A 25 an­ni co­strui­sce una scuo­la ai profughi

DO­PO LA MA­TU­RI­TÀ NI­CO­LÒ HA AIU­TA­TO I PO­VE­RI IN IN­DIA. ORA IN GRE­CIA HA CO­STRUI­TO AU­LE PER I PIC­CO­LI PROFUGHI: «AN­CHE LO­RO HAN­NO LA­VO­RA­TO CON ME»

GENTE - - Contents - di En­ri­co Gal­let­ti

« Quan­do so­no ar­ri­va­to a Sa­mo mi so­no ri­pro­mes­so che avrei cam­bia­to le co­se. Le ul­ti­me le ho cam­bia­te ie­ri, con cal­ce, mat­to­ni e ca­mion col­mi di ban­chi e se­die». Ven­ti­cin­que an­ni, ori­gi­na­rio di Cre­mo­na, ave­va da po­co fi­ni­to il li­ceo quan­do è na­ta in lui la vo­glia di re­ga­la­re sorrisi. Do­po la ma­tu­ri­tà la scel­ta di cam­bia­re vi­ta. Ades­so l’ul­ti­mo dei tan­ti so­gni uma­ni­ta­ri di Ni­co­lò Go­vo­ni si av­ve­ra. Sull’iso­la gre­ca di Sa­mo, in un cam­po profughi in cui la not­te si con­fon­de con il gior­no e la fe­li­ci­tà sem­bra spes­so ne­ga­ta, adul­ti e bam­bi­ni si tro­va­no a vi­ve­re in ten­de in uno spa­zio che do­vreb­be ospi­ta­re set­te­cen­to per­so­ne, ma ne ac­co­glie qua­si tre­mi­la. Lì, pe­rò, il so­gno di Ni­co­lò ha por­ta­to un po’ di al­le­gria: una scuo­la co­strui­ta mat­to­ne do­po mat­to­ne gra­zie al­le do­na­zio­ni pro­ve­nien­ti dall’Ita­lia.

Ha aper­to le por­te a me­tà ago­sto, do­po me­si di in­ten­so la­vo­ro. Lì, ora, il di­rit­to al­lo stu­dio non è più un mi­rag­gio. «Mi so­no po­sto l’obiet­ti­vo di co­strui­re una scuo­la, sem­bra­va una mis­sio­ne im­pos­si­bi­le. Mi so­no da­to tren­ta gior­ni di tem­po, ho rac­col­to fon­di a suf­fi­cien­za per af­fit­ta­re un edi­fi­cio e ini­zia­re a ri­strut­tu­rar­lo. So­no

ar­ri­va­ti tan­ti fon­di dal no­stro Pae­se, da chi leg­ge­va i miei rac­con­ti su Fa­ce­book e de­ci­de­va di dar­ci una ma­no, ma non era­no suf­fi­cien­ti. Poi, quan­do sta­va­mo per mol­la­re, la svol­ta: un ano­ni­mo let­to­re di Bian­co co­me Dio [ il se­con­do li­bro di Go­vo­ni, usci­to co­me e-book, pros­si­ma­men­te edi­to per

Riz­zo­li, ndr] ha de­ci­so di spon­so­riz­za­re la scuo­la per un an­no in­te­ro». I la­vo­ri ser­ra­tis­si­mi, men­tre i profughi sbar­ca­va­no e la ne­ces­si­tà del di­rit­to al­lo stu­dio si fa­ce­va sem­pre più ur­gen­te. «In un me­se», rac­con­ta Ni­co­lò, «ab­bia­mo co­strui­to i mu­ri, ri­fat­to l’im­pian­to elet­tri­co, com­pra­to ban­chi e se­die ad Ate­ne, in­stal­la­to i con­di­zio­na­to­ri e pro­cu­ra­to tut­ta la can­cel­le­ria di cui ave­va­mo bi­so­gno. In quat­tro pa­ro­le, ab­bia­mo co­strui­to una scuo­la, in­se­gnan­ti e bam­bi­ni in­sie­me. Ogni gior­no pren­de­va­mo mi­su­re, pu­li­va­mo le stan­ze, fa­ce­va­mo gli im­bian­chi­ni per di­men­ti­ca­re gli abu­si del cam­po profughi e i mal­trat­ta­men­ti che ve­dia­mo in­tor­no a noi».

