K. K.

Sty­ling di DIA­NE BOULENGER di VA­LEN­TI­NE PETRY. fo­to di JAN WEL­TERS

ELLE (Italy) - - Intervista - Va­len­ti­ne Pé­try

INCONTRIAMO

Kei­ra Knightley in uno stu­dio a nord di Lon­dra do­ve il ser­vi­zio fotografico fi­ni­sce pri­ma del pre­vi­sto. Tut­to è fi­la­to li­scio, no­no­stan­te l’oti­te all’orec­chio de­stro. Kei­ra si scu­sa su­bi­to, non ci sen­te mol­to be­ne, ma non sa­rà ne­ces­sa­rio ur­la­re. Di­ver­ten­te, en­tu­sia­sta, sem­pre sor­ri­den­te: ti di­men­ti­chi di ave­re di fron­te una star. Que­st’an­no sa­rà Co­let­te in un film di Wa­sh West­mo­re­land e in au­tun­no sa­rà la Fa­ta Con­fet­to in Lo Schiac­cia­no­ci e i Quat­tro Re­gni del­la Di­sney.

Ha espres­so il suo ram­ma­ri­co per la man­can­za di ruo­li in­te­res­san­ti nei film am­bien­ta­ti al gior­no d’og­gi...

«Par­la­vo per me. Tro­vo più in­te­res­san­ti i per­so­nag­gi che mi ven­go­no pro­po­sti nei film d’epo­ca, ma non sia­mo tut­te ugua­li. In que­sto mo­men­to, sto la­vo­ran­do a un film che si svol­ge nel 2003: for­se le co­se stan-

no cam­bian­do an­che per me... Del re­sto, ci so­no sem­pre me­no ruo­li da pro­ta­go­ni­ste, per le don­ne. Nel­le pro­du­zio­ni in­gle­si e ame­ri­ca­ne, ogni tre ruo­li si­gni­fi­ca­ti­vi maschili, ce n’è so­lo uno fem­mi­ni­le. E que­sto di­va­rio si fa più gran­de se par­lia­mo del­le mi­no­ran­ze».

L’ame­ri­ca­na El­len Pom­peo ha di­chia­ra­to recentemente che co­me at­tri­ce non ha avu­to al­cun po­te­re sul set. È una sen­sa­zio­ne che con­di­vi­de?

«Sì, per­ché du­ran­te le ri­pre­se il po­te­re sta nel­le ma­ni del re­gi­sta e del pro­dut­to­re. Ov­via­men­te ab­bia­mo il con­trol­lo del no­stro spa­zio crea­ti­vo, ma è una co­sa dav­ve­ro mi­ni­ma».

La sua espe­rien­za le con­fe­ri­sce una for­ma di po­te­re?

«So­no con­sa­pe­vo­le di ave­re avu­to una gran­de for­tu­na che mi ha per­mes­so di crear­mi un mio per­cor­so e con­dur­re la vi­ta che vo­le­vo. Do­po I Pi­ra­ti dei Ca­rai­bi ho scel­to film più “di­scre­ti”, che mi han­no fat­to gua­da­gna­re me­no sol­di ma mi han­no ar­ric­chi­to, con trou­pe più pic­co­le e ri­pre­se più in­ti­me. So­no riu­sci­ta a ri­pren­de­re in ma­no il mio la­vo­ro, men­tre pri­ma ave­vo la sen­sa­zio­ne di non po­ter ge­sti­re nul­la. Sì, fi­nal­men­te pos­so di­re di aver con­qui­sta­to una cer­ta for­ma di po­te­re».

Ave­re po­te­re si­gni­fi­ca an­che sa­per di­re no?

«Cer­to. Ogni an­no, ri­ce­vo una ven­ti­na di proposte, ma ne ac­cet­to so­lo una o due. E so­no sem­pre mol­to chia­ra su quel­lo che vo­glio fa­re. È il van­tag­gio di ave­re trent’an­ni, puoi di­re no... Nel ca­so di sce­ne di ses­so o di nu­do, per esem­pio, so­no più quel­le che ri­fiu­to di quel­le che ac­cet­to. Mi ca­pi­ta di chie­de­re una con­tro­fi­gu­ra o di gi­ra­re di­ver­sa­men­te la sce­na se non di ta­gliar­la. Per

da­re il me­glio de­vo sen­tir­mi a mio

agio, cer­co sem­pre di es­se­re one­sta.

Que­ste scel­te non mi pre­clu­do­no i ruo­li: so­no for­tu­na­ta».

So­no mol­te le at­tri­ci che pren­do­no la pa­ro­la su que­stio­ni im­por­tan­ti co­me le mo­le­stie, le di­su­gua­glian­ze sa­la­ria­li o l’eco­lo­gia. Co­sa ne pen­sa?

