Vit­to­ri­no An­dreo­li: «In­ter­net ci ucciderà»

«SA­RÀ UNA MOR­TE SO­CIA­LE, PSI­CO­LO­GI­CA, PERDEREMO LA NO­STRA IDEN­TI­TÀ E DIVENTEREMO SPETTRI», SPIE­GA LO STU­DIO­SO. IL FU­TU­RO È SEN­ZA SPE­RAN­ZA

GENTE - - Sommario - DI FRAN­CE­SCO GI­RO­NI

Quan­do si par­la con uno psi­chia­tra si è pron­ti ad ascol­ta­re com­men­ti for­ti e spiaz­zan­ti. Ma se lo psi­chia­tra in que­stio­ne è Vit­to­ri­no An­dreo­li, non un qual­sia­si stu­dio­so del­la men­te ma l’uo­mo che è en­tra­to nel cer­vel­lo dei peg­gio­ri cri­mi­na­li, da­gli stra­gi­sti di piaz­za del­le Log­gia a Bre­scia fi­no a Pie­tro Ma­so e Do­na­to Bilancia, e che ha la­vo­ra­to nel­le uni­ver­si­tà più pre­sti­gio­se, Cam­brid­ge e Har­vard, bi­so­gna es­se­re ad­di­rit­tu­ra pron­ti ad ap­pun­ta­re sul tac­cui­no frasi del ti­po “sa­re­mo tut­ti psi­co­lo­gi­ca­men­te mor­ti”, “sia­mo de­gli spettri”, “im­bro­glio dell’esi­sten­za”. Che an­dreb­be­ro scrit­te con let­te­re ma­iu­sco­le per­ché, quan­do le pro­nun­cia, il pro­fes­sor An­dreo­li si in­fer­vo­ra, sbot­ta, tuo­na. E poi, nel­lo snoc­cio­la­re le sue ar­go­men­ta­zio­ni, sor­ri­de: «Il to­no di­pen­de so­lo dal­la pas­sio­ne che metto». Si era ini­zia­to con il par­la­re del suo ul­ti­mo li­bro, Il si­len­zio del­le pie­tre (Riz­zo­li, 19 eu­ro), un ro­man­zo. «Il pro­ta­go­ni­sta vi­ve in una

me­tro­po­li, in una ca­sa pa­tri­zia cir­con­da­to da per­so­ne che cer­ca­no di gua­da­gnar­si uno spa­zio, fi­nen­do per ap­pro­priar­si del suo spa­zio. Lui è sem­pre più so­lo e il ri­sul­ta­to è una vi­ta fru­stra­ta, con re­la­zio­ni dif­fi­ci­li e una gran­de sen­sa­zio­ne di in­si­cu­rez­za: te­mi cen­tra­li nel­la no­stra so­cie­tà», rac­con­ta An­dreo­li.

Lei spie­ga di aver pro­iet­ta­to il rac­con­to nel 2028 per por­ta­re all’estre­mo si­tua­zio­ni del­la vi­ta at­tua­le. È co­sì che il pro­ta­go­ni­sta, co­me det­to, ve­drà i suoi spa­zi oc­cu­pa­ti abu­si­va­men­te. Scor­ren­do le cro­na­che di que­ste set­ti­ma­ne, la sto­ria sem­bra vo­ler rac­con­ta­re la no­stra vi­ta “oc­cu­pa­ta” dai so­cial net­work, Fa­ce­book in te­sta... «È una me­ta­fo­ra, ve­ro. La me­tro­po­li de­scrit­ta è co­me In­ter­net, pie­na di ru­mo­re e di co­se che non esi­sto­no: la­scia so­li, an­che se ci vi­vo­no mi­lio­ni di per­so­ne».

In ef­fet­ti, vi­via­mo con­nes­si al­la Re­te. Sia­mo con­nes­si, ma so­li? Cha­ma­th Pa­li­ha­pi­tiya, ex vi­ce­pre­si­den­te di Fa­ce­book, è ar­ri­va­to di­re che i so­cial so­no «stru­men­ti che stan­no di­strug­gen­do il tes­su­to fun­zio­na­le del­la so­cie­tà». È co­sì? «Ne La vi­ta di­gi­ta­le (Bur, 7 eu­ro) scri­ve­vo che que­sto stru­men­to avreb­be cam­bia­to la no­stra men­te, riem­pien­do­la di ciò che non c’è. È un mon­do sur­ro­ga­to che so­sti­tui­sce un mon­do ve­ro. An­zi­ché ri­sol­ve­re i pro­ble­mi de­gli in­di­vi­dui, crea una di­men­sio­ne so­cia­le vir­tua­le: è un po’ co­me se, in­vi­tan­do un

ami­co a ce­na, vo­les­si­mo con­vin­cer­lo che sa­reb­be me­glio di­giu­na­re. Ci stia­mo crean­do un dop­pio, tra il con­cre­to e il vir­tua­le, nel qua­le tut­ti i pro­ble­mi so­no ri­sol­ti in una so­cie­tà che non c’è».

Lei so­stie­ne che «i so­cial so­no un bi­so­gno di esi­ste­re per­ché sia­mo mor­ti». Con­si­de­ran­do che dal­le ul­ti­me ri­cer­che su 59,3 mi­lio­ni di ita­lia­ni, 34 mi­lio­ni so­no at­ti­vi sui so­cial, il qua­dro è di­sar­man­te...

