"L'im­por­tan­za di chia­mar­si Er­ne­sto" a Ro­ma La com­me­dia di Wil­de al­la Sa­la Um­ber­to

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RO­MA - The Im­por­tan­ce of Being Ear­ne­st di Oscar Wil­de, da noi tra­dot­to ne L'im­por­tan­za di chia­mar­si Er­ne­sto, da og­gi a do­me­ni­ca è in sce­na al­la Sa­la Um­ber­to di Ro­ma. Per i no­stra­ni tra­dut­to­ri l'ope­ra è sta­ta un cal­va­rio. In­tra­du­ci­bi­le il dop­pio sen­so e l'ar­gu­zia del ti­to­lo scel­to dal sag­gi­sta ir­lan­de­se che si di­ver­ti­va a gio­ca­re con le pa­ro­le. "Ear­ne­st", di­fat­ti, non è so­lo no­me pro­prio, ma si­gni­fi­ca an­che one­sto. E so­sti­tui­re Er­ne­sto con no­mi co­me Fran­co, One­sto o Pro­bo non è sta­to suf­fi- cien­te a ren­der giu­sti­zia al­la «com­me­dia fri­vo­la per gen­te se­ria». Quel­la che do­ve­va es­se­re una fu­ti­le far­sa, but­ta­ta giù per far ri­de­re, si fa at­to d'ac­cu­sa con­tro il mo­ra­li­smo ipo­cri­ta del­la so­cie­tà vit­to­ria­na. Il "bon mot" di Wil­de, bef­feg­gia­to per il suo aspet­to e per que­sto chia­ma­to "grey crow", cor­vo gri­gio, at­tra­ver­sa l’epo­ca d’oro del­la com­me­dia hol­ly­woo­dia­na, del­le odier­ne se­rie tv e da un se­co­lo si fa lar­go nei car­tel­lo­ni dei tea­tri di tut­to il mon­do. Qui la re­gia è a cu­ra di Fer­di­nan­do Bru­ni e Fran­ce­sco Fron­gia.

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