La scel­ta di par­ti­re, per Ni­co­lò, è ar­ri­va­ta do­po il li­ceo lin­gui­sti­co a Cre­mo­na. Pri­ma il pe­rio­do in In­dia co­me vo­lon­ta­rio in un or­fa­no­tro­fio, poi il tra­sfe­ri­men­to sull’iso­la gre­ca. « So­no ar­ri­va­to qui a set- tem­bre, ho co­min­cia­to a oc­cu­par­mi dei bam­bi­ni ri­fu­gia­ti che pro­ve­ni­va­no da Si­ria, Afghanistan, Iraq, Pa­le­sti­na, Kur­di­stan, Iran, Al­ge­ria e Con­go. Que­sta mis­sio­ne mi riem­pie di gio­ia, è il la­vo­ro più im­por­tan­te del­la mia vi­ta».

Un mon­do dif­fi­ci­le, quel­lo di Sa­mo. «Ho vi­sto ri­fu­gia­ti dor­mi­re in mez­zo ai to­pi, nel­lo spor­co e nel de­gra­do. Mi so­no det­to che sa­rei ri­ma­sto lì fi­no a quan­do la si­tua­zio­ne non fos­se cam­bia­ta. A di­cem­bre, poi, ho sco­per­to che uno dei miei bam­bi­ni, un or­fa­no ar­ri­va­to a Sa­mo con al­cu­ni pa­ren­ti, vi­ve­va una si­tua­zio­ne di abu­so do­me­sti­co. Ho fat­to di tut­to per aiu­tar­lo, mi so­no ap­pel­la­to al si­ste­ma di pro­te­zio­ne dell’in­fan­zia, agli as­si­sten­ti so­cia­li, al go­ver­no, al­le Na­zio­ni Uni­te. Le ho pro­va­te tut­te, mi so­no per­si­no of­fer­to co­me pa­dre in af­fi­do di que­sto bim­bo. La mia de­nun­cia e i miei ten­ta­ti­vi di da­re al ra­gaz­zo la fe­li­ci­tà che me­ri­ta so­no sta­ti igno­ra­ti. Quel gior­no ho per­so la pri­ma ve­ra bat­ta­glia del­la mia vi­ta, e an­co­ra mi si spez­za il cuo­re».

In quel mo­men­to, pe­rò, al­la por­ta di Ni­co­lò ha bus­sa­to un’al­tra oc­ca­sio­ne. «La Sta­te Uni­ver­si­ty di New York mi ha of­fer­to una bor­sa di stu­dio per un pre­sti­gio­so ma­ster. Quel­lo da sem­pre è sta­to il so­gno del­la mia vi­ta, ma in quel con­te­sto mi è par­so qua­si di se­con­do pia­no. I miei stu­den­ti so­no fug­gi­ti dal­la guer­ra e han­no per­so tut­to, ma ora han­no qual­co­sa di pre­zio­so, un men­to­re, e i lo­ro oc­chi bril­la­no di gra­ti­tu­di­ne ogni gior­no. E poi c’era quel bam­bi­no vit­ti­ma di abu­si, se me ne fos­si an­da­to sa­reb­be ri­ma­sto so­lo. Ho ri­nun­cia­to, so­no ri­ma­sto con i miei ra­gaz- zi». E i ri­sul­ta­ti so­no ar­ri­va­ti. La scuo­la è il pri­mo pas­so in avan­ti per cam­bia­re le co­se. « Og­gi, un me­se do­po, qua­si cen­to bam­bi­ni e ado­le­scen­ti han­no la scuo­la che me­ri­ta­no, la scuo­la che era sta­ta lo­ro ne­ga­ta, quel­la per cui so­no so­prav­vis­su­ti a una guer­ra, la ve­ra al­ter­na­ti­va al­la pri­gio­ne in cui vi­vo­no». Un pro­get­to por­ta­to avan­ti tut­ti in­sie­me.