«La co­sa più im­por­tan­te è che le don­ne ini­zi­no a par­la­re, per­ché il si­len­zio è pe­ri­co­lo­so. È ne­ces­sa­rio rac­con­ta­re le no­stre sto­rie e fa­re in mo­do che ven­ga­no ascol­ta­te. Le at­tri­ci han­no ac­ces­so a una piat­ta­for­ma me­dia­ti­ca che le al­tre don­ne non han­no. Si so­no im­pa­dro­ni­te del mo­vi­men­to #Metoo, che pe­rò ri­guar­da tut­te le don­ne. Stes­so di­scor­so per le di­su­gua­glian­ze sa­la­ria­li».

Non ha pau­ra che le si ri­tor­ca con­tro? Non di­men­ti­chia­mo la po­le­mi­ca in­tor­no a Ca­the­ri­ne De­neu­ve…

«No, so­no an­ni che con­ce­do in­ter­vi­ste. Bi­so­gna ri­spon­de­re one­sta­men­te, ma non si può pre­ten­de­re di pia­ce­re a tut­ti. La co­sa im­por­tan­te è la di­scus­sio­ne. È un mo­men­to in cui tut­te sia­mo al­la ri­cer­ca di una so­lu­zio­ne, e la plu­ra­li­tà di vo­ci è es­sen­zia­le».

Al­cu­ne at­tri­ci han­no di­chia­ra­to di ne­go­zia­re il pro­prio com­pen­so in mo­do da ot­te­ne­re un im­por­to mag­gio­re per le col­le­ghe me­no fa­mo­se. Le co­se si stan­no muo­ven­do?

«Sì, ol­treo­cea­no so­no na­ti dei col­let­ti­vi di at­tri­ci, ed è una no­vi­tà. Ho l’im­pres­sio­ne che fi­no­ra cia­scu­na di noi sia cre­sciu­ta nel pro­prio eco­si­ste­ma. Dob­bia­mo pren­de­re co­scien­za che è ne­ces­sa­rio con­di­vi­de­re le no­stre espe­rien­ze per vi­ve­re in si­cu­rez­za. La stes­sa co­sa si ap­pli­ca ai no­stri sti­pen­di. È ov­vio che a pa­ri la­vo­ro do­vreb­be cor­ri­spon­de­re pa­ri sa­la­rio, ma non è co­sì. Con­cre­ta­men­te, tut­to co­min­cia du­ran­te le di­scus­sio­ni con i no­stri agen­ti: “Lo sai quan­to gua­da­gna ti­zio? E tu a quan­to stai trat­tan­do?”. Nell’in­du­stria del ci­ne­ma, han­no in­se­gna­to al­le don­ne a sta­re zit­te e a es­se­re ri­co­no­scen­ti, e lo stes­so ca­pi­ta an­che in tut­ti gli al­tri set­to­ri. Va be­ne es­se­re con­sa­pe­vo­li del­la pro­pria for­tu­na, ma sia­mo si­cu­re che an­che gli uo­mi­ni sia­no al­tret­tan­to ri­co­no­scen­ti? Io non cre­do. Ec­co per­ché dob­bia­mo far­ci sen­ti­re».

Ha di­chia­ra­to che spe­ra tan­to che sua fi­glia non vo­glia fa­re l’at­tri­ce. Per­ché?

«Ado­ro re­ci­ta­re ed è gra­zie al mio la­vo­ro che ho po­tu­to gua­da­gna­re sol­di e viag­gia­re. E di que­sto so­no mol­to con­ten­ta. Ma non è cer­to un bell’am­bien­te. Bi­so­gna ave­re il pelo sul­lo sto­ma­co, qui co­me al­tro­ve. So­lo che per noi di­ven­ta tut­to di do­mi­nio pub­bli­co… Vor­rei che mia fi­glia non si tro­vas­se a es­se­re sot­to­po­sta a un giu­di­zio pub­bli­co, co­me è suc­ces­so a me. Nel ca­so lo vo­les­se fa­re, la so­ster­rò ma se de­ci­de­rà di de­di­car­si ad al­tro, sa­rò fe­li­ce».

