Corriere Torino

Da Frabotta a Dragusin, la squadra B è il nuovo «vantaggio competitiv­o»

Il piano: produrre giocatori per ridurre il monte ingaggi

- Di Massimilia­no Nerozzi @Maxnerozzi

Puntare sulla seconda squadra — che qui ha l’etichetta di Under 23 — è una questione di investimen­to (sul campo) e di rendimento (a bilancio): una scommessa che alla Juve, unica in Italia ad aver fatto seguire i fatti alle parole, sta iniziando a pagare. A partire dall’estate 2018 — in due stagioni e mezzo insomma — sono diciotto i giovani bianconeri che si sono arrampicat­i fino alla prima squadra. Fosse anche solo per una partita, di Coppa Italia o Serie A. Una risorsa tecnica per Pirlo e, a tempo debito, monetaria per la società. Mica solo al momento del mercato, per le eventuali cessioni, ma pure per calmierare il monte ingaggi. Gli ultimi tre della rosa viaggiano mediamente sui 4-5 milioni di euro di stipendio (lordi), con il rischio di essere utilizzati per una manciata di gare a stagione. Da Howedes all’ultimo Rugani. Ebbene, è stato il ragionamen­to di fondo del club: quelle partite, nel caso, possono farle — e le hanno fatte — Frabotta e Dragusin, per rimanere alla stagione in corso. Due che, va da sé, sono fabbricati in casa e costano meno.

Investendo su questo progetto — che ha assorbito risorse — la Juve insegue un nuovo «vantaggio competitiv­o», per dirla con il celebre saggio di Michael Porter. Dieci anni fa fu lo stadio di proprietà, e domani, chissà, la squadra B. Del resto, il vantaggio competitiv­o è influenzat­o da cambiament­i endogeni, interni al club, e dalla capacità della società di reagire e anticipare quelli esogeni, esterni alla stessa. Non a caso, Andrea Agnelli ama citare l’ex boss di General Electric, Jack Welck: «Cambia, prima di essere costretto a farlo». È il motivo per cui il capo dell’area tecnica, Fabio Paratici, ha puntato sullo sviluppo dell’under 23, arrivando a ingaggiare un direttore sportivo di profession­e, Filippo Fusco, che di quello si è occupato, fino al luglio dell’anno scorso, come «Second teams Area manager». Dopodiché,

non è detto che l’under 23 si metta a produrre in serie giocatori da A o da Juve. Anche se quello è il bersaglio. C’è chi è riuscito a ritagliars­i un posto da protagonis­ta, chi ha fatto comunque un salto di qualità, trasferend­osi in altri club.

La riuscita del piano richiede un certo coraggio e qui Pirlo — per emergenza e, magari, preveggenz­a — ha osato, lanciando più giovani del solito (sette, fin qui). Non è cosa da poco se la scorsa stagione, con Sarri non ci fu uguale comunione d’intenti, sull’utilizzo dei giocatori dell’under 23. E, soprattutt­o, sulla loro convocazio­ne. Detto bruscament­e: non ha molto senso chiamarli per spedirli in tribuna, lo stesso week-end in cui la squadra B ha una sfida tosta. Perché il fine è sempre lo stesso: un giocatore deve giocare, appunto, e non guardare. Sul modello del sistema spagnolo che funziona da 40 anni, almeno per certi club: Atletico Madrid, Siviglia, Athletic Bilbao, Barcellona e Real Madrid. Premesso ciò, per l’under 23 non dovrebbe valere il motto della casa: vincere è

Sopra, Andrea Pirlo, sotto Gianluca Frabotta (contro Hakimi) Nelle fotine, dall’alto: Dragusin e Di Pardo l’unica cosa che conta. Si gioca per quello, certo, ma a volte conta davvero di più lo sviluppo di un giocatore, da Dragusin a Fagioli. Due che, pure con pochi minuti, ne guadagnano (in esperienza e valore). Al contrario di Rugani o De Sciglio che, stando in panchina, si deprezzano. Poi, non resta che scegliere l’attimo, il che è questione di fiuto: come dicono gli anglosasso­ni, «good enough is good enough». Buono abbastanza è buono abbastanza, per rischiare.

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