UN SORRISO AMARO

«MENTIRE SU­GLI ESA­MI FI­NO AL­LA TRA­GE­DIA È UN MO­DO PER DI­FEN­DE­RE I GE­NI­TO­RI DAL­LA DELUSIONE», SPIE­GA LO PSICHIATRA. «I FI­GLI PIÙ FRAGILI SO­NO I PIÙ A RI­SCHIO»

GENTE - - Sommario - di Ales­san­dra Ga­vaz­zi

Gia­da De Fi­lip­po si sui­ci­da­ta a 24 an­ni per­ché non ave­va da­to esa­mi all’uni­ver­si­tà.

IL PROF. GUI­DO SARACENI: «STUDIATE PER AMO­RE»

Le bom­bo­nie­re scel­te, il ri­sto­ran­te pre­no­ta­to, i ca­pel­li fre­schi di par­ruc­chie­re. Tut­to era pron­to per la pro­cla­ma­zio­ne a dot­to­res­sa in Far­ma­cia. Ma non c’era nes­su­na te­si ri­le­ga­ta da strin­ge­re sot­to brac­cio, non ci sa­reb­be sta­ta nes­su­na di­scus­sio­ne, nes­su­na fe­sta o fo­to buf­fa con il tocco in te­sta sul­le tren­ta­tré. Per­ché Gia­da De Fi­lip­po, 24 an­ni, di Se­sto Cam­pa­no, Iser­nia, non ave­va da­to nean­che un esa­me, an­zi que­st’an­no non era nep­pu­re iscrit­ta al­la fa­col­tà. Si è uc­ci­sa get­tan­do­si dal ter­raz­zo dell’uni­ver­si­tà Fe­de­ri­co II, men­tre il fi­dan­za­to, pa­ren­ti e ami­ci cer­ca­va­no in­va­no il suo no­me tra i lau­rean­di.

Il 20 feb­bra­io un ra­gaz­zo di Mer­ca­to San Se­ve­ri­no, Sa­ler­no, ha ten­ta­to di spa­rar­si al­la tem­pia nel gior­no del­la sua lau­rea: an­che lui non fi­gu­ra­va nel­la li­sta dei can­di­da­ti del suo ate­neo. È so­prav­vis­su­to per un sof­fio. Non è an­da­ta al­tret­tan­to be­ne a un coe­ta­neo di Chie­ti: qual­che me­se fa si è uc­ci­so con un col­po di pistola. Nell’ate­neo che di­ce­va di fre­quen­ta­re quel gior­no non era pre­vi­sta al­cu­na ses­sio­ne di lau­rea.

Gia­da e gli al­tri han­no in co­mu­ne mol­to: l’età, i so­gni, una vi­ta parallela na­ta for­se all’ini­zio da una pic­co­la bu­gia pian pia­no di­ven­ta­ta va­lan­ga inar­re­sta­bi­le sen­za che nes­su­no in­trav­ve­des­se quel ma­re di so­li­tu­di­ne. «Ca­si più fre­quen­ti di quel che im­ma­gi­nia­mo», riflette il pro­fes­sor Gui­do Saraceni. Do­cen­te di fi­lo­so­fia del di­rit­to, nel suo blog “Due mi­nu­ti di lu­ci­di­tà” ha de­di­ca­to a que­sti ra­gaz­zi una com­mos­sa ri­fles­sio­ne. «Li ve­do ogni gior­no e ogni gior­no sen­to quan­to per lo­ro l’uni­ver­si­tà sia una cor­sa af­fan­no­sa ver­so il suc­ces­so. Pur­trop­po non si sen­to­no li­be­ri di stu­dia­re per vo­ca­zio­ne. Sba­glia­re si­gni­fi­ca cre­sce­re, ma non per lo­ro: un osta­co­lo può di­ven­ta­re fa­ta­le». Ini­zia co­sì, pro­ba­bil­men­te: pro­prio da un in­top­po pic­co­lo, su­pe­ra­bi­le. Il tra­sfe­ri­men­to fuo­ri se­de, lon­ta­no da ca­sa. Il pri­mo esa­me che non in­gra­na. Ep­pu­re, al­la fa­ti­di­ca do­man­da di mam­ma e pa­pà, si co­min­cia a ri­spon­de­re: «Tut­to be-

