La Ger­ma­nia in de­li­rio per Te­ren­ce Hill

IN TOUR DA DRESDA A BER­LI­NO PER IL LAN­CIO DEL NUO­VO FILM, L’AT­TO­RE È ACCLAMATO DA FOL­LE IN DE­LI­RIO: I FAN DE­GLI SPAGHETTI WE­STERN NON L’HAN­NO DI­MEN­TI­CA­TO

GENTE - - Sommario - DI FE­DE­RI­CA CA­POZ­ZI

G li han­no per­si­no de­di­ca­to un pon­te. Si tro­va a Worms, tra Fran­co­for­te e Stoc­car­da, e dal 2016 por­ta il suo no­me: Te­ren­ce Hill. In Ger­ma­nia l’at­to­re, na­to a Ve­ne­zia da pa­dre um­bro e ma­dre te­de­sca, ha uno stuo­lo di fan che lo ado­ra­no e co­no­sco­no a me­mo­ria i film che ha gi­ra­to in cop­pia con Bud Spen­cer. Per que­sto il don Mat­teo del piccolo scher­mo - ruo­lo che tor­ne­rà a ve­sti­re in pri­ma­ve­ra, con la do­di­ce­si­ma sta­gio­ne del­la for­tu­na­ta se­rie - è sta­to ben fe­li­ce di par­ti­re in tour tra Dresda e Ber­li­no, con do­ve­ro­sa tap­pa al pae­sel­lo del già ci­ta­to pon­te ono­ri­fi­co, per il lan­cio de Il mio no­me è Tho­mas, la pel­li­co­la di cui è re­gi­sta e pro­ta­go­ni­sta in­sie­me al­la gio­va­ne Ve­ro­ni­ca Bit­to e a una rom­ban­te Har­ley Da­vid­son.

Il film, che se­gna il ri­tor­no di Hill al ci­ne­ma do­po ol­tre un ven­ten­nio, è de­di­ca­to all’ami­co Bud Spen­cer, scom­par­so due an­ni fa, e già dal ti­to­lo, chia­ro ri­chia­mo a Il mio no­me è Nes­su­no del 1973, striz­za l’oc­chio agli spaghetti we­stern, ov­ve­ro il we­stern all’ita­lia­na; né è un ca­so che sia sta­to in gran par­te gi­ra­to nel de­ser­to dell’Al­me­ria, nel cuo­re del­la pe­ni­so­la ibe­ri­ca, già set d’ele­zio­ne di Ser­gio Leo­ne che lo pre­fe­ri­va a quel­lo ame­ri­ca­no, pae­sag­gi­sti­ca­men­te me­no va­rio. Sto­ria di un viag­gio on the road tra l’Ita­lia e la Spa­gna di un uo­mo che vor­reb­be star­se­ne so­lo con la sua mo­to­ci­clet­ta ma si ri­tro­va in com­pa­gnia di una ra­gaz­za as­sai scom­bi­na­ta, Il mio no­me è Tho­mas è ric­co di chic­che per gli aman­ti del ge­ne­re, dall’im­man­ca­bi­le scaz­zot­ta­ta al­le leg­gen­da­rie pa­del­la­te con cui il duo Hil­lS­pen­cer usa­va tra­mor­ti­re gli av­ver­sa­ri, do­po un boc­ca­le di bir­ra e una man­gia­ta di fa­gio­li, ai bei tem­pi di Lo chia­ma­va­no

Tri­ni­tà e li­mi­tro­fi. Cer­to fa sor­ri­de­re l’en­tu­sia­smo dei te­de­schi, che il cli­ché vuo­le ri­gi­di e se­rio­si, per la ver­ve co­mi­ca dei no­stri at­to­ri, ma tant’è. Quan­do Bud Spen­cer mo­rì, nel 2016, per­si­no l’al­lo­ra mi­ni­stro del­la giu­sti­zia Hei­ko Maas, og­gi mi­ni­stro de­gli este­ri, lo ri­cor­dò co­sì via so­cial: “Pu­gno du­ro, cuo­re te­ne­ro, uo­mo fan­ta­sti­co. Un eroe del­la mia in­fan­zia”, scris­se. Gli fe­ce­ro eco gior­na­li­sti, po­li­ti­ci, per­so­ne del­la stra­da: Bud

