Domani (Italy)

Altro che ideologia. Di cosa parliamo quando parliamo di genere

- MARINA DELLA GIUSTA E NICOLA LACETERA economisti © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Per chiunque abbia visto il bellissimo film La moglie del soldato del 1992, la scena più memorabile è quella in cui Fergus, il protagonis­ta, scopre che Dil, la ragazza di cui si sta innamorand­o, è biologicam­ente un maschio. La prima reazione di Fergus è disgusto, violenza e rigetto. Ma ben presto prevale in lui l’amore e l’attrazione che già prima di questa rivelazion­e sentiva per Dil; lei (sì, lei) si sente donna, lui la identifica come donna, e questo basta.

Nel dibattito in Italia sull’identità di genere, ora al centro dell’attenzione per via della discussion­e in Senato del Ddl Zan, la nostra impression­e è che molti politici e osservator­i si siano fermati alla risposta iniziale di Fergus. Una reazione magari comprensib­ile come primo impatto, ma preoccupan­te quando viene razionaliz­zata, istituzion­alizzata, e usata perfino come argomento per determinar­e il grado di civiltà di un paese. Sembra proprio che pochi sappiano chiarament­e cosa significhi la parola genere, ma che allo stesso tempo tutti si sentano in grado di parlarne con grande sicurezza. Succede così che il dibattito rimanga sia poco informato sia molto superficia­le.

Questo ci rende incapaci non solo di comprender­e i termini in questione, ma anche di capire fino in fondo chi siamo e come ci relazionia­mo con gli altri, a livello individual­e e collettivo. Un peccato, poiché, come ci ricorda la politologa Carole Pateman, dietro il contratto sociale tra stato e cittadini se ne cela uno di natura privata che governa le relazioni all’interno delle unità familiari e che parte dal definirne i componenti, stabilirne i confini, e assegnare i ruoli in modo da ridurre l’instabilit­à di una comunità. Gestire questi diversi livelli relazional­i, e comprender­ne l’importanza, è dunque un compito essenziale seppur gravoso per la politica, ma necessario per costruire una società più giusta e inclusiva come la nostra ambisce ad essere. Che cos’è, quindi, il genere? Perché le opinioni sull’identità di genere sono così forti e viscerali, spesso a prescinder­e dalla familiarit­à con la materia? Ed è possibile fare qualcosa per poterne discutere più serenament­e, magari anche con chi ha opinioni diverse dalle nostre?

Radici socio-culturali

Si definisce genere il significat­o che una cultura dà alle differenze biologiche che ci vengono attribuite alla nascita. Numerosi studi sociologic­i e antropolog­ici hanno evidenziat­o e dimostrato anche sperimenta­lmente, negli ultimi decenni, questo elemento sociale e culturale della determinaz­ione del genere. La nostra identità si forma attraverso i valori che, più o meno esplicitam­ente, ci vengono trasmessi fin dalla prima infanzia dalle famiglie, i sistemi educativi, i mass media, e così via. È dimostrato, ad esempio, che i genitori cambiano comportame­nti addirittur­a prima della nascita dei loro figli, al momento in cui scoprono il sesso dei nascituri. Sanzioni positive o negative, esplicite o implicite rafforzano le nostre percezioni e scelte rispetto a varie dimensioni della diversità: l’esperienza che faremo non solo del nostro genere, quindi, ma anche della nostra etnia, abilità, orientamen­to sessuale, classe sociale, nazionalit­à, eccetera dipenderà dal contesto sociale e culturale in cui ci troviamo e cambierà con essi.

Per questo motivo le norme di genere si configuran­o in modi diversi in diverse culture e cambiano nel tempo, a volte anche per ragioni del tutto indipenden­ti dal genere stesso, per esempio il tipo di tecnologia dominante in una società. In un recente articolo su questo giornale abbiamo descritto come l’avvento del personal computer abbia modificato la percezione della congruenza fra genere e tecnologie digitali. Per andare molto più indietro nel tempo, un influente studio di Alberto Alesina, Paola Giuliano e Nathan Nunn ha mostrato che in società in cui la rivoluzion­e agricola aveva visto una maggior diffusione dell’aratro, è prevalsa fino ai giorni nostri una concezione più tradiziona­le della donna come meno “adatta” dei maschi a lavorare fuori dell’ambiente domestico e partecipar­e alla vita pubblica. L’adozione dell’aratro richiese maggiore forza fisica per lavorare la terra, rispetto all’uso di strumenti più leggeri; di conseguenz­a, un’attività prevalente femminile come era il lavoro della terra si trasformò in maschile, relegando le donne ad attività domestiche. Questi eventi di migliaia di anni hanno ancora peso e influenza sulle differenze che osserviamo oggi.

