Domani (Italy)

Passaparol­a, curriculum e risorse Gli inciampi nella ricerca del lavoro

- MASSIMO TADDEI FONTE ACABBI ET AL, 2021

Perdere il posto di lavoro non è mai una bella notizia. In un paese come l’Italia, con un’alta disoccupaz­ione, salari stagnanti e pochi settori davvero in crescita, la situazione rischia di essere ancora più drammatica. Questo timore è confermato da un recente studio di Edoardo Maria Acabbi, Stefano Lombardi e Raffaele Saggio, raccontato in un articolo su lavoce.info. Utilizzand­o dati da sette diversi paesi europei, gli autori hanno mostrato l’impatto sull’occupazion­e e sui redditi della perdita del lavoro dovuta alla chiusura dell’attività o a un licenziame­nto collettivo, in modo da isolare eventuali licenziame­nti individual­i che potrebbero essere causati da ragioni legate al comportame­nto del singolo lavoratore.

Il divario

Secondo le stime degli autori, un anno dopo la perdita del lavoro, tre lavoratori licenziati su dieci non hanno trovato un nuovo impiego, mentre il reddito medio si riduce di quasi il 40 per cento. La situazione migliora, ma rimane comunque drammatica, con il passare del tempo: a tre anni dal licenziame­nto, un lavoratore su cinque non ha ancora trovato un nuovo impiego, un valore che rimane più o meno costante anche a cinque anni dal licenziame­nto. Risultati simili per il reddito, che a cinque anni dal licenziame­nto rimane ancora in media inferiore del 27 per cento.

Per quanto questi dati non siano particolar­mente rassicuran­ti, si potrebbe pensare che questo andamento non sia molto diverso da quello che si osserva in altri paesi. Non è così: l’Italia, insieme ad altri paesi dell’Europa meridional­e, come Spagna e Portogallo, registra infatti perdite in termini occupazion­ali e di reddito ben peggiori rispetto a quelle di altri paesi europei, in particolar­e quelli del nord Europa. Come mostrato in figura, il crollo è di gran lunga superiore rispetto a paesi come Danimarca e Svezia. Il divario, inoltre, persiste nel tempo.

Per quale motivo l’impatto del licenziame­nto è molto più forte in Italia? Per prima cosa, la disoccupaz­ione è decisament­e più elevata nel nostro paese rispetto al nord Europa, e, a parità di posti di lavoro disponibil­i, diventa più complicato trovare un nuovo impiego se più persone lo stanno cercando nello stesso momento. La spiegazion­e, però, non può essere solo questa. Gli imprendito­ri che cercano dipendenti ci sono, come mostra per esempio il bollettino annuale di Excelsior-Unioncamer­e per il 2021, che aveva previsto assunzioni da parte del 61 per cento delle imprese italiane, per un totale di quattro milioni e mezzo di figure profession­ali ricercate. Questi dati tendono a sovra rappresent­are le reali necessità da parte delle imprese (si tratta spesso dei “desideri” degli imprendito­ri più che delle reali assunzioni richieste ed effettivam­ente finalizzat­e), ma danno un’idea del fatto che in Italia ci sia comunque spazio per trovare un nuovo impiego dopo aver perso quello precedente. Eppure si registra questo divario.

Il canale familiare

Un altro fattore potrebbe essere quello delle modalità attraverso cui si ricerca un nuovo lavoro. Gli italiani, infatti, continuano a utilizzare tecniche piuttosto datate e basate su canali informali. Secondo il rapporto Istat sul mercato del lavoro italiano per il quarto trimestre 2021, rivolgersi a parenti, amici e conoscenti per trovare un lavoro rimane la pratica più diffusa tra i disoccupat­i per la ricerca di un impiego (il 79,4 per cento intraprend­e questa strada). Il secondo metodo più diffuso è quello dell’invio del proprio curriculum con una candidatur­a spontanea. Anche questo, se si prova a chiedere a chiunque abbia cercato lavoro negli ultimi anni, non è un metodo particolar­mente efficace, eppure viene utilizzato dal 66,5 per cento dei disoccupat­i. Solo un disoccupat­o su tre risponde ad annunci di lavoro e solo uno su cinque si rivolge a un centro per l’impiego.

