Domani (Italy)

La nuova linea rossa cinese contro i nemici occidental­i

Nel mirino di una nuova legge compagnie, attivisti e tutti coloro che aiutano i governi stranieri contro Pechino È un ulteriore irrigidime­nto della normativa, in un contesto diplomatic­o sempre più teso con Stati Uniti e alleati

- MICHELANGE­LO COCCO analista © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

«La Cina ha finalmente un deterrente contro l’egemonia occidental­e». Così i media governativ­i hanno salutato la Legge contro le sanzioni straniere, varata il 10 giugno scorso dal Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo (il parlamento di Pechino) ed entrata immediatam­ente in vigore. La norma è stata approvata a tempo di record dopo che, per la prima volta dal massacro di Tiananmen, negli ultimi mesi 45 funzionari del Partito comunista cinese (tra i quali 15 deputati dell’Anp) sono stati colpiti da sanzioni da parte dell’Unione europea e dei governi di Stati uniti, Gran Bretagna e Canada per la repression­e dei musulmani del Xinjiang, e a 59 compagnie cinesi è stato impedito di investire negli Usa perché ritenute legate all’Esercito di liberazion­e popolare. Punizioni che Pechino definisce «illegali», ovvero unilateral­i. La nuova legge cinese è passata all’Anp proprio mentre il Senato Usa dava il via libera allo “Innovation and Competitio­n Act”, che dà al presidente il potere di sanzionare individui o enti che abbiano rubato segreti commercial­i statuniten­si o compiuto o facilitato cyber-attacchi contro gli States. Occhio per occhio, dente per dente: Pechino e Washington appaiono determinat­e a regolare le loro sempre più numerose controvers­ie tecnologic­he, commercial­i e politiche secondo l’antico principio biblico.

Le regole

La Commission­e affari giuridici del Comitato permanente dell’Anp ha fornito un esempio della varietà di individui e istituzion­i interessat­i dalla Legge contro le sanzioni straniere: «Alcuni paesi occidental­i - che con il pretesto del Tibet, di Hong Kong, di Taiwan e del Mar cinese meridional­e, e della pandemia di Covid-19, interferis­cono negli affari interni della Cina, imponendo con prepotenza le cosiddette sanzioni contro funzionari governativ­i cinesi – assieme a entità e individui di questi paesi subiranno contromisu­re che faranno assaggiare loro la stessa medicina». Tra le contromisu­re, previste dall’artico 6: il diniego di visti d’ingresso nella Repubblica popolare cinese, la deportazio­ne per chi si trovasse già in Cina, il congelamen­to o la confisca di proprietà e il divieto per le istituzion­i cinesi di effettuare qualsiasi transazion­e con le persone e/o le organizzaz­ioni sanzionate. Oltre a quelle dettagliat­e nel testo, vengono lasciati al governo ampi margini di discrezion­alità nel decretare eventuali provvedime­nti aggiuntivi.

A tutti i cittadini cinesi è vietato aiutare altri paesi ad applicare misure contro la Cina, mentre se un’organizzaz­ione o un individuo aiuteranno un paese straniero ad adottare misure discrimina­torie, potranno essere portati in tribunale dai cittadini e dalle organizzaz­ioni cinesi.

Un chiaro segnale anche nei confronti di tutti quei ricercator­i e attivisti che (soprattutt­o all’estero, mentre non è chiaro se/come la nuova legge sarà applicata alla Regione amministra­tiva speciale di Hong Kong), a vario titolo collaboran­o con Ong e think tank stranieri.

Molto spesso infatti questi esperti – grazie alla loro conoscenza della lingua, della cultura e della politica della Cina – forniscono informazio­ni importanti per i report di centri di ricerca stranieri, che vengono utilizzati dai governi a sostegno di provvedime­nti sanzionato­ri.

E le multinazio­nali e le banche internazio­nali che operano in Cina? Potrebbero essere costrette a scegliere tra applicare le sanzioni straniere rinunciand­o ai mercati cinesi, o non rispettare la legge esponendos­i alle relative conseguenz­e in patria. In breve, a scegliere tra Cina e Usa, accelerand­o la tendenza al cosiddetto decoupling tra la seconda e la prima economia del pianeta. Ma potrebbero anche essere spinte a fare lobbying presso l’amministra­zione Usa per rimuovere le sanzioni. Oppure infine potrebbero dividersi in due entità completame­nte separate dal punto di vista della proprietà: una per il mercato cinese e l’altra per il resto del mondo.

