Un al­tro gi­ro di gio­stra

L’esi­sten­za ve­lo­ce di una don­na al­le pre­se con il pas­sa­to del­la guer­ra. Il viag­gio in au­to con il ca­da­ve­re di un uo­mo sen­za scru­po­li. Il va­ga­bon­dag­gio di due mar­gi­na­li, a due e a quat­tro zam­pe. E il tram su cui un uo­mo cer­ca di ri­tro­va­re la don­na del­la su

ELLE (Italy) - - Libri -

VE­LO­CE LA VI­TA di Syl­vie Schenk Kel­ler, 15,50 eu­ro

La vo­ce nar­ran­te è quel­la di Loui­se, dall’ado­le­scen­za all’età ma­tu­ra. In ca­pi­to­li bre­vi e fol­go­ran­ti, Loui­se si rac­con­ta, cor­ren­do, co­me fa la vi­ta: l’in­fan­zia, la scuo­la, l’uni­ver­si­tà, i pri­mi amo­ri. Loui­se si di­vi­de per un bre­ve at­ti­mo tra Hen­ri, fran­ce­se so­prav­vis­su­to al ge­no­ci­dio ebrai­co, nel qua­le ha per­du­to i ge­ni­to­ri, e Jo­han­nes, te­de­sco in viag­gio stu­dio. Fi­ni­rà per sce­glie­re Jo­han­nes, no­no­stan­te non sap­pia nien­te del pas­sa­to del­la sua fa­mi­glia, che po­treb­be na­scon­de­re se­gre­ti sco­mo­di. Sa­rà fe­li­ce in Ger­ma­nia, avrà fi­gli, con­ti­nue­rà a cor­re­re, ma sco­pri­rà an­che che co­sa ha fat­to il suo­ce­ro du­ran­te la guer­ra. Non c’è tem­po di fer­mar­si, le ruo­te del tem­po con­ti­nua­no a gi­ra­re ve­lo­ci. E la vi­ta pas­sa co­sì, in un mo­men­to. Un pic­co­lo gio­iel­lo di ra­pi­di­tà e strug­gi­men­to, per ri­cor­dar­ci che la vi­ta è fra­gi­le e pre­zio­sa.

DA LON­TA­NO SEMBRANO MOSCHE di Ki­ke Ferrari Fel­tri­nel­li, 15 eu­ro

“Se qual­cu­no vuo­le leg­ge­re que­sto li­bro co­me un sem­pli­ce ro­man­zo, so­no fat­ti suoi”, am­mo­ni­sce la ci­ta­zio­ne di R. Wal­sh in aper­tu­ra. I let­to­ri so­no av­ver­ti­ti. Pos­so­no far­si stre­ga­re dal rit­mo in­dia­vo­la­to di que­sto ne­ris­si­mo ro­man­zo bre­ve, scrit­to da un gio­va­ne ar­gen­ti­no che la­vo­ra co­me spaz­zi­no nel­la me­tro di Bue­nos Ai­res e stu­pi­sce la cri­ti­ca con i suoi ro­man­zi in­clas­si­fi­ca­bi­li, o co­min­cia­re a pen­sa­re a co­me va il mon­do, do­ve trop­pe per­so­ne pen­sa­no che gli al­tri da lon­ta­no sembrano mosche. Per esem­pio Ma­chi, uo­mo d’af­fa­ri che tro­va nel por­ta­ba­ga­gli dell’au­to un uo­mo uc­ci­so. Ini­zia­no i tra­gi­co­mi­ci ten­ta­ti­vi di li­be­rar­si del ca­da­ve­re... Si cor­re con lui. Fi­no al fi­na­le a sor­pre­sa. E si ca­pi­sce co­me il ro­man­zo gial­lo sia or­mai l’uni­co ro­man­zo so­cia­le ri­ma­sto.

FIORE FRUTTO FOGLIA FANGO di Sa­ra Bau­me NN, 18 eu­ro

Ci so­no sto­rie in ogni co­sa, di­ce una vec­chia vi­ci­na al nar­ra­to­re di que­sto ro­man­zo, Ray, 57 an­ni mol­to so­li­ta­ri e una ca­sa con trop­pe por­te che non apre mai. Per esem­pio c’è una sto­ria in quel po­ve­ro ba­star­di­no tro­va­to al ca­ni­le, con un oc­chio so­lo, che non ha avu­to una vi­ta fa­ci­le. Pro­prio co­me Ray. Per que­sto, do­po aver vi­sto il suo mu­so ar­ruf­fa­to su un an­nun­cio, Ray va a pren­der­se­lo, lo ca­ri­ca nel­la mac­chi­na pie­na di cian­fru­sa­glie e di stra­ni odo­ri e gli apre la por­ta bor­bot­tan­do le pri­me pa­ro­le d’amo­re del­la sua vi­ta: “Ben­ve­nu­to a ca­sa, Unoc­chio, mio buon pic­co­lo cac­cia­to­re di rat­ti”. Una gio­va­ne ro­man­zie­ra ir­lan­de­se ha scrit­to un gio­iel­li­no in­clas­si­fi­ca­bi­le, te­nen­do­si bas­sis­si­ma sul ter­re­no, qua­si a quat­tro zam­pe, per al­zar­si nel cie­lo del­la poe­sia.

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