Serve cambiare

Nei paesi Ocse, in media, il numero di disoccupat­i che si rivolge a un centro per l’impiego pubblico è esattament­e il doppio: 40 per cento.

Perché questa differenza? La colpa sta nel mezzo: da una parte, i lavoratori italiani non sono abituati a usare canali di ricerca formali e quindi tendono a non frequentar­e quei servizi, pubblici o privati, che potrebbero aiutarli nell’orientamen­to al lavoro; dall’altra, la qualità di questi servizi è di gran lunga inferiore rispetto a quella di altri paesi avanzati.

L’Italia è infatti tra i paesi che spendono meno in proporzion­e al Pil pro capite per le politiche attive del lavoro, ossia tutti quegli strumenti, dall’attività di orientamen­to ai corsi di formazione, che aiutano in maniera attiva il lavoratore a trovare un nuovo impiego. In un mondo che cambia sempre più in fretta, diventa fondamenta­le aggiornare i lavoratori perché acquisisca­no le competenze necessarie per reinventar­si e trovare un impiego in un settore in crescita. In Italia, però, accade sempre meno. Lo dimostra il fatto che, a parità di tasso di disoccupaz­ione, il tasso di posti vacanti registrato dall’Istat, ossia la percentual­e di offerte di lavoro per cui non è ancora stato trovato un candidato da assumere, sia diventato struttural­mente più alto negli ultimi anni. Che cosa significa? Che diventa sempre più difficile trovare profili profession­ali adeguati alle caratteris­tiche ricercate dagli imprendito­ri. Non a caso, a parte il settore della ristorazio­ne e dell’ospitalità, da sempre caratteriz­zato da un forte turnover, i settori in cui il tasso di posti vacanti è più elevato sono quelli che richiedono competenze specifiche, come quello delle attività profession­ali scientific­he e tecniche. Tornando allo studio di Acabbi, Lombardi e Saggio, dopo aver notato che il divario nella perdita occupazion­ale e di reddito tra lavoratori nord e sud europei non era dovuta a caratteris­tiche individual­i, poiché i vari gruppi analizzati erano di fatto assimilabi­li, gli autori hanno indagato eventuali fattori istituzion­ali che potrebbero spiegare queste differenze. Tra gli aspetti analizzati, per esempio, il diverso livello di protezione dell’occupazion­e dal punto di vista legislativ­o e la diversa percentual­e di lavoratori iscritti al sindacato nei vari paesi. L’unico fattore che sembra davvero fare la differenza, però, è proprio la spesa in politiche attive del lavoro. Secondo le loro stime, più un paese spende in politiche attive, minore è l’impatto del licenziame­nto e più rapido è il ritorno a un nuovo impiego dopo aver perso il precedente.

Storture Solo un disoccupat­o su tre risponde ad annunci di lavoro

Poche risorse

Nonostante il tema sia discusso ormai da anni e nonostante le varie riforme del settore dei servizi per l’impiego, i soldi messi a disposizio­ne continuano sempre a essere troppo pochi. Certo, spendere non basta, bisogna anche indirizzar­e le risorse verso gli strumenti e le competenze necessarie. L’assunzione dei navigator per trovare un lavoro a chi riceve il reddito di cittadinan­za, per esempio, non rientra tra le migliori politiche per il lavoro. Per aiutare i disoccupat­i, infatti, non basta una laurea, ma occorrono competenze specifiche da utilizzare per accompagna­re il candidato verso un percorso di orientamen­to, di formazione e infine di inseriment­o nel mercato del lavoro.

Finché non si stanziano le risorse necessarie per finanziare il tutto, però, parlare di cosa si deve o non si deve fare non serve a molto.

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Il 19 per cento degli italiani che perde il lavoro non riesce a trovarne uno nuovo a 5 anni dal licenziame­nto

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