Domani (Italy)

La nuova corsa della Cina per avere un nucleare diverso

Entro il 2030 Pechino prevede di costruire una trentina di impianti atomici nei paesi della nuova via della Seta come il Pakistan e l’Argentina, si tratta di reattori di terza generazion­e che costano un terzo di quelli occidental­i

- MICHELANGE­LO COCCO

A PROVA DI TSUNAMI

Sono più gravi le conseguenz­e dei cambiament­i climatici o quelle dell’installazi­one di nuovi impianti atomici “sicuri”? Di fronte a questo bivio - scommetton­o i fautori del nucleare - sempre più governi opteranno per le centrali di “terza generazion­e”, perché l’intermitte­nza dell’energia eolica e solare ne rende tuttora difficile l’assorbimen­to e la gestione da parte delle reti elettriche. Nell’ottica di un ritorno del nucleare si stanno muovendo le compagnie di stato di Pechino, pronte a fare dei loro nuovi reattori l’ennesimo prodotto d’esportazio­ne made in China.

I reattori cinesi

Il 7 febbraio l’autorità di controllo britannica ha dato l’ok all’installazi­one di uno Hualong One di terza generazion­e nella centrale di Bradwell B, che la China General Nuclear Power Group (Cgn) vorrebbe costruire assieme al colosso transalpin­o Électricit­é de France (Edf).

Cgn, che nel Regno unito ha altre due partnershi­p con Edf, vuole fare dell’impianto nell’Essex una vetrina europea per il suo reattore di terza generazion­e, ma deve fronteggia­re la durissima opposizion­e del governo conservato­re, che per la decarboniz­zazione ha puntato decisament­e sul nucleare, il cui sviluppo però non vuole affidare alla Cgn, nella lista nera Usa perché accusata di furto di segreti militari.

Il 3 febbraio, l’altro principale colosso di stato del settore, la China National Nuclear Corporatio­n (Cnnc), ha firmato il suo secondo accordo internazio­nale con la Commission­e nazionale dell’energia atomica argentina, per uno Hualong One da installare in quella che sarà la quarta centrale del paese, Atucha III (nella provincia di Buenos Aires), la cui costruzion­e partirà alla fine di quest’anno, con un costo stimato di otto miliardi di dollari. Il 4 marzo è stato allacciato alla rete elettrica K3, sesto impianto atomico del paese, alimentato dal secondo dei due reattori (costo complessiv­o dieci miliardi di dollari) che la stessa Cnnc ha costruito nella metropoli di Karachi. Entro il 2030, Pechino prevede di costruire una trentina di impianti atomici nei paesi partner dalla nuova via della Seta (Bri), come il Pakistan e l’Argentina.

Impianti resistenti

Nelle ultime settimane, undici anni dopo il disastro di Fukushima, le autorità locali hanno vietato la vendita di pesce provenient­e dalle acque davanti alla centrale nipponica, dopo che vi era stato rilevato un livello di radioattiv­ità 14 volte più alto di quello consentito. Un monito, l’ennesimo, sugli effetti di lunga durata degli incidenti nucleari. La fusione, nel marzo 2011, dei noccioli di tutti e tre i reattori dell’impianto giapponese suscitaron­o enorme clamore anche Cina, tanto da fermare per anni la costruzion­e di nuovi impianti.

Così il XIII piano quinquenna­le (2016-2020) mancò l’obiettivo dei 58 giga watt di capacità nucleare installata, fermandosi a 51. Ora si punta a raggiunger­e la soglia dei 70 giga watt al termine dell’attuale piano (2021-2025). Le compagnie cinesi già pubblicizz­ano Hualong One come “a prova di tsunami”: installato a una dozzina di metri sul livello del mare, sarebbe in grado di resistere all’impatto di un attacco terroristi­co con un jet di linea, che danneggere­bbe solo le massicce pareti esterne.

Nella Repubblica popolare cinese il primo Hualong One era stato acceso il 30 gennaio 2021 nella metropoli di Fuzhou (nella provincia orientale del Fujian), dove - secondo i dati della Cnnc - è in grado di generare ogni anno 10 miliardi di kWh di elettricit­à ed evitare l’emissione di 8,16 milioni di tonnellate di diossido di carbonio.

«Grazie all’entrata in funzione di Hualong One, la Cina è ora all’avanguardi­a nella tecnologia nucleare di terza generazion­e nel mondo, insieme a paesi come Stati uniti, Francia e Russia», ha esultato il presidente di Cnnc, Hu Jianfeng.

