Don­ne, la li­ber­tà si con­qui­sta an­che con un piat­to di pasta

L’ossessione fem­mi­ni­le per la ma­grez­za è la schia­vi­tù dei gior­ni no­stri. Ma è pro­prio ve­ro che per pia­ce­re a se stes­se bi­so­gna sof­fri­re? For­se sa­reb­be me­glio im­pa­ra­re a go­der­si la vi­ta ap­pie­no

GENTE - - D'Estate -

Per col­pa di un me­teo in­cle­men­te e ri­tar­da­ta­rio, la sta­gio­ne del costume pa­re es­se­re ar­ri­va­ta quasi all’im­prov­vi­so. C’è da giu­ra­re che, per ri­gua­da­gna­re il tem­po per­du­to, la gran par­te del­le si­gno­re si de­di­che­rà più fe­ro­ce­men­te del so­li­to a ogni sor­ta di pri­va­zio­ne ali­men­ta­re per ri­spon­de­re al­la im­pe­rio­sa esi­gen­za di es­se­re ma­gra. Più ma­gra pos­si­bi­le. Ec­co un mo­do mo­der­no di ro­vi­nar­si l’esta­te! Se­con­do ri­cor­ren­ti sta­ti­sti­che si ag­gi­re­reb­be in­tor­no al 90 per cen­to la per­cen­tua­le di don­ne, di ogni età e con­di­zio­ne, con­vin­te di pe­sa­re trop­po. Ogni giorno il 25 per cen­to del­le don­ne de­ci­de di ri­co­min­cia­re una die­ta, che era sta­ta più vol­te ini­zia­ta, in­ter­rot­ta, ri­pre­sa o mai con­clu­sa. Trop­po spes­so que­sta fre­ne­sia di ma­grez­za non è le­ga­ta al le­git­ti­mo desiderio di pia­ce­re, di sen­tir­si bel­le e at­traen­ti. Gli uo­mi­ni, an­ti­chi, ipo­te­ti­ci de­sti­na­ta­ri di tan­ti sfor­zi, sem­bra­no po­co interessati ai cor­pi sot­ti­li; al con­tra­rio spes­so pre­fe­ri­sco­no le dol­ci ro­ton­di­tà mu­lie­bri in ri­cor­do del pa­ra­di­so per­du­to del­le for­me ma­ter­ne. La ri­spo­sta più co­mu­ne a que­sta obie­zio­ne è che le don­ne fan­no tan­ti sa­cri­fi­ci per pia­ce­re a se stes­se, non per un an­ti­qua­to bi­so­gno di com­pia­ce­re gli al­tri. Ma nel pia­ce­re di sé, per de­fi­ni­zio­ne, do­vreb­be es­ser­ci un trat­to di go­di­bi­li­tà e di­ver­ti­men­to. In­ve­ce l’ossessione per la ma­grez­za è sol­tan­to sof­fe­ren­za, sa­cri­fi­cio e mor­ti­fi­ca­zio­ne del­la car­ne. Ma in que­sto non c’è nes­su­na mo­der­ni­tà. Cer­to le si­gno­re so­no li­be­re e pa­dro­ne di se stes­se, ma que­sto nuo­vo do­mi­nio ri­sul­ta, pa­ra­dos­sal­men­te, più im­pla­ca­bi­le e in­tran­si­gen­te di quel­lo da cui si so­no af­fran­ca­te. La vec­chia idea di pec­ca­to e di col­pa che un tem­po era le­ga­ta al­la ses­sua­li­tà fem­mi­ni­le si è ora spo­sta­ta sul ci­bo. Non è per in­se­gui­re la bel­lez­za che le don­ne si af­fa­ma­no, ma per te­ne­re in eser­ci­zio un’ir­ri­du­ci­bi­le ten­den­za all’ob­be­dien­za che, da quan­do si so­no eman­ci­pa­te, sem­bra non aver al­tro de­sti­na­ta­rio che il pro­prio ma­so­chi­smo. Il cor­po che cam­bia con l’età, che pren­de qual­che chi­lo e qual­che ru­ga è di­ven­ta­to fon­te di in­quie­tu­di­ne e scon­ten­tez­za per­ma­nen­ti. Tut­ti i pro­po­si­ti di li­ber­tà fem­mi­ni­le ri­schia­no di nau­fra­ga­re per­ché, dopo aver scon­fit­to gli av­ver­sa­ri ester­ni, ri­schia­no di soc­com­be­re a più sub­do­li nemici in­ter­ni. Bisognerà che le don­ne, com­pli­ce la li­ber­tà e i rin­no­va­ti pro­po­si­ti esti­vi, si at­trez­zi­no per con­qui­star­si il di­rit­to di star be­ne, d’esta­te co­me d’in­ver­no. Per que­sto ci vor­rà il coraggio di ave­re più pe­so: so­cia­le e cor­po­reo. E pa­zien­za se la pro­va costume non sa­rà per­fet­ta.

GIANNA SCHELOTTO

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