CIN­TU­RA NE­RA di con­ver­sa­zio­ne

CHE CO­SA SUC­CE­DE SE SUL LA­VO­RO APPLICHIAMO LE RE­GO­LE DEL­LE AR­TI MAR­ZIA­LI? IL DIA­LO­GO MI­GLIO­RA E SI IM­PA­RA AD ASCOL­TA­RE. LO SCRIT­TO­RE RI­VE­LA A EL­LE CO­ME HA MES­SO A PUN­TO LA TEC­NI­CA CHE IN­SE­GNA NEL­LE AZIEN­DE: IL KA­RA­TE VER­BA­LE

ELLE (Italy) - - Elle - Gian­ri­co Ca­ro­fi­glio di Alessandra Di Pie­tro - fo­to Lea Anou­chin­sky

Di­ce un gran­de mae­stro di yo­ga che per pro­gre­di­re nel­la vi­ta bi­so­gna fa­re di ogni espe­rien­za un in­se­gna­men­to. Gian­ri­co Ca­ro­fi­glio, 57 an­ni, scrit­to­re di ro­man­zi e sag­gi che sca­la­no pun­tua­li le clas­si­fi­che ha ispi­ra­to la sua vi­ta al­la mas­si­ma di cui so­pra. Lui, che è sta­to ma­gi­stra­to e par­la­men­ta­re, ha trat­to dai suoi due pre­ce­den­ti me­stie­ri la mae­stria con l’ora­to­ria e le tec­ni­che di in­ter­ro­ga­to­rio e le ha ar­mo­niz­za­te con 43 an­ni di pra­ti­ca del­le ar­ti mar­zia­li, dun­que dell’uso con­sa­pe­vo­le del­la for­za. Na­sce co­sì il me­to­do del ka­ra­te ver­ba­le, ov­ve­ro l’ar­te del di­scor­so ef­fi­ca­ce e non vio­len­to, sa­per con­ver­sa­re ri­du­cen­do il con­flit­to per ot­te­ne­re un com­pro­mes­so che pre­mia le par­ti in cau­sa. «La chia­ve sta nel non op­por­re for­za al­la for­za, sfrut­ta­re la po­ten­za dell’al­tro per tra­sfor­mar­la in ener­gia a no­stro fa­vo­re. Co­me in­se­gna­no le ar­ti mar­zia­li. Una ma­nie­ra crea­ti­va e in qual­che mo­do fem­mi­ni­le di guar­da­re al mon­do e ai suoi con­flit­ti», spie­ga a El­le lo scrit­to­re che ve­de­te fo­to­gra­fa­to in que­ste pa­gi­ne con il ka­ra­te­gi, la te­nu­ta di al­le­na­men­to.

Co­min­cia­mo dall’ini­zio: da quan­to tem­po pra­ti­ca le ar­ti mar­zia­li?

«Ho co­min­cia­to il ka­ra­te a 14 an­ni. Ero il ti­pi­co ra­gaz­zi­no ti­mi­do e sfi­ga­to che si ri­vol­ge al­le ar­ti mar­zia­li per cer­ca­re di scon­fig­ge­re il suo sen­so di ina­de­gua­tez­za. Non ho vin­to la ti­mi­dez­za ma ho im­pa­ra­to a con­vi­ver­ci e a tra­sfor­mar­la in una ri­sor­sa».

E co­me si fa?

«La ti­mi­dez­za, se smet­te di es­se­re una for­za pa­ra­liz­zan­te, di­ven­ta un aiu­to a leg­ge­re il mon­do e a trat­ta­re le per­so­ne con equi­li­brio. Se non sei trop­po si­cu­ro di te non dai per scon­ta­te mol­te co­se – spes­so non lo so­no af­fat­to – ed evi­ti gli er­ro­ri ca­ta­stro­fi­ci».

Co­me na­sce il me­to­do del ka­ra­te ver­ba­le?

«Da mol­ti an­ni ten­go cor­si di for­ma­zio­ne ri­vol­ti ad av­vo­ca­ti, uf­fi­cia­li di po­li­zia, ma­gi­stra­ti e an­che azien­de sul­le tec­ni­che di dia­lo­go, ne­go­zia­zio­ne e per­sua­sio­ne eti­ca. Mi ero ac­cor­to che, per sem­pli­fi­ca­re l’in­se­gna­men­to, sem­pre più spes­so usa­vo me­ta­fo­re pro­ve­nien­ti dal­le ar­ti mar­zia­li. Il pub­bli­co ap­prez­za­va e i con­cet­ti ve­ni­va­no me­glio com­pre­si. Da que­sta in­tui­zio­ne, ho mes­so a pun­to un me­to­do del di­scor­so ef­fi­ca­ce e di ge­stio­ne del con­flit­to, ispi­ra­to all’uso con­sa­pe­vo­le dell’equi­li­brio fra for­za e ce­de­vo­lez­za, co­me in­se­gna il ka­ra­te in par­ti­co­la­re».

Qual è il pri­mo e fon­da­men­ta­le in­se­gna­men­to?