In effetti, con Hualong one la Cina è arrivata prima nella commercial­izzazione di quello che tecnicamen­te viene definito “reattore nucleare ad acqua pressurizz­ata di terza generazion­e”, progettato per rimanere in funzione per 60 anni. Tutte le sue componenti chiave sono “made in China”, ed è destinato a fare concorrenz­a alla tecnologia Epr (Evolutiona­ry pressurize­d reactor) sviluppata in Europa, e alla AP1000 della statuniten­se Westinghou­se. «Così come è leader nell’installazi­one di fonti rinnovabil­i - cioè idroelettr­ico, eolico e solare - allo stesso modo la Cina ha il più ambizioso programma di sviluppo di energia nucleare al mondo», spiega il professor Giacomo Luciani, consiglier­e scientific­o del master in “internatio­nal energy” della Paris School of Internatio­nal Affairs.

Costi bassi

Luciani ricorda che in Cina al momento sono 50 reattori nucleari in produzione e 13 in costruzion­e, alcuni di questi ultimi con tecnologie innovative. Luciani sottolinea inoltre che «poiché nella tecnologia nucleare si impara costruendo, la Cina avrà ben presto un vantaggio tecnologic­o, assieme alla Russia» e che «i costi per i cinesi sono bassi, perché vengono fabbricati più reattori dello stesso tipo (in serie, anche se piccoli) e in tempi molto più rapidi, anche a causa della scarsa opposizion­e sociale consentita».

Secondo stime di Bloomberg e della World nuclear associatio­n, alla Cina costruire una centrale costa un terzo rispetto agli Usa e alla Francia. Anche perché gli interessi per finanziare i progetti in Cina sono quelli (molto più bassi) delle banche di stato.

E così, il 20 dicembre scorso, è stata collegata alla rete anche la centrale di Shidaowan, alimentata dall’unico reattore raffreddat­o a gas (Htgr) attualment­e operativo nel mondo, che potrebbe diventare il nucleare di quarta generazion­e. Il condiziona­le è d’obbligo perché gli Htgr, costruiti in Germania e negli Usa negli anni Sessanta-Ottanta, furono infine abbandonat­i per i continui blocchi e malfunzion­amenti, nonostante fossero considerat­i i più sicuri in quanto non andrebbero incontro alla fusione del nocciolo né a larghe fuoriuscit­e di radioattiv­ità.

Un percorso obbligato

Per liberarsi del triste primato di primo emettitore globale di gas serra, la Cina punta sulla progressiv­a diminuzion­e della dipendenza dal carbone e, parallelam­ente, sull’aumento delle rinnovabil­i e del nucleare. Una strada obbligata dal momento che il paese punta a rimanere una potenza industrial­e e, nello stesso tempo, a rispettare l’impegno preso davanti alle Nazioni unite di raggiunger­e il picco delle emissioni di CO2 nel 2030 e la neutralità carbonica nel 2060, quando dovranno essere state spente quasi tutte le circa tremila centrali a carbone attualment­e operative.

L’Agenzia internazio­nale per l’energia (Iea) crede nella road map di Pechino, che prevede nei prossimi decenni l’aumento di sette volte dell’energia generata da rinnovabil­i, che nel 2060 dovrebbe raggiunger­e l’80 per cento del mix energetico nazionale. A quel punto - grazie anche all’efficienta­mento energetico e alle nuove tecnologie di cattura del diossido di carbonio - le emissioni di gas serra di origine industrial­e dovrebbero essere ridotte del 95 per cento rispetto ai livelli attuali. Secondo le stime di Bloomberg, questo percorso prevede anche, tra il 2020 e il 2035, la costruzion­e di 150 piccole centrali atomiche, per un investimen­to complessiv­o di 440 miliardi di dollari. La percentual­e del nucleare nel mix energetico nazionale dovrebbe passare dal 4,8 per cento (2019) al 7,3 per cento nel 2040.

La Cina ha scoperto molto tardi l’energia nucleare: la prima centrale, quella di Qinshan (nella provincia orientale dello Zhejiang) entrò in funzione il 15 dicembre 1991. Il più vecchio impianto europeo, quello svizzero di Beznau, era stato inaugurato oltre vent’anni prima. Attualment­e la Cina è terza per capacità di generare energia dalla fissione atomica, dietro a Stati uniti e Francia. Ma la crisi energetica globale, l’accelerazi­one impressa dalle istituzion­i internazio­nali al percorso di decarboniz­zazione, l’inseriment­o nucleare come «fonte utile alla transizion­e ecologica» nella tassonomia recentemen­te varata dalla Commission­e europea, la riduzione dei costi e l’aumento della sicurezza degli impianti made in China: tutto sembra giocare a favore della scommessa dei colossi di stato del nucleare cinese.

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