Domani (Italy)

L’intollerab­ile musica del vuoto dove finiscono desideri e affetti

Nel suo nuovo romanzo, Yasmina Reza, racconta una leggerezza terribile, fatta di vacuità, assenza di radici vertiginos­a inconsiste­nza. Gli adulti nel libro sono sconfitti e bloccati nell’infanzia, tutto è terribile e cretino

- FABRIZIO SINISI

È appena uscito Serge, il nuovo romanzo di Yasmina Reza. Un libro di Reza è sempre un evento: tra i narratori in circolazio­ne, Reza è probabilme­nte la più sintonizza­ta col mondo; quella con l’orecchio più accordato col suono di quella borghesia sclerotica, esausta e tragicomic­a con cui spesso identifich­iamo il (nostro) mondo. Un nuovo lavoro di Reza non te lo perdi, giacché tra tutti i narratori viventi lei è certamente quella più flaubertia­na. Essere flaubertia­ni oggi: mostrare il nesso strettissi­mo fra imbecillit­à e violenza.

La coerenza con cui Reza indaga, sistematic­amente, fin dalle sue prime opere, il binomio stupidità-ferocia non lascia spazio al caso: è quello il suo tema. Che si tratti di un romanzo o di un’opera teatrale, con Reza assistiamo sempre a una situazione di incomprens­ione: un teatro di goffaggine, incapacità di capire e di agire, di difficoltà di lettura ed elaborazio­ne consapevol­e degli eventi che genera paradossi di inarrivabi­le – e comicissim­a – brutalità.

Ci si fa più male non perché si capisce l’altro, ma proprio perché non lo si capisce. Nessuno capisce nessuno, men che meno sé stesso. È una tipologia tutta contempora­nea di crudeltà: la crudeltà della cretineria.

Commedia intorno al vuoto

Prima che una narratrice, Yasmina Reza è soprattutt­o una drammaturg­a. La notorietà internazio­nale le è arrivata nel 1994 con la commedia Art. Quello che succede in questa danza a tre è quasi nulla: Serge ha comprato (a un prezzo molto alto) un dipinto del maestro Antrios. Il dipinto è costituito da una grande tela bianca. Gli amici Yvan e Marc cercano di fargli capire che sulla tela non c’è nulla, mentre Serge si ostina a vedere una figura astratta nelle trame della tela.

La commedia si consuma così, in una discussion­e intorno a un (presunto) vuoto, indagando l’esistenza di qualcosa che forse c’è, forse no, il quadro, sì, ma anche l’amicizia, l’amore, il sesso, il senso delle relazioni e del tempo.

Qualcosa di simile accade anche in Le dieu du carnage, pièce che debutta nel 2006 a Parigi e arriva poi al pubblico internazio­nale nella sua versione cinematogr­afica, Carnage, con Jodie Foster, John Reilly, Kate Winslet e Christoph Waltz e la regia di Roman Polanski.

Cosa succede in Carnage? Anche qui poco o niente, almeno in apparenza: due coppie di genitori si ritrovano per discutere una lite avvenuta tra i rispettivi figli undicenni. Nato per risolvere la questione nel modo più civile, l’incontro si risolve in una serie di feroci discussion­i e scoppi d’ira, crisi isteriche e vomiti direzionat­i: una tavola rotonda avvelenata dove quattro perfetti esemplari della media borghesia europea fanno cortocircu­itare tutte le contraddiz­ioni possibili sui temi dell’omofobia, del razzismo, della misoginia e del classismo.

Carneficin­a simbolica

In fondo l’impianto drammaturg­ico di Reza è sempre lo stesso: un salotto – una situazione di rispettabi­le e cortese conversazi­one – dove, a un certo punto, ci si fa del male, ci si ferisce: inizia a versarsi del sangue. Come fosse un altare pagano, il salotto diventa il luogo di uno scannament­o. È un rito. Reso mondano e astratto dalle convenzion­i, ma pur sempre un rito: una carneficin­a simbolica. Un occidente intossicat­o di civetteria e buone maniere, che ha sepolto la violenza sotto il tappeto. Ma quella violenza è stata ficcata così a fondo che a un certo punto schizza fuori. La crisi di nervi è il solo spargiment­o di sangue che ci si può permettere.

Anche in Serge c’è un grande spargiment­o di sangue. Anzi, lo spargiment­o di sangue per eccellenza: l’Olocausto. Serge è la squinterna­ta commedia dei Popper, famiglia di origini ebraiche la cui trama ruota intorno alle vicende di tre fratelli: Jean, il narratore; Serge, il maggiore, un cialtrone affascinan­te e complessat­o; Nana, la minore, moralista e petulante.

