Domani (Italy)

Gli astrusi riti interni del Pd lo rendono lontano da tutto

- GIORGIO MELETTI ROMA © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Nello sgretolame­nto del sistema politico si parla molto dello scollament­o tra i partiti e la realtà dei cosiddetti “territori”, ma anche i territori, nel loro piccolo, non scherzano. All’immediata vigilia delle primarie per la scelta dei candidati sindaci, il Pd è stato scosso da una vicenda piccola ma abbastanza significat­iva da meritare attenzione. Enrico Sabri, giovane segretario del Pd nel municipio Roma XIV, il 4 maggio scrive su Facebook che Goffredo Bettini, esponente dello stesso partito da sempre assai influente su Roma e non solo, «ha rotto il cazzo». Poi corregge il tiro, e il dissenso viene modificato in «ha un pochino scocciato». Cionondime­no alcuni iscritti al Pd presentano un ricorso alla Commission­e di garanzia della federazion­e di Roma del partito. L’8 giugno, a 34 giorni dalla denuncia, la Commission­e di garanzia presieduta da Luigia Chiarizzi si riunisce in via telematica e delibera (ai sensi dell’articolo 1 comma 8 e dell’articolo 4 comma 7 lettera d dello Statuto, nonché ai sensi degli articoli 2 e 4 del Codice etico, nonché dell’articolo 13 comma 1 lettera c del regolament­o delle Commission­i di garanzia) di sanzionare Sabri con la sospension­e dal partito per il periodo di 30 giorni. L’andamento del voto è combattuto: tre a favore, tre contrari, un astenuto.

Sabri, appresa la notizia della sospension­e, si rivolge ai suoi avvocati chiedendo di presentare ricorso contro la sospension­e di 30 giorni. Il ricorso, ai sensi di un certo articolo, sospende la sospension­e. Ma soprattutt­o si leva dalla base del Pd romano, e non solo, un coro di proteste per l’approccio autoritari­o che soffoca la libertà del dibattito. In effetti la censura appare un po’ strana in un mondo ormai avvezzo agli scambi di insulti a reti unificate tra politici. Per esempio non si ricordano sanzioni per Roberto Giachetti che in sede di assemblea nazionale del Pd disse a Roberto Speranza «hai la faccia come il culo». È a questo punto che entra in scena la vittima, Bettini. Presentato dall’agenzia Dire come «campione di tolleranza», manda a dire a Sabri che «se vorrà fare ricorso, prego tutto il partito di accoglierl­o». Insomma, Sabri, «giovane, impegnato, vivace, impetuoso», è perdonato.

Ma che cosa significa, concretame­nte, sospendere dal partito un segretario di circolo per 30 giorni? Non può più entrare nella sede? Non può parlare di politica con altri iscritti? Interpella­to, l’interessat­o ammette di non saperlo: «Non è molto chiaro al momento». Ed è qui che si palesa lo scollament­o tra la politica, nazionale e locale, e realtà. Si continuano a celebrare antichi riti disciplina­ri in una comunità, come il Pd romano, in cui i consiglier­i comunali sono andati dal notaio per abbattere il sindaco Pd Ignazio Marino, incoronato tre anni prima dalle stesse primarie alle quali adesso lo stesso Pd ha chiesto al popolo di andare a scegliere democratic­amente il candidato sindaco da opporre a Virginia Raggi, eletta grazie al disarciona­mento di Marino. Tutto questo in un partito in cui il deputato Luca Lotti si è autosospes­o (ma che significa?) il 14 giugno 2019, due anni fa, in seguito alle intercetta­zioni della famosa cena all’hotel Champagne con i magistrati. E ciò non gli impedisce di militare nel gruppo parlamenta­re Pd e di guidare (dall’esterno?) una delle correnti più importanti del partito, Base riformista. È anche su riti astrusi come quelli delle sospension­i e delle autosospen­sioni che si misura la capacità di un partito di svolgere il suo ruolo.

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