«Non op­por­re mai for­za al­la for­za. Ce­de­re quan­do ti spin­go­no e spin­ge­re quan­do ti ti­ra­no: vuo­le di­re as­se­con­da­re la for­za dell’av­ver­sa­rio per tra­sfor­mar­la in ener­gia a no­stro fa­vo­re. Un con­cet­to mol­to fem­mi­ni­le, nell’ac­ce­zio­ne Yin-yang».

Che co­sa vuol di­re fem­mi­ni­le in que­sto ca­so?

«Nel taoi­smo lo Yin e Yang so­no le due par­ti del tut­to. Lo Yin è il fem­mi­ni­le: la not­te, la lu­na, la ter­ra, la dut­ti­li­tà, il caos crea­ti­vo, la for­za pas­si­va. Lo Yang è il ma­schi­le: il gior­no, il so­le, la ra­zio­na­li­tà, la ri­gi­di­tà, la for­za at­ti­va. Lo Yin ac­co­glie e tra­sfor­ma, lo Yang at­tac­ca e re­spin­ge. Pos­so di­scu­te­re con te, at­tac­car­ti, mor­ti­fi­car­ti, ab­bat­ter­ti, se so­no più for­te di te, se pri­vi­le­gio un mo­do ma­schi­le di ge­sti­re il con­flit­to. A mia vol­ta pe­rò, per­de­rò con un av­ver­sa­rio che usi il mio stes­so me­to­do e sia più for­te o più po­ten­te di me. In un con­flit­to, in un dia­lo­go, in un negoziato, il bra­vo com­bat­ten­te non ri­spon­de col­po su col­po, ma per pri­ma co­sa ascol­ta dav­ve­ro il suo in­ter­lo­cu­to­re. È co­sì, con lo stru­men­to dell’ascol­to at­ti­vo, che in­di­vi­dua ciò che ser­ve a tro­va­re una so­lu­zio­ne van­tag­gio­sa per en­tram­bi. Il si­len­zio at­ti­vo è il ter­ri­to­rio in cui si pre­pa­ra la vit­to­ria, che non vuol di­re ne­ces­sa­ria­men­te scon­fit­ta dell’av­ver­sa­rio».

Per le don­ne è più fa­ci­le ac­qui­si­re l’ar­te del ka­ra­te ver­ba­le, con­si­de­ra­to quel­lo che ab­bia­mo det­to sul­la natura del fem­mi­ni­le?

«Non sem­pre, non per tut­te. Le don­ne che usa­no un ap­proc­cio ma­schi­le per ave­re suc­ces­so nel­le pro­fes­sio­ni lo han­no in­tro­iet­ta­to nel pro­fon­do e scar­di­nar­lo non è più sem­pli­ce di quan­to pos­sa per gli uo­mi­ni. Yin e Yang so­no ca­te­go­rie uni­ver­sa­li che pre­scin­do­no dal ses­so bio­lo­gi­co».

Quin­di il se­gre­to è col­ti­va­re e ac­co­glie­re il fem­mi­ni­le che c’è in noi. Lei lo ha fat­to ed è di­ven­ta­to una ric­chez­za. Pro­va di­sa­gio quan­do ve­de gli uo­mi­ni agi­re den­tro l’uni­ca di­men­sio­ne di ma­schio al­fa ag­gres­si­vo?

«Li con­si­de­ro no­io­sis­si­mi. Se fos­si una don­na – ma de­vo am­met­te­re che non ho espe­rien­za nel cam­po – li tro­ve­rei an­che del tut­to pri­vi di sex ap­peal».

Ci dà una drit­ta trat­ta dal me­to­do del ka­ra­te ver­ba­le, da ap­pli­ca­re su­bi­to do­po aver let­to que­sto ar­ti­co­lo?

«Nel­la pros­si­ma di­scus­sio­ne che avre­te – con il co­niu­ge, la ca­pouf­fi­cio, il fi­glio ado­le­scen­te – fa­te si­len­zio, met­te­te a ta­ce­re il vo­stro ego e ascol­ta­te l’al­tro ipo­tiz­zan­do che pos­sa in­se­gnar­vi qual­co­sa. La­scia­te­lo par­la­re fi­no al­la fi­ne, sen­za in­ter­rom­pe­re. Quan­do ha ter­mi­na­to, non ri­spon­de­te su­bi­to ma rias­su­me­te quel­lo che ha det­to. Ser­vi­rà a voi per ve­ri­fi­ca­re se ave­te real­men­te ca­pi­to e all’al­tro per ren­der­si con­to, con stu­po­re, di es­se­re sta­to ascol­ta­to e per ria­scol­ta­re le sue pa­ro­le, le de­bo­lez­ze, le in­con­gruen­ze e i pun­ti di for­za. In que­sto mo­do, ri­dot­to lo spa­zio per le am­bi­gui­tà e i frain­ten­di­men­ti, sa­rà più sem­pli­ce pro­ce­de­re ver­so un pun­to di equi­li­brio ba­sa­to sull’ac­cor­do e non sul­la so­praf­fa­zio­ne».

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