Quel­lo che non so di lei

Lei in­con­tra una scrit­tri­ce di suc­ces­so, di­so­rien­ta­ta e pie­na di dub­bi, e si in­si­nua nel­la sua vi­ta fi­no a di­ven­tar­le in­di­spen­sa­bi­le... Che gio­co è?

ELLE (Italy) - - Cinema - Di Ro­man Po­lan­ski con Em­ma­nuel­le Sei­gner ed Eva Green Toy Sto­ry 3… Co­co: Dé­si­rée Pao­la Ca­poz­zo

fran­ce­se s’in­ti­to­la co­me la te­sta­ta che sta­te leg­gen­do, El­le. Nel­la ver­sio­ne dop­pia­ta in ita­lia­no di­ven­ta Lei­la. Che con­tie­ne la ra­di­ce del­la tra­du­zio­ne ita­lia­na di “El­le”: Lei. In un ca­so co­me nell’al­tro, il per­so­nag­gio in­ter­pre­ta­to da Eva Green nell’ul­ti­mo film di Ro­man Po­lan­ski è qua­si la quin­tes­sen­za di una cer­ta idea di fem­mi­ni­li­tà: fa­sci­no­sa, se­dut­tri­ce, pre­mu­ro­sa ma an­che in­fi­da e tra­di­tri­ce. Un gior­no Lei in­con­tra una scrit­tri­ce di suc­ces­so (in­ter­pre­ta­ta da Em­ma­nuel­le Sei­gner, da qua­si 30 an­ni mo­glie di Po­lan­ski) che è en­tra­ta in una cri­si pro­fon­da do­po la pub­bli­ca­zio­ne di un ro­man­zo de­di­ca­to a sua ma­dre. La don­na è di­so­rien­ta­ta, non ha più vo­glia di scri­ve­re, ma Lei è abi­lis­si­ma nell’in­si­nuar­si nel­la sua vi­ta, nel ca­pi­re i suoi tor­men­ti e i suoi dub­bi, nell’of­frir­le aiu­to e con­for­to e nel di­ven­tar­le a tal pun­to in­di­spen­sa­bi­le da pro­por­le di con­di­vi­de­re

“IN­CA­PA­CE

il me­de­si­mo ap­par­ta­men­to. Ami­ci­zia di­sin­te­res­sa­ta? Gio­co sot­ti­le di ma­ni­po­la­zio­ne estre­ma? O al­tro an­co­ra? All’om­bra di un clas­si­co co­me Eva con­tro Eva, Po­lan­ski or­che­stra da par suo un gio­co al mas­sa­cro tut­to in­tes­su­to sul fi­lo dell’am­bi­gui­tà e del­la

(da La for­ma dell’ac­qua

de­li­be­ra­ta con­fu­sio­ne tra rea­le e fin­zio­na­le. di Guil­ler­mo del To­ro)

Tut­to si può di­re e pen­sa­re di lui, ma a pat­to di ri­co­no­sce­re che sul set è dav­ve­ro un mae­stro: uno che a 84 an­ni com­piu­ti sa an­co­ra crea­re at­mo­sfe­re, ge­ne­ra­re ten­sio­ne, con­fon­de­re, av­vin­ce­re ed emo­zio­na­re co­me po­chi al­tri ci­nea­sti og­gi so­no in gra­do di fa­re.

NEL­LA VER­SIO­NE ORI­GI­NA­LE

È sim­pa­ti­co, e si sa. Che sia gen­ti­le te l’aspet­ti. Il suo la­to un po’ sec­chio­ne sul set, in­ve­ce, sor­pren­de. Nel film Met­ti la non­na in free­zer, De Luigi ve­ste i pan­ni del più in­cor­rut­ti­bi­le e mal­de­stro dei fi­nan­zie­ri, in bel­lis­si­ma com­pa­gnia di Mi­riam Leo­ne, Bar­ba­ra Bou­chet, Lu­cia Oco­ne e Ma­ri­na Roc­co.

Co­sa hai pen­sa­to quan­do hai let­to la sce­neg­gia­tu­ra?

Che ave­vo pro­prio vo­glia di fa­re un film co­sì: una black co­me­dy ori­gi­na­le, di­ver­sa da quel­le che fac­cio di so­li­to. Uno dei te­mi rac­con­ta­ti è co­me sbar­ca­re il lu­na­rio ai tem­pi del­la cri­si: si fan­no co­se al li­mi­te dell’as­sur­do. Io, per dir­ne una, da ra­gaz­zo ho ven­du­to en­ci­clo­pe­die in un par­co di­ver­ti­men­ti, un po­sto de­ca­den­te tra cir­cen­si e per­so­nag­gi in­de­fi­ni­bi­li. Nes­su­na truf­fa, per ca­ri­tà, ma quan­do ero stu­den­te mi so­no sbiz­zar­ri­to con de­gli esca­mo­ta­ge.

L’ul­ti­ma vol­ta che hai ri­so e quel­la in cui ti sei com­mos­so?

Sul set di que­sto film, con le mie com­pa­gne di la­vo­ro, Mi­riam, Lu­cia e Ma­ri­na. Ab­bia­mo ri­so spes­so e di gu­sto. Sem­bra scon­ta­to e pre­me­di­ta­to, ma è la ve­ri­tà. In­ve­ce ho pian­to al ci­ne­ma, guar­dan­do il film di ani­ma­zio­ne del­la Pi­xar, quan­te la­cri­me, è sta­to un di­sa­stro! Crollo spes­so da­van­ti ai car­to­ni. C’è un pas­sag­gio dei Croods in cui crollo! E non par­lia­mo del fi­na­le di

una tra­ge­dia.

DI PER­CE­PI­RE LA TUA FOR­MA, TI RI­TRO­VO OVUN­QUE IN­TOR­NO A ME”

Un la­to di te che sor­pren­de?

Es­sen­do un po’ cial­tro­ne in sce­na, for­se spiaz­za il fat­to che sul set sia mol­to sec­chio­ne e ri­go­ro­so. Que­sto i col­le­ghi non se l’aspet­ta­no.

La tua se­ra­ta idea­le?

Mi sen­to mol­to “an­zia­no den­tro”: ca­sa, di­va­no, con mo­glie, due fi­gli e il ca­ne a guar­da­re car­to­ni. Ogni tan­to un buon ri­sto­ran­te con gli ami­ci o il ci­ne­ma. Gli even­ti non fan­no per me. Io e la mon­da­ni­tà ci guar­dia­mo con ri­spet­to­so di­stac­co.

Il mi­glior con­si­glio ri­ce­vu­to?

Non ave­re fret­ta.

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