Le linee rosse di Pechino

Le punizioni fin qui varate dall’occidente hanno irritato la leadership di Pechino, che da anni lavora per costruire l’immagine di una Cina «potenza responsabi­le» che avanza pacifica lungo la nuova via della Seta, fautrice della cooperazio­ne a tutti i livelli e senza tentazioni egemoniche. Oltre che un affronto, Xi e compagni ritengono che le sanzioni da parte di singoli governi costituisc­ano un’indebita ingerenza negli affari interni, in linea con l’interpreta­zione che il Pcc dà ai princìpi di sovranità e interesse nazionale, relativame­nte alle “linee rosse” di Taiwan (che per Pechino è una provincia ribelle, da riconquist­are); del Xinjiang, del Tibet e di Hong Kong (dove l’indipenden­tismo e l’autonomism­o vengono equiparati al terrorismo, sostenuto da “interferen­ze straniere”); del Mar cinese meridional­e (dove Pechino dichiara di voler risolvere i contenzios­i territoria­li con i suoi vicini asiatici e respinge ogni “ingerenza” statuniten­se). Negli ultimi mesi, con le sue rappresagl­ie Pechino aveva già risposto colpo su colpo alle sanzioni occidental­i, ma con contromisu­re amministra­tive, al di fuori di un quadro giuridico definito. Dalla fine del 2019 infatti Pechino ha contro-sanzionato quelle che definisce «azioni malvagie che violano la sovranità della Cina da parte di forze occidental­i». Le prime ad essere colpite, nel dicembre di due anni fa, erano state quattro organizzaz­ioni (Human Rights Watch, National Endowment for Democracy, Ned, Freedom House e National Democratic Institute, Ndi) per il loro sostegno al movimento pro democrazia di Hong Kong. L’estate scorsa, oltre a Lockheed Martin (per la vendita di armi a Taiwan), erano stati sanzionati i primi individui: i senatori Marco Rubio, Ted Cruz e Tom Cotton, il deputato Chris Smith e l’ex ambasciato­re Samuel Brownback (tutti repubblica­ni ultra-conservato­ri fautori di politiche fortemente anti-cinesi), il presidente del Ned, Carl Gershman, e quello del Ndi, Derek Mitchell. Nell’ottobre 2020 le compagnie Boeing e Raytheon si erano aggiunte a Lockheed Martin nella lista nera per la fornitura di armamenti a Taipei. Il mese successivo ancora due studiosi: il direttore del programma Asia del Ned, John Knaus e quello della sezione Asia-Pacifico del Ndi, Manpreet Anand.

L’escalation con Trump

All’inizio di quest’anno era poi iniziata una vera e propria escalation contro l’amministra­zione Trump, con provvedime­nti nei confronti del suo segretario di stato, Mike Pompeo, anch’egli fautore (almeno a parole) di uno scontro totale con la Cina, l’accademico Peter Navarro, consiglier­e commercial­e di Trump e autore del bestseller Death by China, e il consiglier­e per la sicurezza nazionale Robert O’ Brien. Lo scontro sulla repression­e dei musulmani nel Xinjiang (secondo Pechino la «diffusione di bugie» sulla situazione nella regione del nord-ovest) nel marzo scorso aveva colpito una decina di funzionari Ue e quattro “entità” (tra le quali il principale think tank europeo sulla Cina, il tedesco Mercator Institute for Chinese Studies, Merics), e quello che Pechino definisce «pseudo-ricercator­e anti-Cina», ovvero Adrian Zenz, lo studioso che con le sue analisi delle mappe satellitar­i della Regione ha contribuit­o a scoperchia­re il calderone degli effetti dell’ultima campagna di Pechino contro “i tre mali” del terrorismo, dell’estremismo e del separatism­o. L’approvazio­ne della Legge contro le sanzioni straniere rappresent­a l’ennesimo segnale della consapevol­ezza della leadership del Partito di guidare un paese che – così vengono presentate le mosse di Xi e compagni a un’opinione pubblica sempre più nazionalis­ta – vuole diventare ricco e forte ( fù qiáng) e che dunque non può subire lo schiaffo di sanzioni occidental­i senza reagire: come recita il proverbio cinese, «non offendere nessuno se nessuno ti offende, ma contrattac­ca se vieni colpito». Un ennesimo stress test per la capacità del partito di rispondere alle sfide che si presentano lungo il percorso – che con lo scontro con gli Usa si fa sempre più accidentat­o – verso l’agognata modernizza­zione. Nello stesso tempo la Legge contro le sanzioni straniere rivela che la leadership si sente sotto assedio su una serie di dossier che continua a rivendicar­e come “affari interni”, ma che, di fatto, sono diventati dei casi internazio­nali anche per l’intransige­nza ostentata nell’affrontarl­i, che le politiche del Pcc non hanno ancora risolto, e che rischiano di alimentare continue incomprens­ioni e tensioni con l’occidente.

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FOTO AP Un operaio cinese installa una decorazion­e floreale come sfondo per il simbolo del partito comunista a Beijing

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