ne», an­che se non è ve­ro; «Ho pre­so 30», an­che se ma­ga­ri a quell’ap­pel­lo nean­che ti sei pre­sen­ta­to. «Il di­sve­la­men­to del­le pro­prie de­bo­lez­ze por­ta a una ver­go­gna in­sop­por­ta­bi­le», riflette lo psichiatra Gu­sta­vo Pie­tro­pol­li Charmet. «L’idea di de­lu­de­re i ge­ni­to­ri è sem­pli­ce­men­te trop­po per que­sti ra­gaz­zi». Già, per­ché qui non è so­lo que­stio­ne di mentire. «I fi­gli so­no sem­pre sta­ti bu­giar­di sull’an­da­men­to sco­la­sti­co, ma han­no an­che sem­pre te­mu­to la rab­bia dei ge­ni­to­ri. Ora che il rap­por­to è cam­bia­to as­si­stia­mo a un pa­ra­dos­so: a ma­dri e pa­dri i ra­gaz­zi men­to­no per di­fen­der­li dal do­lo­re, dal­la delusione di non ave­re il fi­glio geniale che pen­sa­va­no di ave­re». E po­co im­por­ta se con i fi­gli fi­no a quel pun­to si è sem­pre par­la­to aper­ta­men­te. Che il ra­gaz­zo sia ere­de di una fa­mi­glia di pro­fes­sio­ni­sti - l’aspi­ran­te me­di­co con il pa­dre ce­le­bre chi­rur­go, per esem­pio - op­pu­re che sia il pri­mo del­la pro­pria fa­mi­glia a di­ven­ta­re dot­to­re, le aspet­ta­ti­ve re­sta­no fortissime. «Si ini­zia a ne­ga­re la real­tà, la vi­ta vie­ne fal­si­fi­ca­ta», con­ti­nua lo psichiatra, «ci so­no le gior­na­te ve­re e quel­le rac­con­ta­te al te­le­fo­no ai ge­ni­to­ri. Si vi­ve in un lim­bo con­vin­ti chis­sà co­me di po­ter­ne uscir­ne. E al­la fi­ne dar­si la mor­te è l’estrema so­lu­zio­ne». Per­ché la ver­go­gna di­ven­ta un pe­so in­tol­le­ra­bi­le. «Sen­za ecla­tan­ti fat­ti che pos­sa­no in­so­spet­ti­re ma­dri e pa­dri che ma­ga­ri ri­sie­do­no in un’al­tra cit­tà, è pra­ti­ca­men­te im­pos­si­bi­le sco­pri­re que­sto am­mas­so di bu­gie».

