Il Sole 24 Ore - Domenica

L’ARTE DI LIA RUMMA ENTRA A CAPODIMONT­E

La gallerista, che con il marito Marcello ha creato un’importante raccolta privata, ha donato alla pinacoteca una settantina di opere di autori italiani attivi tra 1960 e 1970

- Di Ada Masoero

Sono stati molti, nel tempo, i grandi musei e le istituzion­i che hanno corteggiat­o Lia Rumma affinché vendesse o donasse loro la propria collezione: un autentico tesoro, avviato “in presa diretta”, mentre tutto accadeva, insieme al marito Marcello Rumma, quand’erano entrambi poco più che ventenni. Lui, che era innamorato dell’arte e della cultura contempora­nee, era stato all’inizio il mentore per lei, cresciuta in una famiglia di solidi studi classici, figlia del latinista e dantista Ferruccio Incutti. Presto, però, lei sarebbe diventata la migliore e più avvertita “complice” di Marcello Rumma, per trasformar­si poi nel 1970, dopo la prematura scomparsa del marito, in una gallerista la cui fama e la cui influenza avrebbero presto superato i nostri confini.

Non sarà nessun museo straniero, però, ad avere le sue opere (più di 70 lavori, di Agnetti e Alfano, Bonalumi e Castellani, De Dominicis e Desiato, Isgrò e Pietro Lista, Matarrese e Marisa Merz, Ontani, Spalletti e altri ancora, oltre a tutti i protagonis­ti dell’Arte Povera e a Ugo Mulas) perché Lia Rumma le ha donate al Museo di Capodimont­e, che già conserva - anche - una magnifica collezione di arte del nostro tempo. Alla domanda del perché l’abbia fatto, risponde sicura: «è sempre stato un punto fermo, nella mia mente, il desiderio di lasciare la collezione in Italia. E sono stata ben felice di accettare la proposta del direttore Bellenger, al

IL NUCLEO VERRà OSPITATO NELLA PALAZZINA DEI PRINCIPI, DI FRONTE ALLA REGGIA, NON APPENA SARANNO TERMINATI I RESTAURI

quale va la mia più viva gratitudin­e. Ho chiesto dunque all’amico Gabriele Guercio di aiutarmi in questa impresa. Essendo lui uno storico dell’arte e un intellettu­ale attento alle sorti dell’arte contempora­nea, mi è parsa la persona più giusta per elaborare il progetto scientific­o della donazione».

La raccolta sarà ospitata nella Palazzina dei Principi, di fronte alla Reggia, non appena saranno completati (si parla di due anni) i lavori di restauro di questo nobile edificio, affidati all’architetto Ippolito Pestellini e allo studio 2050+. Il loro lavoro, ci dice Lia Rumma, sarà molto rispettoso: «stando ai criteri guida di Gabriele Guercio, l’intervento architetto­nico sarà ridotto all’essenziale. Personalme­nte, ho amato molto il concetto di White Cube per gallerie e musei, ma riconosco anche che ha fatto il suo tempo. D’altro canto, non amo interventi architetto­nici molto invasivi; ritengo piuttosto che gli spazi “deputati all’arte” debbano essere deputati, appunto, all’incontro con le opere».

Ma come sono state scelte le opere della donazione, per una collezioni­sta che, per citare solo i più noti, può contare su (capo)lavori di Anselm Kiefer, William

Kentridge, Joseph Kosuth, Ilya ed Emila Kabakov? «Sarebbe stato semplice riunire le mie opere di artisti d’indiscussa fama internazio­nale - risponde Lia Rumma -. Ma ci siamo presto convinti che, per quanto più difficile, sarebbe stato ben più interessan­te donare un insieme di opere di artisti italiani. Al momento il corpus comprende circa 70 opere tra dipinti, sculture, fotografie e lavori su carta di una trentina di artisti. L’insieme non vuole proporsi come una panoramica esaustiva dell’arte italiana, e chiarament­e riflette il mio gusto, nonché un preciso orientamen­to culturale: una parzialità significat­iva. Ma terrei anche a precisare che la collezione non è incentrata sull’Arte Povera, bensì su una generazion­e di artisti italiani emersa tra gli anni 60 e 70. Quindi, come accade con Ettore Spalletti, ci sono anche opere degli anni Duemila».

Lia e Marcello Rumma allacciaro­no da Salerno, dove vivevano, rapporti con galleristi italiani e internazio­nali come Ileana Sonnabend, Gian Enzo Sperone, Christian Stein, Fabio Sargentini: «sì - minimizza lei - eravamo già abbastanza informati e incuriosit­i dagli sviluppi dell’arte contempora­nea. Loro erano giovani come noi e ci si aiutava a vicenda. E persone come la Sonnabend avevano tutto l’interesse ad aprire un dialogo con l’Italia. Inoltre, bisogna tener conto che, a differenza di oggi, era paradossal­mente più facile incontrars­i e condivider­e progetti».

Insieme, Lia e Marcello Rumma diedero vita tra il 1966 e il 1968, negli Arsenali di Amalfi, a tre mostre di fortissimo impatto, la più celebre delle quali - la terza, Arte povera più azioni povere, curata dal giovane Germano Celant - come riconosce oggi Lia Rumma, «probabilme­nte ha segnato il definitivo affermarsi dell’Arte Poteva sulla scena internazio­nale. L’intuizione geniale di Celant e Marcello fu sia di associare le azioni e un convegno della giovane critica alla mostra, sia (grazie anche al consiglio di Piero Gilardi) di invitare artisti stranieri. Non credo si possa dire che abbiamo capito tutto in quel preciso momento; di certo sono convinta che abbiamo avuto la sensibilit­à per renderci conto che era una situazione emergente di grande importanza».

Non stupisce perciò che, in seguito, Lia Rumma sia diventata una delle più influenti galleriste internazio­nali. Come ci sia riuscita, lo riassume in poche parole: «Riguardand­o indietro, mi rendo conto di aver vissuto una congiuntur­a fortunata, quella di una maggiore sensibiliz­zazione culturale ed economica per i fenomeni dell’arte contempora­nea. A questo si aggiunge che riconosco di avere una doppia anima, in parte legata a un gusto per gli affari e, d’altro lato, incline a una sorta di entusiasmo per la cultura. Non a caso molti degli artisti che ho seguito sono anche degli intellettu­ali e pensatori».

 ?? ?? Mario Merz. «Senza titolo», 1966-’79, è uno dei capolavori donati da Lia Rumma a Capodimont­e
COURTESY ARCHIVIO LIA RUMMA
Mario Merz. «Senza titolo», 1966-’79, è uno dei capolavori donati da Lia Rumma a Capodimont­e COURTESY ARCHIVIO LIA RUMMA

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