ELLE (Italy)

Parola d’ordine: priorità

Intervista a Cristina Scocchia

- Di DANDA SANTINI

ei il suo sogno di ragazzina l’ha realizzato, e non L era un’ambizione da poco: «Al mio primo colloquio di lavoro, alla domanda “che cosa vuole fare da grande?”, ho risposto, sincera, l’amministra­tore delegato. Mi piaceva l’idea di guidare un’azienda, impattare sull’organizzaz­ione, sul business e sulla cultura aziendale, unendo aspetti economici e dimensione umana». Oggi, a 41 anni, dopo una carriera in Procter & Gamble (oggi P&G), 13 anni all’estero fino a diventare responsabi­le di 70 Paesi, Cristina Scocchia è l’amministra­trice delegata di L’Oréal Italia, 2.000 dipendenti, la più grande multinazio­nale cosmetica del mondo, con marchi come Lancôme e Maybelline New York, Giorgio Armani Parfums, Vichy e Kérastase.

Come ci è arrivata?

Laurea in Bocconi in Economia e commercio e dottorato di Ricerca a Torino. Negli ultimi tre anni di università ho lavorato mentre studiavo. Appena si è aperta una posizione internazio­nale, a Ginevra, sono partita. Lì ho lavorato sia sui mercati maturi che su quelli emergenti: una crescita profession­ale multicultu­rale. E mi piace ora la sfida in un Paese come l’Italia, importante (è il quinto nel mondo L’Oréal per fatturato) ma in decrescita. Sono ottimista: siamo ancora un Paese dalle grandi potenziali­tà nel mondo del “bello”.

Chi ha creduto in lei?

Ho iniziato in una multinazio­nale, la Procter, che credeva davvero nel talento; lavorare all’estero mi ha aiutata a sperimenta­re modelli diversi. E mi hanno dato fiducia in tanti, con responsabi­lità sempre maggiori.

Cosa consiglia ai giovani?

Qualunque sia il sogno, percorrerl­o con entusia- smo, passione, coraggio e anche resilienza. Mandare CV, consultare le opportunit­à delle università, le ricerche di personale internazio­nali online. Cercare aziende che investano nel talento. Fare un passaggio all’estero. Poi occorre anche un po’ di fortuna. Diceva Seneca: “il successo si realizza quando il talento incontra l’opportunit­à”, e noi, che nelle aziende lavoriamo, quell’opportunit­à per i giovani dobbiamo impegnarci a crearla.

É più difficile per le donne?

Sì, perché il modello è irraggiung­ibile: devi pensare da uomo, comportart­i da signora, sembrare una ragazzina, lavorare come un mulo ed essere una moglie e mamma da Mulino Bianco. La verità è che ognuna deve trovare il suo punto di equilibrio e rimanere se stessa.

Lei come l’ha trovato?

Ho imparato che la perfezione non esiste. Anzi, il desiderio di perfezione ti porta a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto, mentre a me piace mezzo pieno. Cerco di dare il massimo su cosa penso faccia davvero la differenza. E mi so perdonare.

Anche in famiglia?

Ho un figlio di 6 anni, la cosa di cui sono più orgogliosa e che mi rende più felice. Certo, non sono una mamma superprese­nte: non si può fare tutto, ma provare a conciliare è possibile. Quando lui è nato avevo già un ruolo di responsabi­lità, e sono rientrata al lavoro subito dopo la maternità obbligator­ia. Nei primi mesi ho cercato di viaggiare meno e di non esagerare con gli orari. Ho, come dico io, “priorizzat­o”: non in tutti i momenti della carriera si deve spingere al massimo. Oggi in famiglia ci sono nei momenti importanti ma non accompagno mio figlio a scuola tutti i giorni. Gliel’ho

spiegato e la viviamo bene, senza drammi.

Ha trovato il marito giusto per una donna in carriera?

Il nostro è stato un colpo di fulmine: mi sono innamorata senza pensieri, come è giusto che sia. Lui fa il cardiochir­urgo, per cui conciliare le nostre carriere non è sempre facile, ma per noi è importante essere sempre stati capaci di sostenerci a vicenda.

Come gestisce lo stress?

Mio figlio mi ha insegnato a lasciarlo alle spalle. Però so quanto è importante, sotto pressione, risolvere i problemi con rapidità. Se c’è un nodo da sciogliere, io sento la responsabi­lità di farlo subito, senza risparmiar­mi, e non c’è weekend o vacanza che tenga. Poi, so mettere in prospettiv­a, relativizz­are e staccare la spina. Con un weekend di sci, una cena con gli amici, un massaggio.

Uomini e donne sono diversi al lavoro?

Il carattere non ha genere. Ho conosciuto uomini e donne aggressivi o partecipat­ivi in ugual misura. E i manager migliori sanno alternare a seconda delle situazioni lo stile assertivo o quello partecipat­ivo. Non mi piacciono gli stereotipi: non dico mai “noi donne” o “voi uomini”.

Come seleziona le persone?

Mi piacciono le persone con visione strategica e capacità di pensiero sul lungo periodo. Per testarlo, sottopongo sempre un caso di business concreto per valutare la prospettiv­a nel tempo. Poi apprezzo una leadership forte, perché c’è bisogno di persone di carattere che possano motivare gli altri, e preferisco uno stile non gerarchico ma partecipat­ivo. Lo capisco subito dal linguaggio: c’è chi dice “noi” e chi dice sempre “io”. E per me è importante l’attitudine al lavoro in team. Infine, insieme al talento e alle competenze, apprezzo il fair play, la trasparenz­a, la generosità.

Mai subito discrimina­zioni?

Non nelle aziende in cui ho lavorato, ma qui in Italia essere donna e relativame­nte giovane con un ruolo importante genera sorpresa. Ti guardano con un po’ di condiscend­enza, come se tu non potessi avere competenze economiche o finanziari­e. Io reagisco coi fatti, dimostrand­o che si può essere competenti, donne e giovani. Ho anche notato che in Italia gli uomini sono tutti dottori mentre io sono spesso “signora” o “signorina”...

Che cosa ci manca ancora per una vera uguaglianz­a?

Tre cose. Un cambiament­o culturale dove ci sia una suddivisio­ne dei ruoli e degli impegni familiari più equi. Più servizi sociali per le famiglie, dall’asilo nido alla scuola a tempo pieno. Infine, anche le aziende devono aiutare nella gestione del tempo.

In che modo?

Noi siamo partiti con un progetto di smartwork: per due giorni al mese (fa un mese intero all’anno!), i nostri dipendenti, uomini e donne (perché la famiglia è di entrambi) possono lavorare “altrove”, connessi con smartphone e computer. Non è stato facile per tutti, ma per noi significa passare da una gestione managerial­e basata sul controllo a una fondata sulla fiducia.

Che cosa le piacerebbe dicessero di lei?

Che sono un modello positivo che dimostra come si possano raggiunger­e obiettivi importanti a prescinder­e dal punto di partenza (io mi sono mantenuta agli studi!), senza rinunciare a una famiglia, e senza scendere a compromess­i con i propri valori. Una delle cose di cui vado più fiera.

“In Italia sorprende ancora vedere una donna giovane in un ruolo importante”

 ??  ?? Cristina Scocchia, 41 anni, sposata, un figlio, è amministra­trice delegata di L’Oréal Italia.
Cristina Scocchia, 41 anni, sposata, un figlio, è amministra­trice delegata di L’Oréal Italia.
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