La maschera da reg­ge­re è pe­san­tis­si­ma e quan­do ca­de fa spa­ven­to. « Que­sto suc­ce­de», con­ti­nua Charmet, «per­ché di so­li­to si trat­ta di bra­vis­si­mi ra­gaz­zi. È per quel­lo che muoiono. Fos­se­ro de­lin­quen­tel­li con po­co sen­so eti­co non sen­ti­reb- be­ro la re­spon­sa­bi­li­tà del suc­ces­so di fron­te al­la fa­mi­glia. In­ve­ce sen­to­no la col­pa di aver in­gan­na­to i ge­ni­to­ri, di es­se­re im­bro­glio­ni. E de­ci­do­no che l’uni­ca co­sa per sal­va­re l’ono­re è scom­pa­ri­re per sem­pre dal­lo sguar­do de­gli al­tri». Co­me se sba­glia­re, ta­ce­re, mentire di­ven­tas­se­ro un tutt’uno, una va­lan­ga ine­lu­di­bi­le. «La tol­le­ran­za al do­lo­re e al­la fru­stra­zio­ne di quel che non fun­zio­na man­ca sia ne­gli adul­ti sia nei ra­gaz­zi. Con dan­ni evi­den­ti e con­se­guen­ze mol­to pe­ri­co­lo­se », con­clu­de Charmet. Quel che man­ca dav­ve­ro, pe­rò, è a mon­te. « Si do­vreb­be stu­dia­re per­ché si se­gue una vo­ca­zio­ne », riflette il por­fes­sor Saraceni. «Per amo­re del­lo stu­dio, pri­ma che per tro­va­re un la­vo­ro. Non vo­glio di­re che l’uni­ver­si­tà non deb­ba pre­pa­ra­re al­la car­rie­ra, per ca­ri­tà. Ma se quel­lo è l’uni­co obiet­ti­vo e per ca­so si fal­li­sce è la fi­ne di ogni spe­ran­za».

So­no sen­si­bi­li, i ra­gaz­zi di og­gi. In bar­ba a quel che pen­sa­no gli adul­ti. «Ten­dia­mo a sot­to­va­lu­tar­li per­ché usa­no co­di­ci di co­mu­ni­ca­zio­ne di­ver­si dai no­stri, vi­vo­no nell’ipo­cri­sia so­cial, nel­la qua­le non può esi­ste­re il di­sa­gio, ma il suc­ces­so è un ob­bli­go a ogni co­sto. Ma que­sti fi­gli non ci so­no alie­ni, par­la­no so­lo un’al­tra lin­gua. Im­pa­ria­mo­la, ri­co­min­cia­mo a par­lar­ci». L’au­la di­ven­ta un ter­re­no di com­bat­ti­men­to, lo sce­na­rio di una guer­ra do­ve le bat­ta­glie per­se non so­no pre­vi­ste. E se re­sti in­die­tro, peg­gio per te: sei per­du­to e so­lo. Di­ven­ti in­vi­si­bi­le an­che per chi ti vuo­le be­ne, ma­ga­ri ti co­no­sce da sem­pre. « So­no qui so­pra, se al­zi la te­sta mi ve­di», so­no sta­te le ul­ti­me pa­ro­le di Gia­da al fi­dan­za­to po­co pri­ma di but­tar­si nel vuo­to. «L’au­la non è il luo­go in cui pri­meg­gia­re su­gli al­tri o far fe­li­ci i ge­ni­to­ri», con­clu­de Saraceni. « Ogni boc­cia­tu­ra è uno sca­li­no per sa­li­re più in al­to. Per fa­re un pas­so in là. Lo ri­pe­to ai miei stu­den­ti fin dal­la pri­ma le­zio­ne: “Di­ven­ta­te ciò che sie­te, non quel­lo che vo­glio­no gli al­tri”».

CHARMET: «IL PE­SO DI QUEL­LA MASCHERA È TROP­PO»

C’ERA UNA VI­TA PARALLELA DIE­TRO A QUEI SORRISI Na­po­li. So­pra, la fa­col­tà di Scien­ze Na­tu­ra­li di Mon­te Sant’An­ge­lo dell’uni­ver­si­tà Fe­de­ri­co II: dal­la ter­raz­za dell’edi­fi­cio si è but­ta­ta Gia­da De Fi­lip­po (in al­to a de­stra, in abi­to verde) il 10 apri­le....

LA DISPERAZIONE PER L’INSENSATO AD­DIO Se­sto Cam­pa­no (Iser­nia). Da si­ni­stra, in sen­so ora­rio: la ba­ra di Gia­da por­ta­ta a spal­le da ami­ci e pa­ren­ti; la disperazione di Pier­lui­gi, il fi­dan­za­to del­la ra­gaz­za, che un’ami­ca cer­ca di con­for­ta­re; i ge­ni­to­ri di...

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