ven­ne de­fi­ni­to “l’eroe del­le scaz­zot­ta­te”, “l’ul­ti­mo eroe”, “for­te co­me un or­so”. Nel pri­mo an­ni­ver­sa­rio del­la sua mor­te, fu emes­so un fran­co­bol­lo in suo ono­re, che an­dò a ru­ba e la sua bio­gra­fia re­stò pri­ma in clas­si­fi­ca per set­ti­ma­ne, con in­cas­si da re­cord: fu­ro­no ol­tre 100 mi­la le co­pie ven­du­te. La sua fac­cia si mol­ti­pli­cò su gad­get e ma­gliet­te, spun­tò sui mu­ri di Ber­li­no sot­to for­ma di graf­fi­ti, di­ven­ne per­si­no sog­get­to di au­da­ci ta­tuag­gi. Pa­ri af­fet­to è ri­ser­va­to al suo com­pa­re. Nel Pae­se do­ve pe­rio­di­ca­men­te la Tv ri­pro­po­ne i lo­ro film in ma­ra­to­ne che du­ra­no tut­ta la gior­na­ta e i fan club or­ga­niz­za­no even­ti a te­ma do­ve i par­te­ci­pan­ti, con bar­be po­stic­ce e cap­pel­li da cowboy, in­gol­la­no sal­sic­ce e fa­gio­li fi­no a scop­pia­re, Te­ren­ce è sta­to ac­col­to co­me una star di Hol­ly­wood, an­zi me­glio. Ad aspet­tar­lo, a ogni tap­pa del suo viag­gio pro­mo­zio­na­le, c’era­no fol­le fe­stan­ti, adul­ti e ra­gaz­zi­ni che sgo­mi­ta­va­no per un au­to­gra­fo o un sel­fie in sua com­pa­gnia.

Per lui è sta­ta l’oc­ca­sio­ne di tor­na­re in­die­tro nel tem­po, an­che se i ri­cor­di le­ga­ti all’in­fan­zia, ai due an­ni tra­scor­si, tra il 1943 e il 1945, nel pae­si­no dei non­ni ma­ter­ni, Lom­ma­tzsch, non so­no tut­ti se­re­ni. Tutt’al­tro. C’era la guer­ra, la Ger­ma­nia na­zi­sta era mes­sa a fer­ro e fuo­co da­gli Al­lea­ti: Te­ren­ce era lì, a po­chi chi­lo­me­tri da Dresda, quan­do la not­te del 13 feb­bra­io 1945 ot­to­cen­to bom­bar­die­ri del­la Raf sca­ri­ca­ro­no 1.500 ton­nel­la­te di bom­be esplo­si­ve e 1.200 ton­nel­la­te di bom­be in­cen­dia­rie sul­la cit­tà, al­le qua­li se ne ag­giun­se­ro al­tre - al­me­no 1.250 ton­nel­la­te - sgan­cia­te da­gli ame­ri­ca­ni nei due gior­ni suc­ces­si­vi. Mo­ri­ro­no 150 mi­la ci­vi­li (ma al­cu­ne sti­me par­la­no del dop­pio). Il piccolo Hill, al tem­po an­co­ra uno sco­no­sciu­to Ma­rio Gi­rot­ti di an­ni sei, so­prav­vis­se, ma vi­de tut­to da lon­ta­no: «Era tut­to com­ple­ta­men­te ros­so», ha rac­con­ta­to al set­ti­ma­na­le Bun­te. «Quel­lo che fa una bom­ba a un bam­bi­no du­ra tut­ta la vi­ta, an­che se non vie­ne fe­ri­to. Io ho avu­to in­cu­bi fi­no a 30 an­ni. Per que­sto quel­lo che suc­ce­de in Si­ria og­gi mi fa ar­rab­bia­re. Gli uo­mi­ni so­no sen­za cer­vel­lo». Lui, di cer­to, non è sen­za cuo­re. Il pub­bli­co lo sa, e da sem­pre glie­ne ren­de me­ri­to.

IN ONO­RE DI BUD Te­ren­ce si fa fo­to­gra­fa­re con un am­mi­ra­to­re sor­pren­den­te­men­te si­mi­le a Bud Spen­cer. In Ger­ma­nia so­no tan­ti i fan club che or­ga­niz­za­no even­ti a te­ma in ono­re del duo.

QUI GLI REGALANO MELE E PON­TI Worms (Ger­ma­nia). Hill ha fat­to tap­pa nel­la cit­ta­di­na che gli ha de­di­ca­to un pon­te pe­do­na­le. So­pra, ac­cet­ta un omag­gio di mele da una fan del po­sto; a de­stra, ne of­fre una al­la sua sa­go­ma di car­to­ne.

CON­QUI­STA TUT­TI A PA­DEL­LA­TE Li­cht­burg (Ger­ma­nia). Te­ren­ce Hill, 79 an­ni, al­la pre­miè­re del suo ul­ti­mo film, Il mio no­meè Tho­mas, bran­di­sce una pa­del­la, “ar­ma” di tan­te sue av­ven­tu­re in cop­pia con Bud Spen­cer.

IL PRE­TE TOR­NA A FA­RE IL DU­RO Un in­ten­so pri­mo pia­no di Te­ren­ce Hill, tor­na­to al ci­ne­ma con Il mio no­me è Tho­mas do­po un’as­sen­za di ol­tre 20 an­ni, du­ran­te i qua­li ha la­vo­ra­to so­prat­tut­to per la Tv. Il film è un we­stern mo­der­no. Sot­to, l’at­to­re po­sa per un sel­fie con una gio­va­ne fan te­de­sca: l’am­mi­ra­zio­ne nei suoi con­fron­ti non ha età.

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