La li­nea Vans “di­se­gna­ta” da Van Go­gh

VAN­NO A RUBA SCAR­PE, FELPE E ZAINETTI CHE RIPRODUCONO QUA­DRI DEL GRAN­DE PITTORE. AL­LA VANS E AL MU­SEO DE­DI­CA­TO AL GENIO CANTANO VIT­TO­RIA: «LUI ERA POP». MA I PURISTI INSORGONO

GENTE - - Sommario - di Giorgio Caldonazzo

DI GIORGIO CALDONAZZO

L’idea è per­fet­ta per es­se­re odia­tis­si­ma o ama­tis­si­ma, sen­za vie di mez­zo: stam­pa­re, ri­pro­dur­re, rie­la­bo­ra­re ope­re di Vin­cent Van Go­gh su scar­pe spor­ti­ve per gio­va­nis­si­mi, in mo­do da por­ta­re a spas­so uno dei pit­to­ri più ce­le­bri del­la sto­ria. I puristi so­no già sca­te­na­ti e in­vei­sco­no: «L’ar­te non si cal­pe­sta!». I più di­sin­vol­ti ap­pro­va­no: «Met­ten­do­la ai pie­di, l’ar­te sa­rà sem­pre sot­to gli oc­chi di chi la cal­za. E co­stui ci ri­flet­te­rà so­pra e la dif­fon­de­rà an­dan­do in gi­ro».

Pun­ti di vi­sta. Di cer­to la mos­sa pub­bli­ci­ta­ria ha già fun­zio­na­to, ec­co­me, tra

l’al­tro con pa­gi­na­te sui gior­na­li sen­za ver­sa­re un so­lo eu­ro per l’in­ser­zio­ne. La Vans ha sfor­na­to una scar­pa in cin­que ver­sio­ni di­ver­se, ri­ve­sten­do to­ma­ie e tal­lo­ni con il ce­le­ber­ri­mo Au­to­ri­trat­to di Van Go­gh, se­gui­to dai suoi Gi­ra­so­li, dal Vec­chio vi­gne­to con con­ta­di­na, dal Man­dor­lo fio­ri­to e per­fi­no dal lu­gu­bre Te­schio, ope­re stre­pi­to­se del pittore olan­de­se di fi­ne Ot­to­cen­to. Il qua­le, a dir­la tut­ta, non eb­be una gran for­tu­na du­ran­te la sua bre­ve esi­sten­za, tra­gi­ca­men­te con­clu­sa con il sui­ci­dio a 37 an­ni: dei 900 qua­dri di­pin­ti riu­scì a ven­der­ne (in vi­ta) uno so­lo. Al­la Vans spe­ra­no che le co­se va­da­no me­glio. Men­tre al Mu­seo di Am­ster­dam de­di­ca­to in­te­ra­men­te al mae­stro so­no già pie­na­men­te sod­di­sfat­ti: una par­te dei pro­fit­ti del­la ven­di­ta di scar­pe “grif­fa­te” Van Go­gh an­drà di­ret­ta­men­te a po­ten­zia­re tec­ni­che e in­ter­ven­ti di con­ser­va­zio­ne dei suoi ca­po­la­vo­ri. Non so­lo scar­pe, per di più: la Vans ha rea­liz­za­to an­che felpe, ma­gliet­te, cap­pel­li­ni, zainetti, tut­to in ven­di­ta per ren­de­re l’ar­ti­sta in­dos­sa­bi­le da ca­po a pie­di. E tut­to ac­qui­sta­bi­le an­che sul si­to del Van Go­gh Mu­seum: più o me­no 45 eu­ro il cap­pel­li­no, 100 la scar­pa (80 il mo­del­lo clas­si-

co), 90 felpa e zai­net­to. Que­sto sul­la car­ta o sul­lo scher­mo dei com­pu­ter, per­ché la gran par­te de­gli ar­ti­co­li è (al­me­no mo­men­ta­nea­men­te) esau­ri­ta e in­tro­va­bi­le. A di­mo­stra­zio­ne che l’ope­ra­zio­ne ha fun­zio­na­to a me­ra­vi­glia e la scel­ta è sta­ta mol­to ap­prez­za­ta dal pub­bli­co.

Mo­ra­le: ci stan­no gua­da­gnan­do tut­ti? Il di­ret­to­re del mu­seo di Am­ster­dam Axel Rü­ger ne è con­vin­to: «La mo­da è un mez­zo di espres­sio­ne di crea­ti­vi­tà mo­der­no e cre­do che Van Go­gh, se fos­se vis­su­to og­gi, sa­reb­be sta­to mol­to at­trat­to da que­ste con­nes­sio­ni con al­tre for­me espres­si­ve. In fon­do, co­me mu­seo, noi cer­chia­mo sem­pre nuo­ve for­me di col­la­bo­ra­zio­ne con al­tri ar­ti­sti e con al­tri ca­na­li di co­mu­ni­ca­zio­ne, dal tea­tro al­la dan­za. Per­ché non pro­var­ci an­che con la mo­da? L’età me­dia dei no­stri vi­si­ta­to­ri è la stes­sa di chi com­pra e in­dos­sa le snea­ker Vans. Quin­di il con­nu­bio ci è sem­bra­to perfetto. E nel­lo stes­so tem­po il ten­ta­ti­vo è quel­lo di por­ta­re l’at­ti­vi­tà di un gran­de genio ad un pub­bli­co più va­sto».

