Thai­lan­dia: scam­pa­to il pe­ri­co­lo, ora l’al­le­na­to­re dei ra­gaz­zi­ni è sot­to accusa

MI PROCESSERANNO. RA­GAZ­ZI, È GIU­STO CO­SÌ

GENTE - - Contents - di Alessandra Ga­vaz­zi

Rac­con­ta­no che dopo sia ri­ma­sto in si­len­zio per ore all’ospe­da­le do­ve lo sta­va­no cu­ran­do più dei do­di­ci ra­gaz­zi che ave­va ve­glia­to per 18 gior­ni, per­ché su di lui la per­ma­nen­za nel­la grot­ta di Tham Luang ha la­scia­to trac­ce pro­fon­de. Nel fi­si­co, vi­sto che si è pri­va­to di quel po­co che ave­va nel­lo zai­no per ce­der­lo ai pic­co­li com­pa­gni di av­ven­tu­ra, e nell’ani­ma, gra­va­ta da sen­si di col­pa che nean­che i mi­glio­ri me­di­ci del mon­do sa- preb­be­ro gua­ri­re, al­me­no nell’im­me­dia­to. E mentre i gio­va­nis­si­mi cal­cia­to­ri del­la sua squa­dra ri­co­min­cia­no a cor­re­re e a gio­ca­re, ri­po­sa­no e fi­nal­men­te man­gia­no, chie­do­no chi­li di cioc­co­la­ta e pu­re la ma­glia di Leo Mes­si, Eka­pol Chan­tha­wong, det­to Aek, in si­len­zio li con­tem­pla. Per­ché li ha por­ta­ti lui, vi­ce al­le­na­to­re del­la squa­dra dei Moo­pa, gli or­mai ce­le­bri “cin­ghia­lot­ti”, in quei cu­ni­co­li sot­ter­ra­nei che per un sof­fio non so­no di­ven­ta­ti una ba­ra. E ora ri­schia un pro­ces­so per aver mes­so in pe­ri­co­lo i ra- gaz­zi­ni che gli era­no sta­ti af­fi­da­ti e per­si­no per omi­ci­dio col­po­so, poi­ché nel­le ope­ra­zio­ni di soc­cor­so un sub è mor­to. Non solo: c’è chi di­ce che po­treb­be do­ver rim­bor­sa­re di ta­sca sua i co­sti esor­bi­tan­ti dei soc­cor­si. Co­sa im­pos­si­bi­le per lui che è dav­ve­ro solo un ragazzo, po­co più gran­de dei ba­by gio­ca­to­ri che al­le­na.

Avreb­be do­vu­to es­se­re una gi­ta per far grup­po, tut­ti in­sie­me in bi­ci­clet­ta fi­no all’im­boc­co del­la grot­ta, poi den­tro a in­ci­de­re i no­mi nel­la roc­cia. Ma è ar­ri­va­to il mon­so­ne e tut­to si è al­la­ga­to, una trap­po­la dalla qua­le sem­bra­va im­pos­si­bi­le usci­re. Quel pic­co­lo luo­go al con­fi­ne tra Thai­lan­dia e Laos è di­ven­ta­to lo sce­na­rio di

un mi­ra­co­lo in­spe­ra­to. E a ogni mi­nu­to, quan­do la si­tua­zio­ne si fa­ce­va com­pli­ca­ta per­si­no per i som­moz­za­to­ri più add­de­stra­ti, tut­ti al­me­no una vol­ta si so­no po­sti le stes­se do­man­de: ma per­ché l’al­le­na­to­re li ha por­ta­ti là den­tro, nel­le vi­sce­re del­la ter­ra? E co­me mai ha igno­ra­to il car­tel­lo che av­ver­ti­va del pe­ri­co­lo? Per quell’im­pru­den­za avreb­be­ro po­tu­to pa­ga­re tut­ti con la vi­ta, Aek com­pre­so. Ma c’è da di­re che se la tra­ge­dia non c’è sta­ta è an­che per me­ri­to suo. L’al­le­na­to­re ha ini­zia­to a ri­me­dia­re al­la sua leg­ge­rez­za fin dal pri­mo istan­te, gui­dan­do la sua trup­pa in una maratona di re­si­sten­za in­cre­di­bi­le, nel si­len­zio, al buio, sen­za ci­bo se non quel­le me­ren­di­ne che pro­prio Aek ave­va prov­vi­den­zial­men­te com­pra­to per la gi­ta spen­den­do 28 dol­la­ri, 24 eu­ro, che in Thai­lan­dia so­no una pic­co­la for­tu­na. E quan­do so­no ar­ri­va­ti i soc­cor­si - no­ve gior­ni dopo l’ini­zio di quel­la spe­cie di ri­ti­ro estre­mo - ha mes­so su­bi­to in chia­ro: se usci­re­mo, sa­rò l’ul­ti­mo. E ha su­bi­to scrit­to “fuo­ri”, ai ge­ni­to­ri dei ra­gaz­zi e al mon­do, as­su­men­do­si ogni re­spon­sa­bi­li­tà. Co­me un co­man­dan­te eroi­co, che sba­glia, ma che sa di­re: «Ho sba­glia­to e ora non vi la­scio fin­ché non è fi­ni­ta». È ri­ma­sto ben sal­do a bor­do, Aek. Fi­glio del­la sua sto­ria. Pro­fu­go bir­ma­no in una Thai­lan­dia per cui i ri­fu­gia­ti val­go­no me­no di ze­ro, pri­vi di ogni sta­tus, per­si­no dei do­cu­men­ti. Or­fa­no dei ge­ni­to­ri, se­gna­to dalla morte di un fra­tel­lo mi­no­re, per­si tut­ti per ma­lat­tia quan­do ave­va solo 12 an­ni.