Recentemente ha in­ter­pre­ta­to il ruo­lo di Co­let­te. Per un’at­tri­ce dev’es­se­re il mas­si­mo ve­sti­re i pan­ni di una don­na co­sì ri­bel­le…

«È ve­ro. Era una scrit­tri­ce straor­di­na­ria, e ha avu­to una vi­ta paz­ze­sca. Mi è ba­sta­to leg­ge­re il co­pio­ne per es­ser­ne en­tu­sia­sta. Ave­vo vi­sto sol­tan­to qual­che sua im­ma­gi­ne, ma non sa­pe­vo nul­la del suo pri­mo ma­tri­mo­nio, che è poi il pe­rio­do su cui si con­cen­tra il film. La pel­li­co­la rac­con­ta del suo rap­por­to con il ma­ri­to Wil­ly e di co­me lui si sia ap­pro­pria­to del suo la­vo­ro ma, so­prat­tut­to, di co­me Co­let­te rie­sca a tro­va­re la sua stra­da an­che sen­za di lui. È uno straor­di­na­rio rap­por­to di for­za che col tem­po si in­ver­te. E ov­via­men­te è af­fa­sci­nan­te an­che la ri­cer­ca del

pia­ce­re con molteplici aman­ti, uo­mi­ni e don­ne…». So­no pro­ble­ma­ti­che an­co­ra at­tua­li… «Sì, la que­stio­ne non è an­co­ra su­pe­ra­ta. So­no mol­te le don­ne che an­co­ra og­gi si pos­so­no ri­co­no­sce­re in que­sto bi­so­gno di lot­ta­re per tro­va­re la pro­pria stra­da...». Sua fi­glia Edie ha due an­ni e mez­zo. Che co­sa è cam­bia­to in lei, da quan­do è di­ven­ta­ta mam­ma? «Non c’è più nul­la di ugua­le a pri­ma: la quo­ti­dia­ni­tà, la vi­ta di cop­pia e quel­la so­cia­le, il mio cor­po, il mio mo­do di pen­sa­re, di man­gia­re e per­si­no di dor­mi­re… è qual­co­sa di as­so­lu­ta­men­te straor­di­na­rio! At­tra­ver­sia­mo mo­men­ti di di­stru­zio­ne per ri­co­strui­re la no­stra vi­ta. Det­to que­sto, mia fi­glia si sve­glia sem­pre di not­te... am­met­to che mi pia­ce­reb­be mol­to vi­ve­re con qual­che ora di son­no in più, ma non di­spe­ro!». La sua è una car­rie­ra in­ter­na­zio­na­le. Ha re­ci­ta­to a Broad­way ma con­ti­nua a vi­ve­re a Lon­dra… «Ho vis­su­to a Los An­ge­les e a New York con l’idea di po­ter­mi­ci tra­sfe­ri­re… poi ho sem­pre de­si­de­ra­to tor­na­re in In­ghil­ter­ra. Ado­ro viag­gia­re ma è a Lon­dra che mi sen­to dav­ve­ro a ca­sa. Ed è an­co­ra più co­sì da quan­do è na­ta mia fi­glia. Po­ter chia­ma­re i non­ni al te­le­fo­no per qual­che ora di ba­by­sit­ting è una gran­de for­tu­na. Quan­do mia fi­glia era una neo­na­ta, abi­ta­vo a New York e spes­so pen­sa­vo: “Ho bi­so­gno di mia ma­dre!”». Or­mai la­vo­ra con Cha­nel da più di die­ci an­ni... «Per me è sem­pre una sorpresa, e un gran­de pia­ce­re. Ado­ro la sto­ria di Ga­briel­le Cha­nel. E ho an­che la for­tu­na di po­ter sco­pri­re un uni­ver­so che non co­no­sce­vo: co­me na­sco­no i gio­iel­li, i pro­fu­mi… è uno straor­di­na­rio pri­vi­le­gio». Che co­sa le pia­ce di Ga­briel­le Cha­nel? «No­to mol­te si­mi­li­tu­di­ni con Co­let­te: è una so­prav­vis­su­ta, che si fa stra­da. Mo­ral­men­te par­lan­do, non era­no di cer­to del­le per­so­ne pia­ce­vo­li, ma in fin dei con­ti, chis­se­ne­fre­ga? Sa­ran­no an­che sta­te ter­ri­bi­li, ma so­no sta­te del­le fan­ta­sti­che pio­nie­re».

“DA QUAN­DO SO­NO MAM­MA, NUL­LA È CO­ME PRI­MA. MI BASTEREBBE QUAL­CHE ORA DI SON­NO IN PIÙ...”

Kei­ra Knightley, 33 an­ni ap­pe­na com­piu­ti. Pantaloni e ca­mi­cia Cha­nel. Nell’al­tra pa­gi­na, oro­lo­gio Boy­friend, Cha­nel Hor­lo­ge­rie e brac­cia­le Co­co Cru­sh, Cha­nel Joail­le­rie. Ma­ke up Cha­nel.

Kei­ra Knightley. Abi­to Max Mara. Ma­ke up Cha­nel.

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