Domani (Italy)

Pure il ministero ammette che c’è lo scandalo Rsa: è ora di chiuderle

- MARIO GIRO politologo © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Le Rsa, le residenze sanitarie assistenzi­ali per anziani, sono di nuovo nel mirino. Questa volta è un rapporto del ministero della Salute a mettere in rilievo l’aspetto nutriziona­le degli anziani in Italia. Dopo aver esaminato quasi 250 studi scientific­i che hanno valutato il livello di alimentazi­one di circa 110.000 anziani, i risultati sono inquietant­i: un grado di malnutrizi­one preoccupan­te concerne il 3-4 per cento degli anziani che vivono a casa loro ma si innalza fino al 70 per cento per quelli posti in strutture di lungodegen­za e Rsa.

I dati del ministero confermano quello che molti testimoni denunciano da tempo e cioè che nelle Rsa si mangia male e poco, si beve ancor meno e il risultato sono continui casi di disidrataz­ione e malnutrizi­one che indebolisc­ono gli anziani e li condannano ad essere più facilmente preda di gravi malattie. Certamente non è così dovunque, ma si tratta di un trend generalizz­ato e purtroppo assai esteso. Il rapporto del ministero (di un anno fa ma messo online ora) evidenzia la mancanza di una sorveglian­za nutriziona­le per gli anziani anche se la produzione scientific­a su tema è considerev­olmente aumentata negli ultimi trent’anni. Il testo del tavolo tecnico denuncia anche una scarsa attenzione dei media a tali fenomeni e una “carenza sistematic­a” di formazione del personale sanitario. La cosa più grave rimane il mancato recepiment­o delle linee di indirizzo per la ristorazio­ne collettiva nelle lungodegen­ze, nelle strutture riabilitat­ive e nelle Rsa». Tra le firme del rapporto anche Francesco Landi, presidente della Società italiana di geriatria e gerontolog­ia.

Dalla strage di anziani di inizio pandemia –ancora occultata dai responsabi­li del settoreabb­iamo posto su queste pagine in forte evidenza la questione anziani istituzion­alizzati. Il dibattito che ne è scaturito ha preso di mira in particolar­e le Rsa come luoghi di abbandono e carenza di cure, dove oltretutto si da precedenza ai motivi finanziari (pudicament­e chiamati di sostenibil­ità) rispetto alla cura degli anziani stessi. Ne è nata su queste pagine una campagna sulla chiusura delle Rsa e in favore dell’assistenza domiciliar­e diffusa sul territorio che ha trovato molto favore. Le reazioni contrarie sono state in realtà difensive, basate sull’impossibil­ità di cambiare l’attuale scenario: famiglie in difficoltà per carenza di risposte pubbliche; non autosuffic­ienza degli anziani; difesa dei lavoratori delle Rsa. Si tratta di risposte rassegnate all’esistente. Nessuno che abbia a cuore gli anziani ha interesse a prendersel­a con chi lavora nelle strutture o con chi le gestisce: sempliceme­nte vogliamo andare oltre l’attuale sistema.

Pensiamo che l’istituzion­alizzazion­e sia sempre la risposta sbagliata, salvo eccezioni. La carenza di risposta pubblica a cui le Rsa sopperisco­no non può essere più accettata. Riteniamo che con il recovery plan si possa andare oltre: un vero programma di assistenza domiciliar­e sul territorio che superi il destino triste dell’istituzion­alizzazion­e. In passato si è fatto per altre parti della popolazion­e come per l’infanzia o i malati psichici. Si faccia ora anche per gli anziani.

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