Ni­na Gar­cia

ELLE (Italy) - - Elle - di­ret­to­re di El­le Usa

«Il la­vo­ro di squa­dra è il la­vo­ro dei so­gni, lo di­co sem­pre,

e io mi con­si­de­ro mol­to for­tu­na­ta, per­ché fac­cio un me­stie­re che mi per­met­te di sup­por­ta­re al­tre don­ne e aiu­tar­le a vi­ve­re al me­glio. Ho sco­per­to che la­vo­ra­re con un team di don­ne pro­du­ce sem­pre idee e ri­sul­ta­ti mi­glio­ri. Il mi­to che non sia­mo in gra­do di so­ste­ner­ci le une con le al­tre è so­lo un mi­to, ap­pun­to. Dob­bia­mo ca­pi­re che la vit­to­ria di un’ami­ca o di una col­le­ga è una vit­to­ria an­che per noi. Ami­ci e col­le­ghi so­no stret­ta­men­te le­ga­ti tra lo­ro. Nes­su­na di noi la­vo­ra iso­la­ta. So­ste­nen­do­ci le une con le al­tre e in­co­rag­gian­do i no­stri suc­ces­si re­ci­pro­ci, di­ven­tia­mo tut­te più po­ten­ti. E poi ho sco­per­to che le don­ne so­no bra­vis­si­me a co­mu­ni­ca­re. Sia­mo ef­fi­cien­ti e por­tia­mo a ca­sa il ri­sul­ta­to. Ci so­no stu­di che han­no di­mo­stra­to che le mam­me che la­vo­ra­no so­no le com­po­nen­ti più pro­dut­ti­ve dell’in­te­ra for­za la­vo­ro. Ave­re fi­gli ti co­strin­ge a mas­si­miz­za­re il tuo tem­po in mo­di che non avre­sti mai nem­me­no im­ma­gi­na­to pri­ma. Pur­trop­po, la so­cie­tà ha im­po­sto per trop­po tem­po l’idea che può es­ser­ci una so­la don­na al co­man­do. E che quel­la don­na è l’ec­ce­zio­ne a con­fer­ma del­la re­go­la, la stes­sa che ha vi­sto pra­ti­ca­men­te ogni set­to­re tra­sfor­mar­si in una sor­ta di club per so­li uo­mi­ni. Cre­do che le don­ne pos­sa­no es­se­re vit­ti­me dell’in­si­cu­rez­za, sce­glie­re di non as­su­mer­si ri­schi o di non pro­por­si per una po­si­zio­ne del­la qua­le sa­reb­be­ro me­ri­te­vo­li, sem­pli­ce­men­te per­ché pen­sa­no di non ave­re nes­su­na pos­si­bi­li­tà. Ma so­no con­vin­ta che esi­sta il ca­me­ra­ti­smo tra don­ne – una so­rel­lan­za sul po­sto di la­vo­ro. Vo­glia­mo ve­der­ci ot­te­ne­re ri­sul­ta­ti. Ne­gli Sta­ti Uni­ti il di­va­rio tra lo sti­pen­dio de­gli uo­mi­ni e quel­lo del­le don­ne è scon­vol­gen­te. Sta­ti­sti­che del 2017 di Pew Re­sear­ch mo­stra­no che le don­ne con­ti­nua­no a gua­da­gna­re so­lo l’82 per cen­to di quel­lo che gua­da­gna­no gli uo­mi­ni. E que­sta di­spa­ri­tà è an­co­ra mag­gio­re per le don­ne di colore. Se guar­dia­mo ai con­si­gli d’am­mi­ni­stra­zio­ne, agli am­mi­ni­stra­to­ri de­le­ga­ti, ai pre­si­den­ti nei va­ri set­to­ri, so­no qua­si esclu­si­va­men­te uo­mi­ni an­zia­ni bian­chi. Ep­pu­re le don­ne rap­pre­sen­ta­no più del­la me­tà del­la po­po­la­zio­ne. Non ha sen­so che non pos­sia­mo ave­re più rap­pre­sen­tan­za nel­le sa­le riu­nio­ni e ne­gli uf­fi­ci do­ve ven­go­no pre­se le de­ci­sio­ni im­por­tan­ti – de­ci­sio­ni che in­fluen­za­no di­ret­ta­men­te le no­stre vi­te. È sta­ta Joan­na Co­les, ex di­ret­tri­ce di Co­smo­po­li­tan ed ex chief con­tent of­fi­cer di Hear­st, a mo­strar­mi che si può ave­re una don­na al pro­prio fian­co. Non ave­vo mai in­con­tra­to pri­ma un di­ret­to­re co­sì so­li­da­le con la sua squa­dra e le al­tre don­ne; non sa­pe­vo che un ca­po po­tes­se es­se­re co­sì in­co­rag­gian­te, in pas­sa­to ave­vo vis­su­to l’esat­to op­po­sto, con un di­ret­to­re che si sen­ti­va mi­nac­cia­to dal­le al­tre gior­na­li­ste. Quin­di la­vo­ra­re con Joan­na, che ap­prez­za­va i no­stri ra­gio­na­men­ti, è sta­to in­cre­di­bi­le. Sti­ma­va le per­so­ne del suo team e ri­co­no­sce­va che ogni lo­ro vit­to­ria era an­che sua. Non ve­ni­va dal mon­do del­la mo­da, ma ave­va la si­cu­rez­za ne­ces­sa­ria per di­re: «Que­sto non lo ca­pi­sco. Per fa­vo­re, me lo spie­ghi?». Pen­so sia il suo pre­gio più in­cre­di­bi­le, qual­co­sa che tut­te do­vrem­mo im­pa­ra­re. Mi ha in­se­gna­to a fa­re do­man­de, a es­se­re aper­ta e a ri­ven­di­ca­re i miei suc­ces­si, una co­sa che le don­ne fan­no ra­ra­men­te. Gli uo­mi­ni si van­ta­no dei lo­ro tra­guar­di, noi in­ve­ce no. Dob­bia­mo im­pa­ra­re a far­lo di più».

Pro­ject ru­n­way.

Ni­na Gar­cia, di­ret­to­re di El­le Usa, la­vo­ra da vent’an­ni nell’edi­to­ria e dal 2004 è giu­di­ce del fa­shion rea­li­ty

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