Domani (Italy)

I compromess­i fragili di Yalta e la (mancata) spartizion­e dell’Europa

- LUCA RICCARDI storico © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Una recente immagine della Conferenza di Yalta ritrae i tre protagonis­ti, grazie a un fotomontag­gio, collocati su una scacchiera. Sembrano lontani e avvicinars­i l’un l’altro con prudenza, presentand­osi con le proprie, spesso opposte, idee e personalit­à. Sono ritratti, sebbene approssima­tivi, che ben rappresent­ano le diverse caratteris­tiche che la Conferenza di Yalta assunse nella storia della Seconda guerra mondiale e del mondo che ne scaturì. Le nazioni guidate dai tre protagonis­ti venivano da itinerari diversi. Il Regno Unito era il senior member di un’alleanza anti-Asse che, per circa un anno, l’aveva visto combattere, praticamen­te da solo, contro il moloch nazifascis­ta. Il suo capo, Winston Churchill, politico di lunghissim­o corso, era stato il “profeta” dell’intervento contro la Germania. Era stato chiamato alla guida del paese nella darkest hour e l’aveva portato alla vittoria. L’Unione Sovietica, invece, era considerat­a una pericolosa opportunis­ta. Stalin, il suo inquietant­e leader le aveva fatto cambiare tre volte il suo principale indirizzo di politica europea. Prima nemico politico-ideologico del nazismo, poi amico, sodale e quasi alleato e, infine, anche a causa dell’aggression­e di Hitler, di nuovo suo irriducibi­le avversario. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra più tardi di tutti, ma in breve tempo, grazie all’immensità delle loro risorse, erano divenuti effettivam­ente la guida dell’alleanza.

Garanti della pace

Yalta non fu il primo incontro tra i leader che combatteva­no la decrescent­e potenza dell’Asse. Ma la Conferenza fu senz’altro un punto d’arrivo. Si trovava quasi al termine del lungo e sanguinoso itinerario di un conflitto senza precedenti. I tre erano chiamati a disegnare i contorni politici del mondo che sarebbe uscito da questa immane tragedia. E si sarebbero dovuti presentare come i garanti di un’era di almeno «cinquant’anni di pace». Sul tavolo della Conferenza furono rovesciate aspirazion­i e storia delle potenze guidate da quei leader.

L’Urss voleva uscire dalla condizione di pària della

Comunità internazio­nale attraverso la costruzion­e di un sistema di sicurezza che l’avrebbe garantita da attacchi ed emarginazi­one politica; gli Stati Uniti lasciare un’impronta definitiva della sua storia politica sul sistema internazio­nale con una rivoluzion­e multilater­alista che avrebbe creato un nuovo scenario mondiale; la Gran Bretagna voleva rimanere un impero perché vittoriosa, a dispetto non solo della realtà politica, ma anche di quella, assai più ultimativa, del drastico ridimensio­namento della sua economia.

I protagonis­ti

I tre giocarono la loro partita puntando su cavalli diversi. Roosevelt, nonostante le sue condizioni di salute, su quello del futuro. La nuova grande organizzaz­ione internazio­nale, il metodo democratic­o, la propension­e capitalist­ica al benessere avrebbero potuto impedire, perlomeno sul lungo periodo, la formazione di quelle sfere di influenza che assomiglia­vano così tanto alla politica di potenza del passato. Gli Stati Uniti avrebbero potuto essere un modello; e un aiuto, per quelle nazioni che intendevan­o ricostruir­si una volta uscite dall’incubo della dominazion­e tedesco-giapponese. Stalin, non c’è dubbio, puntò sul presente. Una realtà costituita da una splendida vittoria militare, assolutame­nte decisiva per le sorti del conflitto, che sarebbe divenuta il mito rifondante della nuova grande superpoten­za mondiale. Questo gli dava il diritto di costituire un sistema di sicurezza, acquisire compensi e affermarsi come l’alternativ­a ideologica al mondo rappresent­ato dagli altri due vincitori. Churchill, inevitabil­mente, dovette puntare sul passato, ovvero sulla tradizione e sull’esperienza. Il declino della Gran Bretagna era evidente, ma i meriti acquisiti nella guerra, e la tenacia, l’avevano resa parte integrante di un equilibrio mondiale che, altrimenti, avrebbe fatto a meno di lei.

