• La psi­co­lo­ga. Fa­te le pu­li­zie men­ta­li • Il pe­dia­tra. At­ten­ti al­le pre­se elet­tri­che DI G. SCHE­LOT­TO ED E. RO­SA­TI

Ras­set­ta­re la ca­sa in pro­fon­di­tà ser­ve an­che a “sba­rac­ca­re” il caos in­tor­no a noi, a ca­pi­re ciò che è ne­ces­sa­rio al no­stro equi­li­brio o or­mai inu­ti­le, al di là del­le mo­de

GENTE - - Su­ma­rio - GIAN­NA SCHE­LOT­TO

Le pu­li­zie di pri­ma­ve­ra era­no un tem­po un gran­de ri­to col­let­ti­vo che spin­ge­va le mas­sa­ie a spa­lan­ca­re por­te e fi­ne­stre e a but­ta­re all’aria la ca­sa. Al­la fi­ne di mar­zo, ar­ma­te di bat­ti­pan­ni e piu­mi­ni, si da­va­no da fa­re per ri­por­ta­re lu­cen­tez­za nel­le stan­ze, but­ta­re via le co­se inu­ti­li e li­be­ra­re gli spa­zi e la men­te. Non si trat­ta­va so­lo di la­vo­ro ca­sa­lin­go, il fer­men­to na­sce­va da più sot­ti­li e inav­ver­ti­te spin­te psi­co­lo­gi­che. Og­gi agi­sco­no an­co­ra im­pe­rio­se e po­ten­ti, an­che se la tra­di­zio­ne del­le pu­li­zie po­st-in­ver­na­li sem­bra in via di estin­zio­ne. Cer­to i tem­pi so­no cam­bia­ti. Mil­le pro­po­ste com­mer­cia­li, da­gli elet­tro­do­me­sti­ci ai pro­dot­ti mi­ra­ti, ren­do­no il la­vo­ro do­me­sti­co più ra­pi­do ed ef­fi­ca­ce. Le don­ne han­no vi­te in­ten­se e pie­ne di fret­ta. Ep­pu­re ogni an­no, con la nuo­va sta­gio­ne, quel­la spe­cie di feb- bre col­let­ti­va, quel­la vo­glia di nuo­vo e di di­ver­so, tor­na sot­ter­ra­nea e mi­ste­rio­sa. Ma l’an­ti­ca usan­za del­le pu­li­zie di pri­ma­ve­ra, fil­tra­ta da tan­ti an­ni di con­su­mi­smo, è di­ven­ta­ta una spe­cie di “sba­rac­ca­men­to”. Una vol­ta pu­li­ta e or­di­na­ta la ca­sa, ci si con­cen­tra su tut­to ciò che oc­cu­pa abu­si­va­men­te i no­stri spa­zi. Quan­ti so­no gli og­get­ti com­pra­ti in ogni an­go­lo del mon­do, di­ver­ten­ti ma stra­va­gan­ti, che riem­pio­no gli ar­ma­di e i cas­set­ti del­le no­stre ca­se e ri­man­go­no lì per an­ni, di­men­ti­ca­ti? Sia­mo in­va­si da de­ci­ne di og­get­ti, ri­te­nu­ti ir­ri­nun­cia­bi­li e ne­ces­sa­ri, con cui cia­scu­no ha cer­ca­to nel tem­po di am­man­si­re le pro­prie ne­vro­si op­pu­re di so­ste­ne­re le pro­prie va­cil­lan­ti si­cu­rez­ze. For­se per que­sto è co­sì dif­fi­ci­le tro­va­re la for­za di but­tar­li, ci vuo­le que­sta stra­na at­mo­sfe­ra di pri­ma­ve­ra per da­re il via. Co­mun­que l’ef­fet­to psi­co­lo­gi­co che pro­du­ce la pro­gres­si­va li­be­ra­zio­ne dai mil­le or­pel­li che ci cir­con­da­no è tutt’altro che tra­scu­ra­bi­le. La de­ci­sio­ne del but­tar via può es­se­re straor­di­na­ria­men­te li­be­ra­to­ria, non so­lo per­ché si svuo­ta­no gli spa­zi fi­si­ci, ma per­ché si dà più mar­gi­ne al rin­no­va­men­to psi­chi­co di cui tut­ti ab­bia­mo bi­so­gno. Ri­dur­re dra­sti­ca­men­te le co­se ri­te­nu­te ne­ces­sa­rie co­strin­ge a con­cen­trar­si su ciò che dav­ve­ro ser­ve all’equi­li­brio psi­co­lo­gi­co e al be­nes­se­re quo­ti­dia­no. Un’at­ten­ta va­lu­ta­zio­ne di ciò che è uti­le e di ciò che non lo è può aiu­ta­re a di­stin­gue­re tra quan­to ab­bia­mo scel­to per as­se­con­da­re i no­stri bi­so­gni rea­li e quan­to in­ve­ce ab­bia­mo ac­qui­sta­to per se­gui­re una mo­da, per as­se­con­da­re spin­te nar­ci­si­sti­che o so­lo per­ché con­vin­ti da pres­sio­ni con­su­mi­sti­che.

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