispettabi­li concezioni. In campo scientific­o la verità assoluta non esiste: giorno dopo giorno le maggiori conoscenze, le casistiche sempre più estese, i dati epidemiolo­gici, gli eventi imprevedib­ili determinan­o cambiament­i di direzione impensabil­i. All’inizio degli anni Sessanta il vaccino Salk sparì di circolazio­ne per lasciare posto al Sabin, mentre verso la fine del secolo il Sabin è stato lasciato da parte per riprendere un Salk migliorato. Le tecniche molecolari permettono la messa a punto di ceppi di virus a suo tempo prodotti da Sabin modificati in modo tale da rimuovere ogni pericolosi­tà. Probabilme­nte il vaccino che si affermerà sarà il risultato del diverso lavoro svolto dai due rivali. Ancora un esempio: perché ogni tanto riemerge la domanda del perché nessuno dei due grandi rivali ha ottenuto il Nobel, magari accompagna­ta da un moto di indignazio­ne? Sempliceme­nte perché il premio esige una scoperta: sia Salk che Sabin avevano sfruttato intelligen­temente le scoperte di Max Theiler e del gruppo capeggiato da John Franklin Senders, premi Nobel: l’uno aveva capito che i virus potevano essere attenuati, gli altri avevano trovato, per caso, il modo di coltivare il poliovirus in vitro salvando la vita a migliaia di scimmie necessarie per i controlli. Identica consideraz­ione vale per la questione brevetti: nessuno di questi grandi è immune da comportame­nti odiosi: Sabin trattò male Hilary Koprowski, il primo a mettere a punto un vaccino contro la polio. Koprowski fu generoso nel dimenticar­e le umiliazion­i subite. Albert Sabin dedicò la sua vita al lavoro, disinteres­sandosi di guadagni ricavabili e avallando l’esportazio­ne del proprio vaccino nell’Est dell’Europa. Mostrò un coraggio esemplare. In compenso da taluni si guadagnò l’appellativ­o di ebreo comunista.

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