Il Sole 24 Ore - Domenica

BREVIARIO #A OCCHI CHIUSI

- Di Gianfranco Ravasi

»Non è forse vero che per gustare fino in fondo qualcosa di profondo dobbiamo chiudere gli occhi? Come quando si ascolta un concerto, si fa l’amore, si prega.

Il Casentino è un territorio toscano montuoso che comprende l’alta valle dell’Arno, un’area segnata da pascoli e castagneti, nella quale sono collocati i conventi della Verna e di Camaldoli, memorie di grandi santi come Francesco e Romualdo. In questa stessa regione, a Quorle, si era ritirato in un eremo Wolfgang Fasser, un fisioterap­ista non vedente la cui vicenda è narrata nel volumetto Invisibile agli occhi. Sua è la consideraz­ione che abbiamo citato e che prende spunto dalla nostra locuzione comune «a occhi chiusi». Essa può avere un duplice significat­o. Quello negativo e più banale è presto detto: se avanzi a occhi chiusi, puoi rischiare di precipitar­e in un baratro.

Ma c’è anche un’accezione positiva, espressa nel modo di dire «fare una cosa a occhi chiusi», per indicare una piena conoscenza. Sboccia, così, il valore della frase di Fasser: chiudere gli occhi nei momenti più alti dell’ascolto, dell’amore, della preghiera è un far calare il sipario sull’esteriorit­à e rientrare in se stessi. Il profeta Balaam è definito nella Bibbia come un «uomo dall’occhio penetrante», ma nell’originale ebraico si ha letteralme­nte «occhio chiuso» ( Numeri 24,3). Porre un freno all’eccesso di immagini e di scene esteriori, chiudendo gli occhi del corpo e dell’anima, è un esercizio necessario, liberatori­o e gioioso. S. Agostino, che è segnato nel calendario proprio il 28 agosto, giorno della sua morte nel 430, ricordava la necessità di «ritornare nell’uomo interiore» che è in noi.

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