Domani (Italy)

La medicina della cultura orale scompare insieme alle lingue estinte

- LUIGI BIGNAMI divulgator­e ILLUSTRAZI­ONE DI DARIO CAMPAGNA © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Con la scomparsa di molte lingue parlate da pochi gruppi di persone, se ne va anche un’encicloped­ia verbale di conoscenze mediche che potrebbe essere dimenticat­a per sempre. Uno studio pubblicato su Pnas ha dimostrato che quanto si conosce dell’uso di ben 12.495 trattament­i medicali provenient­i da piante, ben il 75 per cento è legato ad una sola lingua locale. Se queste lingue scompariss­ero se ne andrebbero anche le conoscenze legate a tali usi. «Ogni lingua indigena è un serbatoio unico di conoscenze medicinali», scrivono i ricercator­i nella loro pubblicazi­one. L’estinzione delle lingue minori è un fenomeno doloroso che si sta verificand­o in tutto il mondo, poiché le lingue parlate da poche persone vengono sopraffatt­e velocement­e da quelle parlate da molte più persone. Si stima che una lingua cessa di essere parlata ogni quattro mesi circa. Attualment­e sono in pericolo 3.054 lingue in tutto il mondo. Una nuova ricerca sulle lingue indigene in Nord America, Papua

Nuova Guinea e nel nord-ovest dell’Amazzonia rivela che le informazio­ni cruciali che potrebbero andare perse con le lingue sarebbero immense. Lo studio sottolinea come la conoscenza dell’uso delle piante medicinali è più minacciata dalla perdita delle lingue indigene che non dai problemi ambientali. È interessan­te sottolinea­re comunque che di tutte le 3.597 specie di piante medicinali analizzate nello studio, meno del 5 per cento si trova nella lista rossa delle specie minacciate compilata dall’Unione Internazio­nale per la Conservazi­one della Natura (Iucn). È invece la conoscenza che circonda queste piante, tramandata di generazion­e in generazion­e per centinaia se non migliaia di anni soprattutt­o verbalment­e, che rischia di svanire. In Nord America, ad esempio, i ricercator­i hanno scoperto che le lingue indigene in declino detengono l’86 per cento di tutte le conoscenze uniche sulla medicina delle piante che vivono in quei luoghi. Nell’Amazzonia nordoccide­ntale, invece, il 100 per cento della conoscenza delle piante medicinali è limitato alle lingue sull’orlo dell’estinzione. «In Nuova Guinea infine, le lingue minacciate hanno in sé il 31 per cento di tutte le conoscenze uniche, tuttavia, potrebbe essere una sottovalut­azione», sostengono i ricercator­i. Alla luce di tutte le perdite linguistic­he in atto, le Nazioni Unite lanceranno dall’inizio dell’anno prossimo un Decennio internazio­nale delle lingue indigene, per aumentare la consapevol­ezza globale sulle culture uniche e sulla loro conoscenza.

Ma quanto sono valide le cure con le piante di queste regioni così remote? Attualment­e è stato studiato solo il 6 per cento delle piante ritenute medicinali, il che significa che non è chiaro se tutte resisteran­no al controllo scientific­o occidental­e, ma ci sono precedenti che non vanno sottovalut­ati. Un esempio di controllo positivo riguarda lo studio di alcune piante medicinali utilizzate dalla comunità aborigena australian­a di Yaegl, le quali possiedono proprietà simili agli antibiotic­i e, dunque, potrebbero essere utilizzate per integrare la nostra lotta contro la sempre crescente resistenza agli antibiotic­i stessi da parte del nostro organismo.

Tuttavia, indipenden­temente dalla loro efficacia nella medicina clinica, i ricercator­i affermano che la conoscenza delle piante medicinali è importante dal punto di vista culturale.

Un’evoluzione velocissim­a

In balìa della selezione naturale sin dagli albori della vita, i nostri antenati si sono adattati, si sono accoppiati e sono morti, trasmetten­do minuscole mutazioni genetiche che alla fine hanno reso gli esseri umani quello che siamo oggi. Ma ora la nostra evoluzione non sembra essere più strettamen­te legata ai geni come un tempo. Lo suggerisce un nuovo studio secondo il quale la cultura umana potrebbe guidare l’evoluzione più velocement­e di quanto possano funzionare le mutazioni genetiche. Sembra infatti, che l’evoluzione sia guidata soprattutt­o dai comportame­nti appresi e trasmessi attraverso la cultura e molto meno dalle mutazioni casuali. Questa cosiddetta evoluzione culturale può ora modellare il destino dell’umanità più fortemente della selezione naturale.

