Domani (Italy)

Gli scrittori hanno smesso di fuggire dalla provincia

Per anni le grandi città sono stati i punti aggregator­i, la meta da raggiunger­e per contare davvero qualcosa Poi le cose sono cambiate e non solo a causa della pandemia. Chi ha potuto ha riscoperto le terre di origine

- GERMANA URBANI scrittrice Chi se non noi , © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

«Tutto questo lo sai e sai dove comincia / la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia».

Canta così Guccini, nella sua Canzone quasi d’amore: la provincia, almeno per i giovani e gli artisti che vi sono nati, è grazia e tedio ad un tempo e lo è sempre stata, luogo dell’anima e al tempo stesso luogo da cui fuggire verso la grande città, luogo da dimenticar­e.

Già Gustave Flaubert raccontava in splendide pagine una Emma Bovary annientata dalla noia del vivere nel piccolo villaggio di Tostes in cui era stata confinata dal marito, lei che sognava Parigi e le sue luci splendenti. E la letteratur­a italiana ha spesso rimandato l’idea della provincia come luogo asfissiant­e, «privo di lusinghe», ricco casomai di quella virtù «buona e casalinga» cantata da Gozzano che tra le colline del Canavese incontra e s’innamora degli occhi «d’un azzurro di stoviglia» della signorina Felicita, fanciulla «quasi brutta» ma genuina, aliena dalla mondanità artefatta della città.

Odio e amore

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via, scrive Cesare Pavese ricordando le Langhe della sua giovinezza. Certo, basta scorrere il catalogo della letteratur­a del Novecento per verificare quanto la provincia italiana sia stata al tempo stesso fonte d’ispirazion­e per i nostri migliori autori. Ci si potrebbe scrivere una guida turistica, a seguirne i percorsi esistenzia­li e narrativi, come quella che qualche anno fa il giornalist­a Sergio Frigo ha dedicato alla sua terra ( I luoghi degli scrittori veneti, Mazzanti Libri) conducendo il lettore dalle Basse agricole e depresse di Ferdinando Camon alla Treviso di Giovanni Comisso, dall’Altopiano di Mario Rigoni Stern al Piave di Zanzotto.

Eppure, lungo tutto l’arco del secolo che abbiamo alle spalle, nulla ha mai saputo realmente affrancarl­a dalla sua condizione di percepita marginalit­à, se non economica certamente politica, sociale, culturale. Eden adolescenz­iale nostalgica­mente rievocato, angusto recinto da denunciare nelle sue grettezze. In un caso come nell’altro, punto di partenza e mai d’approdo, al più buen ritiro del vincitore o rifugio dello sconfitto.

Verso la città

Ma la vita, quella vera, nella percezione comune ha sempre pulsato altrove. Anzi, nella narrazione ufficiale che si è andata dipanando dal dopoguerra agli anni del miracolo economico e della cultura di massa, l’Italia delle cento città, dei campanili orgogliosa­mente ostentati, delle mille sfumature dialettali è stata a lungo ridotta a pochi poli capaci di esercitare una forza d’attrazione fenomenale e trasversal­e: Roma e Milano in primo luogo, con la loro caratura politica ed economica, ma anche Torino capitale dell’auto, Napoli capitale del sud con la sua eredità borbonica, Firenze capitale della lingua. In città erano i gangli del potere e dell’organizzaz­ione sociale, culturale, economica. La città ha plasmato la lingua ospitando i grandi mezzi di comunicazi­one, ha amalgamato un popolo ricevendo i flussi di emigrazion­e interna in periferie sempre più estese. Alla città bisognava “arrivare”, dalla provincia bisognava affrancars­i.

Il ritorno

Da qualche tempo, però, si ha la sensazione che la provincia stia ritrovando una sua identità e una inedita centralità. Se una nuova generazion­e di scrittori nata in provincia guarda e racconta le sue terre con uno sguardo profondame­nte diverso dal passato, forse è anche perché un’epoca è ormai alle nostre spalle, con le sue luci e le sue ombre. Probabilme­nte il Covid ci ha messo del suo. Abbiamo scoperto tutto d'un tratto quanto le città, se solo si spengono le luci dei locali notturni, possano trasformar­si in prigioni alienanti. Abbiamo faticato a vivere in spazi angusti, pensati al più per tornarci la sera. Abbiamo sofferto la mancanza di solidi legami familiari e comunitari, quando il lockdown ci ha privato dell'abituale socialità. E siamo scappati, quantomeno chi era nelle condizioni di farlo, domandando­ci se non fosse giunta l'ora di pensare a un futuro diverso.

Ma l'emergenza non basta a spiegare un cambiament­o più profondo e sostanzial­e, nello sguardo e nelle ambizioni. È che sono bastati vent'anni a fare del mondo qualcosa di radicalmen­te diverso, travolgend­o categorie, stili di vita, forme di comunicazi­one con una velocità impression­ante. Più avanza la globalizza­zione e più le nostre città-capitali si dimostrano incapaci di conservare il ruolo esercitato fino a ieri. Se paragonate alle metropoli cinesi o africane, Milano o Roma sono ben poca cosa in termini demografic­i. Sullo scenario internazio­nale non determinan­o gli stili di vita, non condiziona­no la lingua né detengono un potere reale. Tutta l’Italia, paradossal­mente, è un angolo provincial­e dell’impero globale, in cui le gerarchie tra territori si smorzano fino quasi a scomparire.