In­som­ma, po­chi au­to­ri si pre­sta­va­no a fi­ni­re fra i pie­di dei gio­va­ni co­me Van Go­gh, «per­ché la sua è un’ar­te for­te e di­ret­ta, pie­na di co­lo­ri e di ener­gia, di­pin­ge te­mi e sog­get­ti che pe­sca dal­la vi­ta di tut­ti i gior­ni», chia­ri­sce il con­cet­to il di­ret­to­re Rü­ger. «E poi c’è l’ar­ti­sta tor­men­ta­to che non ce­de ai com­pro­mes­si e rac­con­ta i suoi di­sa­gi in cen­ti­na­ia di let­te­re, non a ca­so su una scar­pa ab­bia­mo ri­por­ta­to al­cu­ne ri­ghe scrit­te dal mae­stro, ri­vol­te al fra­tel­lo Theo, che cer­cò in tut­ti i mo­di ma in­va­no - di so­ste­ner­lo».

In fon­do, dicono ad Am­ster­dam, Van Go­gh di­pin­ge­va per tut­ti, non era un ar­ti­sta vo­ta­to al­le éli­te. «Usan­do il lin­guag­gio di og­gi, pos­sia­mo af­fer­ma­re che era de­ci­sa­men­te pop. Quin­di l’in­con­tro del Mae­stro con la mo­da non è af­fat­to un’idea dis­sa­cra­to­ria. Dob­bia­mo ab­bat­te­re cer­ti con­fi­ni, e que­sto non si­gni­fi­ca di­men­ti­ca­re una frui­zio­ne dell’ar­te di ti­po cri­ti­co, più raf­fi­na­ta, a par­ti­re da una buo­na vi­si­ta in pinacoteca».

Non tut­ti so­no d’ac­cor­do. Pe­rò la ten­den­za è que­sta. E non è cer­to la pri­ma vol­ta che l’ar­te va in­con­tro al­la mo­da e la mo­da all’ar­te: Louis Vuitton ave­va già chie­sto all’ar­ti­sta con­tem­po­ra­neo Jeff Koons di crea­re una li­nea di borse su cui stam­pa­re le Nin­fee di Mo­net, Le dé­jeu­ner sur l’her­be di Ma­net e al­tri ca­po­la­vo­ri. È an­da­ta peg­gio al­la Mat­tel, che de­di­cò una Bar­bie a Fri­da Ka­hlo, la pit­tri­ce mes­si­ca­na scom­par­sa nel 1957. È fi­ni­ta che gli ere­di del­la pit­tri­ce han­no fat­to cau­sa al­la dit­ta. E l’azien­da ha do­vu­to ri­ti­ra­re la ven­di­ta del­la bam­bo­la si­mil-Fri­da dal Mes­si­co. Il ca­so che ri­cor­da più da vi­ci­no la tro­va­ta del­la Vans è pe­rò quel­lo de­gli anfibi Doctor Martens, mol­to ama­ti dal mon­do hip­ster e de­co­ra­ti in una se­rie spe­cia­le (in ac­cor­do con la Ta­te Bri­tain) con i paesaggi e le sce­ne sto­ri­che del pittore in­gle­se del pri­mo Ot­to­cen­to Wil­liam Tur­ner. I di­scen­den­ti dell’ar­ti­sta non han­no gra­di­to, han­no gri­da­to all’ol­trag­gio e han­no fat­to cau­sa.

AN­CHE LA DOCTOR MARTENS HA USA­TO I PAESAGGI DI TUR­NER PER DECORARE I SUOI ANFIBI. GLI ERE­DI, FURIOSI, HAN­NO FAT­TO CAU­SA

NON DI­MEN­TI­CA­TE, PE­RÒ, LA PINACOTECA Am­ster­dam. So­pra, il Van Go­gh Mu­seum. A de­stra, il giub­bi­no del­la Vans ispi­ra­to al Man­dor­lo fio­ri­to del gran­de pittore.

GIÀ INTROVABILI A de­stra, il di­pin­to di Van Go­gh (1853-1890) Vec­chio vi­gne­to con con­ta­di­na, die­tro a un pa­io di Vans che lo ri­por­ta­no pa­ri pa­ri sul­la to­ma­ia. Le pri­me pa­ia so­no an­da­te let­te­ral­men­te a ruba e so­no al mo­men­to introvabili.

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