Domani (Italy)

Cosa resta del M5s senza più Beppe Grillo come unico capo

- PIERO IGNAZI politologo © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Il fondatore ha sempre avuto un ruolo decisivo ma adesso il Movimento non insegue più il consenso degli arrabbiati e torna al pragmatism­o ecologista delle origini, con Conte

Il Movimento 5 Stelle è sempre stato un fenomeno di difficile decifrazio­ne. In parte per l’originalit­à della sua fisionomia, in parte per l’approssima­zione e i pregiudizi che lo circondano. Ogni movimento politico, quando nasce, si scontra con gli altri partiti perché deve occupare un proprio spazio. I toni variano, ma se si ricordano quelli adottati dalla Lega degli esordi non ci sono molte differenze. Iperboli, volgarità, insulti vennero riversati anche allora su tutti i partiti tradiziona­li.

Alle origini Beppe Grillo unisce la sua lunga maieutica ecologista – da cui discendono le cinque stelle (beni comuni, trasporti, internet, riciclo, energia verde) – alla protesta anti-politica. Cavalca lo stesso sentimento esploso ai tempi di Mani Pulite che all’inizio degli anni 2010 trova nuova linfa nelle malversazi­oni di tanti politici.

Grillo esprime un sentimento diffuso con la sua verve di artista. La sua satira trabocca di turpiloqui­o, giochi di parole, paradossi. Il tutto con la corporeità tipica dell’attore. Giovanna Cosenza in un acuto saggio su Comunicazi­one Politica rintraccia la lunga linea artistica di questo approccio, analizzand­o i comizi delle elezioni regionali siciliane del 2012 ricchi di “bisociazio­ni” (accostamen­ti di temi contraddit­ori risolti dalla gestualità corporea), alternanze emotive, cambi repentini di registro.

Grazie alla turbinosa presenza del leader, il M5s arriva ad un soffio dalla vittoria nel 2013. Un successo troppo grande e troppo repentino che spaventò lo stesso Grillo, come confessò in una intervista a Marco Travaglio: “La liquefazio­ne del sistema è talmente veloce che domani rischiamo di svegliarci e non trovarli più [i partiti]. E poi come si fa? Non siamo pronti a riempire un vuoto così grande”.

I tentativi di tenere le briglie di un gruppo di giovani scapestrat­i ed inesperti sono conditi di processi ed espulsioni, con l’effetto di ritagliare per Il M5s l’immagine di partito autoritari­o e antidemocr­atico. Tuttavia, la gestione verticisti­ca del leader consente di mantenere abbastanza compatto il movimento e di proiettarl­o verso nuovi successi: Roma, Torino, il referendum renziano del 2016, e infine le elezioni del 2018. Ma la morte di Gianrobert­o Casaleggio prima e il passo indietro di Grillo poi destabiliz­zano la nuova creatura. Nonostante il successo del 2018. Anzi, la crisi del M5s nasce proprio da lì. L’ingresso al governo schiaccia di responsabi­lità un movimento nato dalla contestazi­one.

Dal leader ai leader

Il M5s ha pagato inesperien­za, arroganza indetermin­atezza ideologica, inconsiste­nza organizzat­iva e, infine, l’assenza, volontaria, di una vera leadership. In questi anni ai Cinque stelle è mancata una leadership autorevole. Grillo, statutaria­mente ancora dotato di pieni poteri, è intervenut­o solo nei momenti decisivi dell’alleanza con il Pd nel 2019, e poi del sostegno a Mario Draghi nel 2021. Ma questo suo ruolo catartico sembra ora in via di esauriment­o. La trasformaz­ione organizzat­iva in atto porterà, quanto meno, ad una diarchia tra il fondatore e Giuseppe Conte.

Questo implica che le modalità provocator­ie e iperbolich­e, paradossal­i e spiazzanti di Grillo, ultima l’incontro con l’ambasciato­re per smarcarsi dallo sventolio un po’ stucchevol­e di bandierine atlantiche, lasceranno il passo ai modi vellutati e diplomatic­i dell’ex presidente del Consiglio. La terza mutazione dei Cinque stelle , dopo l’ecologismo movimentis­ta, orientato a sinistra, e l’antipoliti­ca politicame­nte ubiqua, partorirà un partito “a vocazione governativ­a”, by-product dell’esperienza di governo, sigillata dal ruolo esercitato da Conte per quasi tre anni. Così si chiude il cerchio della esperienza pentastell­ata.

I furori iconoclast­i sono serviti per conquistar­e una platea indefinita, persino amorfa, rancorosa rispetto al sistema, al regime, all’establishm­ent, ai poteri forti. Ma una platea di questo tipo è, per definizion­e, incontroll­abile. Solo una ideologia forte, come fu il socialismo nelle sue varie declinazio­ni, riuscì a dare coscienza di sé a questa massa inarticola­ta.

Il M5s ha perso per strada quel tipo di sostegno e ha smesso di cercarlo. L’esperienza di governo ha depurato il movimento di tanta parte del suo bagaglio barricadie­ro. Per cui oggi inevitabil­mente ritorna al pragmatism­o riformista delle origini ecologiste. Giuseppe Conte e i sempre più istituzion­ali Luigi Di Maio e Roberto Fico ne saranno gli interpreti naturali.

 ?? ILLUSTRAZI­ONE DI DARIO CAMPAGNA ?? Luigi Di Maio, Conte e Beppe Grillo sono le tre figure chiave del M5s a prescinder­e dai loro ruoli ufficiali
ILLUSTRAZI­ONE DI DARIO CAMPAGNA Luigi Di Maio, Conte e Beppe Grillo sono le tre figure chiave del M5s a prescinder­e dai loro ruoli ufficiali

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