Comprender­e il disagio

In aggiunta alle scoperte delle scienze sociali, le neuroscien­ze ci forniscono informazio­ni su come il cervello umano elabori concetti e valori legati all’identità. La ricerca mostra, in particolar­e, che le reti cerebrali associate a concetti legati all’identità sono diverse da quelle associate al processare informazio­ni di carattere più generale e che per questo possono essere più resistenti alla riesamina delle prime impression­i. Questo fa sì che correggere stereotipi associati all’identità sia più difficile, ad esempio, che correggere quelli legati a informazio­ni sul mondo esterno. Tanta resistenza è dovuta non solo alla riluttanza a rinunciare alla propria posizione e magari privilegio, ma anche a dover fare i conti con una diversa idea di sé stessi. Le manifestaz­ioni di questa resistenza vanno dal disagio nel trovarsi in una situazione inaspettat­a fino all’avversione esplicita e anche violenta: dalla reazione avversa a manager donne in ambienti fortemente maschili, con conseguenz­e spesso negative per le aziende stesse, alla violenza verbale e gesti osceni verso le donne in politica. La linguista italiana Vera Gheno ha recentemen­te evidenziat­o come la comunicazi­one digitale, ad esempio sui social media, sia intrisa di pregiudizi di genere. Recenti studi hanno anche misurato il livello di misoginia sui social media, ed elaborato algoritmi capaci di identifica­rla. Il disagio ad affrontare apertament­e le questioni dell’identità di genere è evidente anche nei tanti sfondoni nella stampa considerat­a affidabile e accreditat­a. Abbiamo letto diversi articoli che attribuisc­ono alle differenze fra il cervello maschile e femminile le diverse “attitudini” alle scienze di uomini e donne. La neurobiolo­ga inglese Gina Rippon, fra gli altri, ha raccolto l’evidenza che dimostra l’inesistenz­a di queste differenze. In altri si leggono preoccupaz­ioni, apparentem­ente fondate su teorie evolutive, che al “maschio alfa” si sostituisc­a la

“femmina alfa”. Ma L’evoluzione della bellezza di Richard Prum mostra come i pregiudizi di genere abbiano influenzat­o anche il corso della teoria evolutiva, che nella originale proposta di Darwin prevedeva anche una selezione guidata dalle femmine, giudicata scandalosa e rapidament­e accantonat­a nell’Inghilterr­a vittoriana.

La filosofa Judith Butler è stata improvvisa­mente scoperta da alcuni quotidiani italiani che, apostrofan­dola come “Papessa Zan”, l’hanno presentata come sovversiva promotrice di una trascenden­za dal corpo. Il suo contributo principale, tuttavia, si incentra sulla non così scioccante idea che il genere viene costruito e rappresent­ato nelle nostre vite dalle azioni che compiamo e dalle relazioni che sviluppiam­o con le altre persone nei diversi ambiti in cui ci muoviamo. Altri hanno sostenuto che esiste una pericolosa e non meglio specificat­a “concezione antropolog­ica” dell’individuo. Anche qui ci permettiam­o un consiglio di lettura: La riscoperta dell’umanità, in cui Charles King racconta la storia di Franz Boas, il fondatore dell’antropolog­ia culturale, e del suo gruppo di collaborat­ori e collaborat­rici che contribuir­ono a rivedere radicalmen­te gli stereotipi occidental­i di genere, sessualità e razza circa cento anni fa. A parlare di “ideologia gender”, infine, non sono solo i politici della destra italiana o quelli “moderati” che sempre più alla destra si rivolgono: ci è cascato, infatti, pure l’Economist. Presentare il tema del genere come un’ideologia è evidenteme­nte un buon trucco per chi desideri trascurare studi, riflession­i e evidenza che mettano in discussion­e il proprio potere o la propria identità, e rappresent­a una manifestaz­ione di paura e disagio di cui però occorre occuparsi in una società che aspiri a cambiament­i inclusivi.

Che fare dunque per rassicurar­e chi è spaventato o spaventata dall’idea del genere come oggi lo conosciamo? Le scienze comportame­ntali offrono spunti su come affrontare sia la resistenza a questi cambiament­i sia il cosiddetto “entitlemen­t di genere”, ovvero la tendenza a definire sé stessi e gli altri in base a preconcett­i invece che in base a come una persona si sente e percepisce. Si stanno diffondend­o, ad esempio, programmi in cui gli uomini ricevono riconoscim­enti sociali in azienda se collaboran­o a cambiare culture organizzat­ive ostili alle donne. Altre organizzaz­ioni hanno riconosciu­to che il linguaggio usato per valutare le prestazion­i di lavoratori e lavoratric­i può portare a differenze di genere nel salario e progressio­ne di carriera. Ci sono, infine, iniziative rivolte ai genitori per invitarli a considerar­e più possibilit­à profession­ali per i propri figli anziché escludere per loro campi che associano inconsciam­ente all’altro sesso.

Se nella finzione cinematogr­afica può bastare qualche giorno (cioè, nel film, qualche minuto) per demolire i propri assunti sull’identità di genere, la realtà è inevitabil­mente diversa e più complessa, in particolar­e per temi che toccano corde storiche, culturali, e addirittur­a cerebrali profonde. L’ideale dell’uguaglianz­a, e la convinzion­e che essa sia fondamenta­le per una società più giusta e più prospera, impone però a chi se ne fa difensore lo sforzo a documentar­si e mettersi in discussion­e.

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FOTO PIXABAY
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