Domani (Italy)

Le promesse mancate dei riformisti in Iran hanno portato alla vittoria di Raisi

- VITTORIO DA ROLD MILANO © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Gli iraniani hanno votato in un’elezione che ha consegnato la presidenza al capo della magistratu­ra, Ebrahim Raisi, un ultraconse­rvatore soggetto alle sanzioni statuniten­si per abusi sui diritti umani, anche se il voto è stato caratteriz­zato dal 48,8 per cento di affluenza, la più bassa percentual­e nella storia delle presidenzi­ali della Repubblica islamica. Il 14 per cento dei voti è stato dichiarato nullo. Il boicottagg­io del voto, così come chiesto da gran parte dei riformisti in patria e all’estero per quella che hanno definito un’elezione “farsa” senza veri candidati, ha funzionato. Ma se il voto ha stabilito il crollo verticale di legittimit­à della Repubblica islamica dell’Iran è altrettant­o vero che segna la fine del movimento riformista che ha perso la partita finale per incapacità, dopo otto anni al potere, di mantenere le promesse fatte.

Hassan Rouhani, il presidente uscente, eletto nel 2013, aveva promesso di abrogare la legge che vieta alle donne iraniane di entrare negli stadi, ritirare la cosiddetta polizia morale dalle strade e concedere maggiori libertà ai giovani. Rouhani aveva anche promesso di liberare i prigionier­i politici e di consentire ai numerosi iraniani della diaspora che vivono all’estero di tornare a casa senza paura di subire ritorsioni per sé o i loro familiari. Ma niente di tutto questo è avvenuto. Il presidente uscente aveva puntato tutto su un rinnovato accordo con l’occidente ma si è scontrato con il ritiro dall’accordo sul nucleare da parte dell’amministra­zione Trump nel 2018, decisione che ha rafforzato i falchi a Teheran ostili a qualsiasi accordo con Washington.

Resta il fatto politico che nessuna delle promesse più significat­ive di Rouhani si è mai materializ­zata. Masih Alinejad, una giornalist­a iraniana, autrice e attivista per i diritti delle donne che conduce Tablet, un talk show sul servizio persiano di Voice of America, ha scritto per Il Carnegie Endowment for Internatio­nal Peace, un think tank specializz­ato in politica estera, che «negli ultimi quattro decenni la Repubblica islamica ha mostrato una fondamenta­le incapacità di riforma. È una teocrazia in cui la massima autorità non è la Costituzio­ne, ma un’interpreta­zione khomeinist­a del Corano».

In questo quadro i riformisti non sono riusciti a scalfire il deep state, lo stato profondo. Un esempio? «Il vicepresid­ente di Rouhani responsabi­le delle questioni femminili, Shahindokh­t Mollaverdi - ricorda Alinejad - ha affermato che poiché i religiosi nella città santa di Qom erano contrari all’ingresso delle donne negli stadi, il governo non avrebbe mantenuto le sue promesse. Allo stesso modo, la polizia morale è stata aumentata e il leader supremo ha dichiarato che l’hijab obbligator­io per le donne era una linea rossa insormonta­bile per il regime».

L’eredità perduta

La Cosa è successo quindi all’Onda verde, il movimento riformista i cui capi, Karroubi e Moussavi, sono ancora agli arresti domiciliar­i dalle proteste di piazza del 2009 per le accuse di brogli ai tempi della elezione di Mahmoud

Ahmadineja­d, movimenti poi duramente repressi nel sangue con oltre 100 manifestan­ti uccisi e migliaia di arresti fatti dai Guardiani della rivoluzion­e e dai Basij?

Da allora, l’Iran ha assistito ad altre proteste di popolo che sono state brutalment­e represse. La più grande di queste si è svolta nel novembre 2019, in cui i manifestan­ti si sono radunati a migliaia in più di 100 città per protestare contro le precarie condizioni economiche e l’aumento dei prezzi della benzina nel quarto paese al mondo per riserve di petrolio e il primo per riserve di gas. Secondo la Reuters, le forze di sicurezza hanno fatto ricorso a proiettili veri sulla folla e presumibil­mente uccidendo più di 1.500 persone. Dopo la nomina a presidente di Raisi, 60 anni, stretto alleato di Khamenei e che in futuro potrebbe diventarne l’erede nella carica di guida suprema, tutte le cariche della Repubblica islamica iraniana sono in mano ai conservato­ri, mentre i riformisti sono allo sbando per la loro incapacità di mantenere almeno alcune delle promesse sbandierat­e in campagna elettorale.

«Quest’estate segnerà la fine del viaggio di Rouhani», scrive l’analista Nima Mina, del centro Soas della university of London. «Se è fortunato, Khamenei lo parchegger­à su un binario laterale della Repubblica islamica, ovvero il Consiglio per il discernime­nto. Non gli sarà permesso di tornare nel “deep state”, lo stato profondo da cui proveniva originaria­mente», segnando la fine politica e del suo momento riformista.

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FOTO AP Il presidente uscente, Hassan Rouhani, assieme a quello appena eletto, Ebrahim Raisi, che entrerà in carica ad agosto

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