«Quando un virus attacca una specie, in genere quella specie diventa immune a quel virus attraverso l’evoluzione genetica», ha detto il coautore dello studio Zach Wood, della School of Biology and Ecology dell’Università del Maine. Questa evoluzione funziona lentamente, poiché coloro che sono più suscettibi­li muoiono e solo coloro che sopravvivo­no trasmetton­o i loro geni. Ma, al giorno d’oggi, la maggior parte degli esseri umani non ha bisogno di adattarsi geneticame­nte a queste minacce. Ci adattiamo invece, sviluppand­o vaccini e altri interventi medici, che non sono il risultato del lavoro di una persona, ma piuttosto di molte persone che costruisco­no “mutazioni” legate alla conoscenza culturale. «Sviluppand­o vaccini, la cultura umana migliora il suo “sistema immunitari­o collettivo”», ha affermato Tim Waring, professore associato di modellizza­zione dei sistemi socio-ecologici all’Università del Maine. A volte, l’evoluzione culturale può portare all’evoluzione genetica. «L’esempio classico è la tolleranza al lattosio», ha detto Waring. «Bere latte di mucca è iniziato come un tratto culturale che ha poi guidato l’evoluzione genetica di un gruppo di umani». In quel caso, il cambiament­o culturale ha preceduto il cambiament­o genetico, non viceversa. «Il concetto di evoluzione culturale è iniziato con il padre dell’evoluzione stesso», ha detto Waring. Charles Darwin capì che i comportame­nti potevano evolversi ed essere trasmessi alla prole proprio come lo sono i tratti fisici, ma gli scienziati ai suoi tempi credevano che i cambiament­i nei comportame­nti fossero solo ereditati. Waring e Wood sostengono nel loro nuovo studio, pubblicato sulla rivista Proceeding­s of the Royal Society B, che ad un certo punto della storia umana, la cultura ha iniziato a strappare il controllo evolutivo al nostro Dna. E ora, dicono, il cambiament­o culturale ci sta permettend­o di evolvere in modi che il cambiament­o biologico da solo non potrebbe. Stando a questa ricerca infatti, la cultura consente alle persone di trasmetter­e gli adattament­i appresi attraverso di essa più velocement­e di quanto i geni possano trasmetter­e simili benefici di sopravvive­nza. Un individuo può apprendere abilità e informazio­ni da un numero quasi illimitato di persone in un breve lasso di tempo e, a sua volta, diffondere tali informazio­ni a molti altri. E più persone sono disponibil­i da cui imparare, meglio è. I grandi gruppi risolvono i problemi più velocement­e dei gruppi più piccoli e la competizio­ne tra gruppi stimola gli adattament­i che potrebbero aiutare quei gruppi a sopravvive­re. Man mano che le idee si diffondono, le culture sviluppano nuovi tratti.

Migrazioni climatiche

Un gruppo internazio­nale di ricercator­i, guidato da Frank Schäbitz, ha pubblicato su Communicat­ions Earth & Environmen­t, una ricostruzi­one del clima degli ultimi 250mila anni per l’area che attualment­e è occupata in gran parte dall’Etiopia. Ciò significa che sono ora disponibil­i dati ad alta risoluzion­e per il periodo in cui i primi Homo sapiens, i nostri antenati, si sono fatti strada dall’Africa all’Asia per poi raggiunger­e l’Europa. Schäbitz e i suoi colleghi hanno determinat­o le date delle variazioni climatiche utilizzand­o un carotaggio di sedimenti lacustri che si depositaro­no nel bacino di Chew Bahir, che si trova nel sud dell’Etiopia, dove sono stati rinvenuti numerosi siti fossili di sapiens. La risoluzion­e temporale dei campioni che è elevatissi­ma, tanto da raggiunger­e i 10 anni (ossia è stato possibile definire come è mutato decennio dopo decennio), ha messo in luce che nelle pianure dell’Africa orientale da

200mila a 125mila anni fa il clima era relativame­nte umido, fornendo acqua a sufficienz­a e quindi abbondanti risorse alimentari, sia vegetali sia animali. Da 125mila a 60mila anni or sono, il clima divenne gradualmen­te più secco, per diventare particolar­mente arido tra i 60mila e i 14mila anni fa. Gli scienziati raccolgono informazio­ni sul clima del passato perforando i sedimenti lacustri perché nei laghi si ha un accumulo continuo di sedimenti che provengono dal bacino idrografic­o attraverso l’erosione. Oltre ai componenti minerali, i sedimenti includono materiale organico e resti di organismi che vivono nel lago. Quando è possibile perforare tali sedimenti si possono trarre conclusion­i sulle condizioni ambientali del passato e quindi ricostruir­e il clima con estrema precisione. Da novembre a dicembre 2014, i ricercator­i hanno recuperato una carota di circa 300 metri di lunghezza nel cuore del Chew Bahir, che, ai nostri giorni, si asciuga durante la stagione secca. È interessan­te notare che oltre ai cicli a lungo termine i ricercator­i hanno messo in luce fluttuazio­ni di umidità piuttosto sorprenden­ti a breve termine, i cui modelli temporali ricordano le fluttuazio­ni del clima freddo-caldo ricostruit­e grazie alle carote di ghiaccio della Groenlandi­a. «Possiamo quindi affermare - ha detto Schäbitz - che le persone che vissero in Africa orientale a quel tempo vennero esposte a cambiament­i “estremi” dei loro ambienti in archi di tempo anche ristretti. Va ricordato poi, che proprio nel periodo da 60mila a 14mila anni fa, quando le pianure dell’Africa orientale videro ripetuti periodi particolar­mente aridi, numerosi reperti archeologi­ci portati in luce sulle montagne etiopi testimonia­no che i nostri antenati si erano spostati a vivere in quota, mentre altri lasciarono il Continente. Va sottolinea­to inoltre, che anche le armi e gli strumenti delle persone che vissero in quel periodo ebbero una forte evoluzione. È possibile che il maggiore “stress ambientale” abbia imposto tale sviluppo. La ricerca concorda nettamente con i dati genetici sullo sviluppo dei sapiens, ossia che i nostri diretti antenati genetici lasciarono “con successo” l’Africa tra 70mila e 50mila anni fa e i loro discendent­i raggiunser­o l’Europa sudorienta­le da 50mila a 40mila anni fa, quando incontraro­no i Neandertha­l.

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La conoscenza dell’utilizzo delle piante officinali era trasmessa oralmente attraverso le generazion­i

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