«Di­rò di più, nel 2028 sa­re­mo tut­ti mor­ti. Bi­so­gna pe­rò spie­ga­re. La pa­ro­la “mor­te” ha tre si­gni­fi­ca­ti: c’è la mor­te fi­si­ca, quel­la psi­co­lo­gi­ca con la mor­te del­la pro­pria per­so­na­li­tà e, in­fi­ne, la mor­te so­cia­le. Ec­co, nel 2028 non sa­re­mo mor­ti fi­si­ca­men­te ma cer­to sa­re­mo mor­ti dal pun­to di vi­sta so­cia­le e psi­co­lo­gi­co per­ché la no­stra per­so­na­li­tà non sa­rà quel­la rea­le, ma quel­la che di­se­gne­re­mo sui so­cial net­work. Che tra­sfor­me­ran­no tut­ti noi in spettri». Con i so­cial net­work quin­di mo­di­fi­chia­mo le no­stre iden­ti­tà “a uso e con­su­mo” dei “mi pia­ce”? «Cer­to, ri­pro­get­tia­mo la no­stra iden­ti­tà. Ma il ter­mi­ne cor­ret­to è “per­dia­mo”». In con­cre­to che co­sa si­gni­fi­ca? «Pro­vi a pen­sa­re al­la fa­mi­glia di og­gi: pa­dre, ma­dre, fi­glio, non­no. C’è una cri­si nel­la cop­pia? Per cer­ca­re una so­lu­zio­ne non ci si ri­vol­ge più al­la te­ra­pia del­la fa­mi­glia, ma ognu­no si im­mer­ge nel suo te­le­fo­ni­no. Pa­dre e fi­glio non comunicano? Stes­sa so­lu­zio­ne. Chi ve­ra­men­te sof­fre è il po­ve­ro non­no, l’uni­co non con­nes­so. Ora­mai sia­mo car­ne e te­le­fo­ni­no: la me­mo­ria non è più nel­la te­sta, ma nel­lo smart­pho­ne».

Nel 2013 gli in­gle­si han­no co­nia­to un nuo­vo ter­mi­ne, Fo­mo ( fear of mis­sing out, pau­ra di es­se­re ta­glia­to fuo­ri), per spie­ga­re l’an­sia di chi re­sta esclu­so da que­sto mon­do. Qual è il suo fa­sci­no? «Rac­con­ta ciò che pa­re im­por­tan­te, ma che in real­tà non è rea­le. Sem­bria­mo tan­ti Pe­ter Pan che van­no nell’Iso­la che non c’è: il so­cial net­work fa sem­bra­re mon­do ciò che non è mon­do. È un im­bro­glio esi­sten­zia­le». E al­la fi­ne sia­mo tut­ti in­glo­ba­ti? «Quel­la da so­cial net­work è una di­pen­den­za di cui non ci si ac­cor­ge per­ché è gra­de­vo­le. Per­ché al­la fi­ne la pro­pria ca­sa è me­no gra­de­vo­le di quel­la vir­tua­le. Nel mon­do vir­tua­le non si rac­con­ta di quan­do si ha il mal di pan­cia, ma so­lo di mo­men­ti fe­li­ci: si vi­ve là den­tro e non si pen­sa più. Per­ché il mon­do di­gi­ta­le è so­lo pre­sen­te, men­tre noi ab­bia­mo bi­so­gno del fu­tu­ro, del dub­bio, dell’at­te­sa».

Ci la­scia sen­za spe­ran­ze. Sia­mo si­cu­ri che, pro­prio nel 2028, quan­do si svol­ge la sto­ria del ro­man­zo, par­lan­do del­la di­pen­den­za da so­cial non si di­rà: «Ma quel­la era una moda del 2018»? «Non de­mo­niz­zo il so­cial net­work, pur­ché la di­gi­tal li­fe non di­strug­ga la hu­man li­fe. Per­ché al­la fi­ne se si rom­pe il te­le­fo­no non si vi­ve più: a fun­zio­na­re non è il cer­vel­lo ma la con­nes­sio­ne In­ter­net. Ep­pu­re il no­stro cer­vel­lo è un’im­men­sa Re­te: ab­bia­mo 85 mi­liar­di di neu­ro­ni, di­co 85 mi­liar­di, che si con­net­to­no tra lo­ro. Fu l’ita­lia­no Ca­mil­lo Gol­gi a sco­prir­lo e gli fu as­se­gna­to il Nobel del­la Me­di­ci­na nel 1906, con lo spa­gno­lo San­tia­go Ra­món y Ca­jal. Non pos­sia­mo ri­nun­cia­re al­la vi­ta uma­na per la vi­ta di­gi­ta­le».

TUT­TI ALL’AMO DEL WEB Vit­to­ri­no An­dreo­li, 78 an­ni il 19 apri­le, par­la, nel suo ul­ti­mo li­bro, di una fu­ga per riap­pro­priar­si dei pro­pri spa­zi: «Una me­ta­fo­ra del­la vi­ta nel­la Re­te che ci “cat­tu­ra” con l’amo di mon­di ir­rea­li», co­me rias­su­me la fo­to so­pra.

«È UN MON­DO IRREALE» I so­cial ci co­strin­go­no a ri­pro­get­ta­re l’iden­ti­tà in no­me dei “mi pia­ce”. «Ma quel­lo è un mon­do irreale», di­ce An­dreo­li.

NEL 2028 DO­VRE­MO FUG­GI­RE PER PO­TER TOR­NA­RE LI­BE­RI

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