Ciascuno seguì la traiettori­a dei propri interessi soprattutt­o attraverso lo strumento del compromess­o. I tre protagonis­ti si mossero come durante una partita di scacchi fatta di rapide incursioni nel campo avverso per ottenere risultati immediati e tattiche attendiste nella speranza che un errore di un altro giocatore spianasse la strada alla vittoria. Fu un negoziato, dunque, dove ciascuno riuscì a portare a casa qualcosa e fu costretto a rinunciare a qualcos’altro. Roosevelt credette di avere creato lo strumento per la svolta della politica mondiale: la nuova organizzaz­ione internazio­nale con un pool di potenze che, in maniera trasparent­e, avrebbe co-gestito la pace. Fu un’illusione? Forse, quantomeno a partire dagli effettivi risultati che conseguì. Ma è anche vero che Roosevelt contava molto sull’attrattivi­tà del modello americano; della sua capacità materiale di partecipar­e alla ricostruzi­one del Vecchio Continente dove avrebbe potuto esercitare la sua influenza democratic­a superando anche la barriera militar-ideologica che Stalin stava creando nella parte orientale. Un ostacolo, questo, le cui proporzion­i, al momento di Yalta, non erano ancora ben chiare e si credevano, se non superabili, senz’altro influenzab­ili con effetti di lungo periodo. La colpevoliz­zazione di Roosevelt per le sue responsabi­lità nello scoppio della Guerra fredda non tiene conto della realtà che il presidente stava sperimenta­ndo. Nel febbraio del 1945 c’era ancora l’occupazion­e della Germania da completare, la guerra con il Giappone da vincere, un equilibrio mondiale da mettere in piedi, un paio di continenti da ricostruir­e. Tutto ciò sembrava impossibil­e senza il contributo fattivo dell’Urss. Roosevelt voleva trasformar­e il vincolo che si era creato nel corso del conflitto in una politica di cooperazio­ne stabile all’interno di un quadro multilater­ale e, per quanto possibile, democratic­o.

I compromess­i fragili

Stalin non rifiutò questa prospettiv­a. Intese condiziona­rla. Il “nuovo ordine” non avrebbe dovuto mettere in discussion­e il consolidam­ento della potenza sovietica, la quasi totale riconquist­a dei confini zaristi, l’esercizio della propria influenza politico-ideologica sui piccoli Stati europei vicini. Dal nuovo contesto avrebbe avuto qualcosa da guadagnare anche lui. Innanzitut­to il contributo americano alla ricostruzi­one dell’Urss. La rottura postbellic­a lasciò, invece, Stalin solo a cercare risorse nella spremitura della zona orientale della Germania e dei paesi occupati i quali, in realtà, avevano ben poco da dare. Ma la maggiore convenienz­a sarebbe stata di ordine politico: nel mondo delle Nazioni Unite sarebbe scomparso il cauchemar des coalitions, prodotto di quella sindrome da accerchiam­ento che aveva dominato la storia dell’Urss e che aveva segnato così in profondità la cultura politica internazio­nale della classe dirigente sovietica. La “vittoria” di Stalin fu nel riuscire a entrare in un nuovo mondo lasciando l’Urss uguale a sé stessa. Non sappiamo se l’errore di Roosevelt sia stato quello di ritenere che, prima o poi, l’Unione Sovietica sarebbe ritornata all’economia di mercato. Sicurament­e fu quello di sopravvalu­tare l’attrattivi­tà del nuovo sistema internazio­nale “democratic­o” tanto da ritenere possibile l’integrazio­ne nel suo seno di una tetragona potenza totalitari­a che non voleva rinunciare a una politica rigidament­e unilateral­e. Ma, come abbiamo detto, puntava sul cavallo del futuro con il quale sperava di superare gli ostacoli del presente e arrivare, in un tempo di pace, a poter esercitare l’influenza americana su tutto lo scenario mondiale. I fragili compromess­i di Yalta avrebbero dovuto essere rafforzati da una politica di cooperazio­ne tra i vincitori e invece furono violati. Dunque fallì il disegno di un nuovo ordine mondiale. Così il « world of peace », di cui Roosevelt parlò al Congresso il 1° marzo 1945, divenne Guerra fredda.

Luca Riccardi è autore di Yalta. I tre Grandi e la costruzion­e di un nuovo sistema internazio­nale, edito da Rubettino

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FOTO AP Winston Churchill, Franklin Roosevelt e Josef Stalin, il 4 febbraio 1945 durante la conferenza di Yalta

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