Per tut­ta la vi­ta le don­ne de­si­de­ra­no l’af­fet­to di pa­pà

Il ca­so di Li­sa, la fi­glia di Ste­ve Jobs, è esemplare: ri­fiu­ta­ta da lui e mal­trat­ta­ta, nel­la sua au­to­bio­gra­fia non fa che giu­sti­fi­car­lo. È il pa­dre il pri­mo, e in­di­men­ti­ca­bi­le, uo­mo da cui vo­glia­mo amo­re

GENTE - - Salute - GIAN­NA SCHELOTTO

È usci­ta di re­cen­te l’au­to­bio­gra­fia di Li­sa Bren­nan-Jobs, la fi­glia di Ste­ve Jobs, il vi­sio­na­rio in­ven­to­re di mol­ti de­gli og­get­ti sen­za i quali og­gi ci sen­ti­rem­mo mu­ti­la­ti ( Gen­te se ne è oc­cu­pa­to nel nu­me­ro 36). Dal rac­con­to del­la don­na, pe­rò, si sco­pre che, se co­me ge­nio dell’in­for­ma­ti­ca Jobs ha af­fa­sci­na­to le fol­le, non è sta­to al­tret­tan­to ge­ne­ro­so co­me pa­dre. L’uo­mo che si co­no­sce dal­le sue de­scri­zio­ni è du­ro, anaf­fet­ti­vo e di­stan­te. Tut­ta­via la mag­gior pre­oc­cu­pa­zio­ne dell’au­tri­ce è quel­la di far sapere al mondo che lei lo ha per­do­na­to. Del dif­fi­ci­le rap­por­to con il pa­dre Bren­nan rac­con­ta epi­so­di di ra­ra cru­del­tà: da lui non ha avu­to af­fet­to, pre­sen­za, em­pa­tia. Al con­tra­rio, Jobs si è lun­ga­men­te sot­trat­to al suo ruolo di ge­ni­to­re, ne­gan­do, a di­spet­to di un giu­di­zio in tri­bu­na­le e del­la pro­va del Dna, che Li­sa fos­se sua fi­glia. E, co­me spes­so ac­ca­de, l’amo­re per il pa­dre sem­bra ali­men­ta­to pro­prio dai rei­te­ra­ti ri­fiu­ti su­bi­ti. La sto­ria di Li­sa con­fer­ma che una te­na­ce, in­vin­ci­bi­le “vo­glia di pa­pà” ac­com­pa­gna le don­ne in ogni mo­men­to del­la vi­ta, as­su­men­do for­me nuo­ve a se­con­da de­gli even­ti e del­le si­tua­zio­ni. Per Li­sa il le­ga­me con il pa­dre è co­stel­la­to di at­te­se de­lu­se: spes­so si è sen­ti­ta ne­ga­ta, umi­lia­ta, re­spin­ta. Ma per di­men­ti­ca­re e per­do­na­re, è riu­sci­ta a tro­va­re per ogni epi­so­dio ne­ga­ti­vo una spie­ga­zio­ne con­so­la­to­ria. Jobs chia­mò Li­sa il suo pri­mo com­pu­ter: era le­ci­to pen­sa­re che fos­se un omag­gio al­la fi­glia. Ma lui, in­ter­ro­ga­to in pro­po­si­to, dis­se che era so­lo il ri­sul­ta­to di un acro­ni­mo (Lo­cal In­te­gra­ted Soft­ware Ar­chi­tec­tu­re), che nul­la ave­va a che fare con af­fet­ti pa­ter­ni. Nel di­spe­ra­to ten­ta­ti­vo di at­te­nua­re la fe­ri­ta, Li­sa di­ce che quell’at­teg­gia­men­to era so­lo un mo­do per in­se­gnar­le a “non sfrut­ta­re la sua po­si­zio­ne”. Co­sì, per cia­scu­na del­le nu­me­ro­se cat­ti­ve­rie che pa­pà le pro­pi­na fin da pic­co­la, la Bren­nan tro­va un’in­ter­pre­ta­zio­ne per giu­sti­fi­car­lo e quan­do pro­prio non rie­sce lo per­do­na co­mun­que, chia­man­do in cau­sa il “de­mo­ne” che il suc­ces­so in­si­nua nel­la vi­ta del­le per­so­ne. L’idea di scri­ve­re un li­bro sul tor­men­ta­to rap­por­to con il pa­dre è sta­ta for­se una for­ma di terapia, un ri­me­dio per tra­sfor­mar­si da fi­glia in­fe­li­ce e ri­fiu­ta­ta in don­na au­to­no­ma e com­piu­ta. Gra­zie al­la sua co­rag­gio­sa ini­zia­ti­va, Li­sa è pro­ba­bil­men­te riu­sci­ta a di­stri­car­si dai gro­vi­gli emotivi del pas­sa­to, sal­van­do den­tro di sé le trac­ce di ciò che il pa­dre, a di­spet­to dei suoi li­mi­ti, è riu­sci­to a tra­smet­ter­le.

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