Domani (Italy)

Il metodo Next generation è finito con la guerra in Ucraina L’Europa è di nuovo in stallo

- FRANCESCO SARACENO

Il vertice informale dei capi di stato e di governo di Versailles dell’11 e 12 marzo scorsi, su cui il presidente di turno Emmanuel Macron puntava per affermare la sua leadership in Europa, è stato un flop. Il Consiglio era stato convocato per fare il punto sui progressi della riforma della governance europea, ma l’agenda è stata sconvolta dalla guerra in Ucraina. I leader europei avevano sul tavolo tre dossier importanti. Il primo era la richiesta ucraina di un processo di adesione accelerato all’Unione europea. La porta è stata, sia pur garbatamen­te, chiusa. Nel comunicato finale il Consiglio ha solo promesso di procedere speditamen­te, ma specifican­do che questo avverrà con le procedure previste dai trattati, che non prevedono scorciatoi­e. I legami con l’Ucraina saranno rafforzati in altro modo; a titolo di esempio, la Commission­e ha annunciato mercoledì scorso il raccordo delle reti per la fornitura elettrica moldava e ucraina con quella dell’Ue. Si tratta di un’operazione complessa portata a termine a tempo di record, che oltre a evitare blackout generalizz­ati in questa fase, segnala l’intenzione di andare verso una maggiore integrazio­ne economica.

Le forniture russe

Il secondo dossier è quello dell’indipenden­za dalle forniture russe di idrocarbur­i e di un possibile embargo. Su questo non si è andati oltre a un mandato alla Commission­e europea per l’elaborazio­ne di un piano che porti alla sostituzio­ne degli idrocarbur­i russi con fonti alternativ­e, sostituzio­ne che comunque non sarà completa prima del 2027.

La Germania (fortemente dipendente dal gas russo) ha opposto la maggior resistenza all’embargo, nonostante alcuni studi (tra cui uno di accademici tedeschi) mostrino che i costi sarebbero ingenti ma gestibili.

Infine, la Francia e altri paesi tra cui l’Italia premevano per un nuovo Next generation Eu, uno strumento finanziato da debito comune per rilanciare le spese militari e gestire la crisi energetica. Macron non si aspettava certo che il Consiglio varasse lo strumento, ma che almeno ci fosse un accordo di principio. Non se ne è fatto nulla per l’opposizion­e dei paesi detti frugali e della Germania, che era invece stata ispiratric­e del programma Next generation durante la pandemia.

Il riarmo non è prioritari­o

Chi scrive è più che scettico sull’utilità e sull’opportunit­à di lanciarsi in una corsa al riarmo. Non è chiaro cosa sarebbe cambiato nel quadro dell’invasione dell’Ucraina se i paesi europei avessero avuto risorse militari più ingenti, visto che da un lato si è fin qui evitato di lanciarsi in un’escalation, e che dall’altro la deterrenza non sarebbe comunque maggiore di quella data oggi dalla forza militare della Nato. Inoltre, è solo questione di tempo prima che si levino voci a sostenere che tutto non si può fare e che, visti gli ingenti investimen­ti militari, occorrerà tagliare su altre voci di bilancio come il welfare o la transizion­e ecologica.

Malgrado la situazione attuale, è difficile considerar­e il riarmo prioritari­o rispetto alla necessità di assicurare la sostenibil­ità ambientale e sociale delle nostre economie.

Tuttavia, nonostante lo scetticism­o sulle finalità del Fondo proposto dalla Francia, l’insuccesso di Macron, che non è riuscito nemmeno a inserirlo nel programma di lavoro della Commission­e, non è una buona notizia. La nuova crisi era un test per vedere se si potesse immaginare una generalizz­azione del “metodo Next generation”: far fronte a sfide comuni con risorse anch’esse comuni riconoscen­do che, sia pure rigorosame­nte inquadrata, la solidariet­à tra stati membri è il modo più efficace reagire a shock globali che hanno effetti asimmetric­i (nel caso della pandemia, l’impatto sanitario e l’effetto dei lockdown; nel caso della guerra, la diversa dipendenza dal gas e la distribuzi­one dei rifugiati).

L’inerzia dei governi

Il mancato accordo su una politica di investimen­to in beni pubblici comuni è ancora più problemati­co alla luce degli sviluppi della politica monetaria. Torneremo su cause e rimedi possibili dell’inflazione e sulle recenti decisioni della Bce, che pur non frenando esplicitam­ente ha segnalato l’intenzione di levare il piede dall’accelerato­re. Tuttavia, è evidente che con l’inizio della fine della pandemia siamo entrati in una nuova fase in cui il coordiname­nto tra politiche di bilancio e politica monetaria sarà molto più difficile, dovendo queste tenere insieme gli obiettivi di sostenere la crescita e la transizion­e ecologica, assorbire gli squilibri settoriali, assicurare la sostenibil­ità del debito, evitare la divergenza tra le economie dell’Ue, garantire la sostenibil­ità sociale e ridurre le disuguagli­anze.

È ovvio per quasi tutti che non è nemmeno lontanamen­te immaginabi­le che tutti questi obiettivi possano essere raggiunti senza mettere al centro della scena politiche di bilancio attive e coordinate.

Proprio il Next generation Eu rappresent­a un esempio innovativo e riuscito di coordiname­nto e azione comune. Il fatto che di fronte a una crisi geopolitic­a ed economica come quella causata dall’invasione dell’Ucraina, e proprio mentre la Bce si appresta a fare un passo indietro, i soliti noti siano riusciti a fermare sul nascere un’iniziativa comune, non fa ben sperare per i cantieri in corso (in particolar­e, quello fondamenta­le sulla riforma del patto di stabilità).

Abbiamo già assistito all’inerzia autolesion­ista dei governi europei di fronte a una crisi di sistema. Era il 2010-2012, con le politiche di austerità generalizz­ate anche a paesi che non ne avevano bisogno; e fu necessario che Mario Draghi e la Bce, tirati per i capelli, ci togliesser­o le castagne dal fuoco con il celebre «whatever it takes». Allora si trattava “solo” di una crisi finanziari­a e, sia pure meno efficace di quanto sarebbe stata un’espansione di bilancio, l’intervento della Bce fu sufficient­e ad evitare l’implosione dell’euro. Se la policrisi di oggi arrivasse fino ad un punto di rottura (una crisi del debito? Una penuria di beni o fonti energetich­e? Una catastrofe climatica? Una crisi migratoria?), nemmeno la Bce potrebbe supplire all’inerzia di paesi europei che procedono in ordine sparso.

Insomma, molti di noi erano stati positivame­nte sorpresi dalla rapidità e dall’efficacia della reazione alla pandemia, sperando che in futuro la concertazi­one e il bene comune potessero ispirare le politiche europee accanto ai legittimi interessi nazionali. L’insuccesso di Versailles, paradossal­mente proprio quando a ragione viene lodata l’unità europea di fronte all’invasione dell’Ucraina, è un brutto segnale; rimane solo da sperare che si tratti di un incidente di percorso.

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FOTO AP Il Fondo non verrà utilizzato per spese militari ed emergenza energetica

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