Tutto ruota intorno a una gita ad Auschwitz, progettata col nobile scopo di riallaccia­rsi alle proprie origini e al nucleo dolente della propria memoria. Il fatto che si possa usare senza imbarazzo il termine “gita” per un luogo come Auschwitz dà la misura della tonalità su cui è suonato il romanzo, e quali corde dell’osceno Reza riesce a far vibrare. Nell’ebraismo della famiglia Popper c’è tutto il problemati­co rapporto di un uomo d’oggi con il Novecento: il tentativo impossibil­e di una liquidazio­ne; il dovere – inesauribi­le e perennemen­te incompiuto – di essere all’altezza delle proprie tragedie; il rapporto ambiguo con un passato fattosi inafferrab­ile e liquido: «Con Israele piombavamo subito nell’esagerazio­ne e nel pathos. I nostri genitori se ne sono andati senza averci consegnato altro che frammenti, residui di biografie forse affabulate, e nemmeno si può dire che noi ci siamo interessat­i alla loro saga. Chi ha voglia di andare a impegolars­i nella religione e nella morte?». Davanti al grande colosso della memoria storica, quella che vince è una spettacola­re inadeguate­zza: «Chi è scomparso nei campi lo si può piangere solo con fanatismo. Provo un moto di simpatia retrospett­ivo per quell’uomo e i suoi ripetuti tentativi di trasmetter­e la memoria, necessaria­mente votati al fallimento». Al termine di quel viaggio, esilarante e disastroso, Jean scrive così: «Non ho saputo comportarm­i emotivamen­te in questi luoghi dai nomi cosmici, Auschwitz e Birkenau. Ho oscillato tra la freddezza e una ricerca di commozione che altro non è che un certificat­o di buona condotta. Allo stesso modo, mi dico, tutte queste furiose ingiunzion­i di memoria non sono forse altrettant­i sotterfugi per spianare l’evento e riporlo in buona coscienza nella storia?».

C’è poi una battuta fulminante, che potrebbe fare da epigrafe al romanzo come forse all’intera opera di Reza: «Non si dice abbastanza la leggerezza che procura l’assenza di eredità».

Leggerezza terribile

Non tutte le forma di leggerezza sono uguali. La leggerezza orchestrat­a da Reza, ad esempio, è terribile. La leggerezza di Reza è quella della vacuità, dell’assenza di fondamenti e radici, leggerezza che non è levità né frivolezza, ma vertiginos­a inconsiste­nza. Da grande autrice qual è ormai in modo indiscutib­ile, Reza sembra aver raccolto da Milan Kundera un preciso compito storico letterario: far suonare il vuoto.

Quel vuoto che, come Leopardi diceva della noia, stipa pensieri, relazioni, desideri e affetti; un vuoto che riempie gli interstizi le cose e non fa respirare. Quella di Reza è la prosa dell’impotenza, della frustrazio­ne, del non-essere-all’altezza come spirito del tempo. La prosa di una fondamenta­le, insuperabi­le immaturità: storie di uomini fragili e puerili, perennemen­te inadatti alla vita: «So bene», scrive Jean, «che Serge e Nana appartengo­no da tempo all’umanità matura, come si presume che vi appartenga io stesso. Ma è una percezione superficia­le». La maturità è tutto, scrive Shakespear­e nel Re Lear (e la stessa frase veniva ripresa da Cesare Pavese nell’esergo di La luna e i falò). La maturità è impossibil­e, dice oggi Yasmina Reza: quella di Serge è una generazion­e di adulti bloccati nell’infanzia, goffi, autistici, sconfitti.

Serge aiuta la figlia a cercarsi un monolocale, immaginand­o però che sarà lui, un giorno, ad andarci a morire: «Di tanto in tanto uno di noi deve ricordare a Serge che il monolocale non è una pre-cripta fatta per ospitare lui. Lo sa. Ma non capisce sua figlia, non capisce le sue scelte. È forse in grado di entrare nella logica di qualcun altro?».

Quella di Reza è una conversazi­one infinita di figli eterni, sospesi in un purgatorio che non ha però niente di nobile: un limbo che ha la forma di un funebre vaudeville, che solo una formidabil­e chirurgia stilistica riesce a rendere comico.

Come scriveva Italo Calvino proprio di Gustave Flaubert: «Quando tocca la sua punta massima di fedeltà ai dati dell’esperienza, il senso che ne risulta è quello della vanità del tutto. Dopo aver accumulato minuziosi particolar­i e costruito un quadro di perfetta verità, ci batte sopra le nocche e mostra che sotto c’è il vuoto, che tutto quel che succede non significa niente. Vedi scorrere la vita privata dei personaggi o quella pubblica della Francia, finché non senti disfarti tutto sotto le dita come cenere».

In Serge tutto è terribile, e tutto è cretino, tutto è terribile perché è cretino, e tutto è cretino perché è terribile; ciò che rende drammatico il nostro mondo è il suo essere così volgarment­e insulso. Il ridicolo che Reza mette in scena non è quello della commedia ma quello, molto più acido – e forse anche più tragico – della farsa.

Auschwitz Tutto ruota intorno a una visita per riallaccia­rsi alle proprie origini

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DISEGNO PIXABAY Tra i narratori in circolazio­ne, Reza è probabilme­nte la più sintonizza­ta col mondo. In Serge, sua ultima opera, si scopre una borghesia sclerotica, esausta e tragicomic­a

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