Men­tre lo rac­con­ta, a Ni­co­lò si il­lu­mi­na­no gli oc­chi. «Per­ché», spie­ga, «que­sto è il bel­lo del­la mia mis­sio­ne: che in­sie­me si può fa­re la dif­fe­ren­za». Ha un no­me la scuo­la, si chia­ma Ma­zì, è il pri­mo isti­tu­to per bam­bi­ni ri­fu­gia­ti a Sa­mo. Rim­pian­ti? «No», ri­spon­de con­vin­to Ni­co­lò. «An­zi, so­no fe­li­ce di es­se­re qui e di im­pa­ra­re ogni gior­no dai ra­gaz­zi. Un an­no fa mi di­ce­va­no di tor­na­re a ca­sa, di ri­pren­de­re in ma­no la mia vi­ta. Lo am­met­to, ci ho pen­sa­to. Ma poi so­no ri­ma­sto, e non avrei po­tu­to fa­re scel­ta mi­glio­re».

A Ni­co­lò squil­la il te­le­fo­no, dall’al­tro ca­po dell’Eu­ro­pa è sua non­na Ma­riuc­cia. Vuo­le sa­pe­re co­me sta, da qual­che gior­no è in pen­sie­ro per lui. Ni­co­lò la ras­si­cu­ra. « Sto be­ne », le di­ce. En­tram­bi avran­no gli oc­chi lu­ci­di a fi­ne chia­ma­ta. «È la non­na che mi ha cre­sciu­to, che mi ha in­se­gna­to la com­pas­sio­ne e l’im­por­tan­za di aiu­ta­re il pros­si­mo », spie­ga Ni­co­lò, che no­no­stan­te tut­to si com­muo­ve a sen­ti­re le vo­ci del­la vi­ta che ha ab­ban­do­na­to per rin­cor­re­re la sua lun­ga, vor­ti­co­sa, mis­sio­ne per la fe­li­ci­tà.

«LA­VO­RA­RE MI AIU­TA A NON PEN­SA­RE AGLI ABU­SI CHE VE­DO AL CAM­PO»

«QUE­STA MIS­SIO­NE È LA CO­SA PIÙ IM­POR­TAN­TE DEL­LA MIA VI­TA»

GRA­ZIE A LUI POS­SO­NO STU­DIA­RE Sa­mo (Gre­cia). Ni­co­lò Go­vo­ni, 25 an­ni, tra i bam­bi­ni del cam­po che sull’iso­la ospi­ta tre­mi­la profughi. «Li ho vi­sti dor­mi­re tra i to­pi», di­ce. In bas­so, i ra­gaz­zi in au­la. «Ab­bia­mo co­strui­to la scuo­la an­che gra­zie al­le do­na­zio­ni giun­te dall’Ita­lia».

LI HA FATTI AN­CHE VI­SI­TA­RE DAI ME­DI­CI Sa­mo (Gre­cia). Uno dei ra­gaz­zi ri­fu­gia­ti vie­ne vi­si­ta­to dal den­ti­sta: Ni­co­lò ha prov­ve­du­to ai con­trol­li me­di­ci per i pic­co­li profughi che se­gue per­so­nal­men­te al cam­po. A si­ni­stra, il gio­va­ne sor­ri­den­te con in brac­cio un bim­bo na­to in que­ste cir­co­stan­ze dif­fi­ci­li. «Mi ave­va­no of­fer­to un ma­ster a New York, ho ri­fiu­ta­to: è più im­por­tan­te re­sta­re qui con i bam­bi­ni».

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