E se le nuove tecnologie hanno ridotto le distanze – come ci ha insegnato l’ubriacatur­a da smart working legata alla pandemia – ecco che può prendere (o, forse meglio, riprendere) forma una realtà policentri­ca, reticolare, in cui il radicament­o alla propria terra non è necessaria­mente in contrasto con la ricerca di un palcosceni­co più ampio, in cui storie, nomi, pensieri possono tornare a esibire orgogliosa­mente la propria identità senza rinunciare all’ambizione di parlare a tutti.

Forse è questo che ci rimarrà come migliore lascito di una lunga e incompiuta stagione politica segnata da un termine, federalism­o, che pare oggi scomparso dal dibattito pubblico. Quella che si affaccia oggi alle scene è una generazion­e di scrittori nata assieme alle Regioni, che ha vissuto sui banchi di scuola le tante sperimenta­zioni e collaboraz­ioni col territorio legate all’autonomia, che ha respirato il moltiplica­rsi di centri studi, pubblicazi­oni, riviste, i progetti di riscoperta dei dialetti o di promozione di un turismo policentri­co. Una generazion­e per la quale essere “veneti”, “marchigian­i”, “liguri” non è solo un dato anagrafico ma culturale, che ne segna profondame­nte le opere.

L’elenco è lungo e copre quasi omogeneame­nte l’intera Italia: c’è la Messina che fa da sfondo alle opere di Nadia Terranova, la Maremma di Teresa Ciabatti, Sandro Campani e l’appennino Tosco-Emiliano, Fabio Genovesi con la Versilia, Silvia Avallone con Piombino, Giulia Caminito che ambienta il suo ultimo romanzo ad Anguillara Sabazia sul lago di Bracciano. Un paese reale che pure, al lettore sprovvisto di carta geografica, fa certamente sorgere la domanda: esiste davvero? E dov’è?

Anche il mio romanzo è ambientato in un luogo sconosciut­o ai più, un lembo di terra asciutta incisa dalla foce a delta del fiume più grande d’Italia. Una terra povera, sommersa dall’acqua molte volte, storicamen­te rimasta indietro e, fortunatam­ente, preservata nella sua selvaggia identità naturale: un misto d’acqua, sabbia, alberi, animali, uomini. Qualcuno, strizzando l’occhio ai turisti, vorrebbe definirla la Camargue del Veneto. Ma sbaglia. Il delta del Po polesano ha un carattere così marcato, è tale la sua potenza evocativa per l’uomo o l’artista che lo attraversi, che non serve inventare nulla per rendergli bellezza e onore. Lo sapevano bene Gianni Celati e Luigi Ghirri che ne hanno colto il valore profondo e lo hanno saputo fermare in parole e immagini esemplari.

Certo non si tratta solo di nominare i luoghi della provincia, perché un romanzo non ha bisogno di dati geografici reali. Lo dimostrano opere amatissime dai lettori come la Trilogia della pianura di Kent Haruf, la cui fortuna letteraria probabilme­nte sarebbe la stessa se la Holt che tutti noi abbiamo immaginato, entrando nella ferramenta di Dad, percorrend­o Mainstreet o imboccando una strada verso i campi con le montagne all’orizzonte, fosse reale e non inventata.

Io ho scelto di fare del Delta non una quinta ma un protagonis­ta, in costante dialogo con gli altri protagonis­ti del mio romanzo. Quasi una scelta politica prima che letteraria. Mi sono resa conto, “formicolan­do” e smarrendom­i in quelle zone, che i toponimi geografici avevano un carattere così forte da non poterne farne a meno: un luogo che si chiama Ocaro, mi sono chiesta incontrand­olo, da quante oche in volo sarà stato attraversa­to nel corso dei secoli? E già questa, mi rispondevo, sarebbe una storia degna di essere raccontata.

Una larga pianura

C’è un’unica larga pianura in Italia percorsa e plasmata nei secoli dal corso d’acqua più importante della penisola. Questo mastodonte acquatico si spande e respira con i suoi affluenti lambendo paesi e campi aperti, popola la provincia portando con sé, verso la foce, suoni, voci, ricchezza, ma anche gorghi, animali mostruosi, uccelli, piante strappate alla montagna, agli argini.

È un nastro d’acqua che muove poesia e paura mentre va a finire anche lui, come ogni uomo. Come autore, mi sono chiesta: si può ridurre tanta personalit­à a una quinta? Posso chiamarlo Camargue se è Polesine, limaccioso e triste, alluvionat­o dal 1951 in qua, sconosciut­o ai più? E mi sono risposta di no. E se la pandemia quest’estate non ci permetterà di prendere un volo verso mete lontane, chissà che i luoghi di questi romanzi, che innestano la geografia nella letteratur­a, non possano essere d’ispirazion­e per i nostri viaggi alla scoperta dell’Italia. Quella vera, che non finisce ai margini delle tangenzial­i urbane.

Il paradosso Tutta l’Italia è un angolo provincial­e dell’impero globale

 ?? FOTO URBANI ?? Germana Urbani è nata e cresciuta a Urbana, Padova, ha appena pubblicato per Nottetempo il suo primo romanzo:
FOTO URBANI Germana Urbani è nata e cresciuta a Urbana, Padova, ha appena pubblicato per Nottetempo il suo primo romanzo:

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