« Que­sti bam­bi­ni og­gi so­no di­ven­ta­ti tut­ti i miei fra­tel­li­ni», ha scrit­to alle lo­ro fa­mi­glie. Lui che una fa­mi­glia non ce l’ha più, a par­te una nonna e una zia che l’han­no at­te­so fuo­ri in di­spar­te. Per il pu­do­re e la ver­go­gna che in Thai­lan­dia so­no sen­ti­men­ti im­por­tan­ti. C’è po­co spa­zio per la sma­nia di pro­ta­go­ni­smo che spes­so ac­com­pa­gna i fat­ti di cro­na­ca or­mai a ogni la­ti­tu­di­ne, la va­ni­tà è con­si­de­ra­ta un pec­ca­to mor­ta­le. Ai gior­na­li­sti oc­ci­den­ta­li che de­fi­ni­va­no la squa­dra eroi­ca, il go­ver­na­to­re ha sec­ca­men­te ri­spo­sto: «So­no solo ra­gaz­zi che han­no avu­to un in­ci­den­te. Ora li co­no­sco­no mi­lio­ni di per­so­ne, ma la­scia­mo­li tran­quil­li, de­vo­no tor­na­re a scuo­la». Si di­ce per­si­no che per raf­fred­da­re quel­la ten­ta­zio­ne ad espor­si a te­le­ca­me­re e in­ter­vi­ste sa­ran­no spe­di­ti in mo­na­ste­ro qual­che set­ti­ma­na. Non sa­rà per lo­ro un’espe­rien­za co­sì nuo­va vi­sto che, se so­no an­co­ra vi­vi, lo de­vo­no an­che al­la me­di­ta­zio­ne che Aek ha imparato tra i re­li­gio­si bud­di­sti. «In­spi­ra­te ed espi­ra­te. Guar­da­te la vo­stra men­te, igno­ra­te la vo­stra fa­me, di­ge­ri­te il vo- stro sto­ma­co»: fa­ci­le ri­pe­ter­se­lo se­du­ti in cu­ci­na con un in­cen­so ac­ce­so, me­no sem­pli­ce far­lo rin­chiu­si in un lo­cu­lo a un chi­lo­me­tro di pro­fon­di­tà, im­mer­si nel ne­ro più ne­ro che c’è, con nes­su­na cer­tez­za che qual­cu­no stia ve­nen­do a sal­var­ti pri­ma, con nes­su­na cer­tez­za di riu­sci­re a nuo­ta­re nel fan­go per chi­lo­me­tri fi­no all’usci­ta poi. Per non par­la­re dell’età, vi­sto che l’al­le­na­to­re par­la­va a un bran­co di ado­le­scen­ti ma­schi, già di nor­ma af­fa­ma­ti co­me e più dei cin­ghia­li sim­bo­lo del­la lo­ro squa­dra. In­ve­ce è sta­ta pro­prio la for­za del grup­po gui­da­to da un capitano co­me Aek a tra­sci­na­re tut­ti ver­so la sal­vez­za, com­pre­so un al­tro pic­co­lo bir­ma­no co­me lui, il pe­nul­ti­mo a usci­re: Adul, ab­ban­do­na­to da pic­co­lo sul sa­gra­to di una chie­sa bat­ti­sta a Chiang Rai, al con­fi­ne con il mo­der­no Myan­mar. Era l’uni­co ad aver stu­dia­to l’in­gle­se e ha fat­to da in­ter­pre­te con i soc­cor­ri­to­ri bri­tan­ni­ci che per pri­mi li han­no tro­va­ti. Tra lo­ro - Aek e Adul - or­fa­ni e ri­fu­gia­ti, si è crea­to il le­ga­me spe­cia­le dei re­du­ci. Sen­za di­rit­ti e sen­za fa­mi­glia, con­tan­do solo su se stes­si han­no com­piu­to l’im­pre­sa. Eroi­ca, chec­ché ne di­ca il go­ver­na­to­re thai­lan­de­se.

PRI­MA DEL GRAN­DE DRAM­MA Eka­pol Chan­tha­wong, det­to Aek, 25 an­ni, sor­ri­de fra i ra­gaz­zi del­la squa­dra di cal­cio dei Moo­pa (i cin­ghia­lot­ti) di cui era vi­ce al­le­na­to­re. Il dram­ma del­la gi­ta in grot­ta do­ve­va an­co­ra ve­ri­fi­car­si. VI­VA LA VI­TA! So­pra e a...

AL­LE­NA MEN­TE E MUSCOLI A de­stra, Aek agli al­le­na­men­ti del­la sua squa­dra di cal­cio. Sot­to, quan­do era con i mo­na­ci, im­pe­gna­to ne­gli eser­ci­zi spi­ri­tua­li. Du­ran­te le ore più di­spe­ra­te ha gui­da­to i ra­gaz­zi a re­si­ste­re an­che men­tal­men­te.

GLI RESTA LA NONNA Pro­fu­go dalla Bir­ma­nia, or­fa­no, Aek non ha più fa­mi­glia, a par­te la nonna (qui con lui) e una zia. Ha per­so an­che un fra­tel­lo.

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