La fa­mi­glia ma­la­ta di In­ter­net

PADRE, MADRE E DUE FI­GLI SI SO­NO AU­TO RECLUSI PER DUE ANNI, CONNESSI AL WEB TUT­TO IL GIOR­NO. ORA SO­NO IN CU­RA. GLI ESPER­TI AVVERTONO: «LE TECNOLOGIE NON SO­NO IL MA­LE, COPRONO UN DI­SA­GIO» «È UNA DIPENDENZA CHIMICA E FI­SI­CA», DI­CE IL DIGITAL COACH

GENTE - - SOMMARIO - DI ROBERTA SPADOTTO

Se­gre­ga­ti in casa per due anni, in­ghiot­ti­ti nel vor­ti­ce di un uni­co in­te­res­se: In­ter­net. Una dipendenza pa­to­lo­gi­ca che ha coin­vol­to un’in­te­ra fa­mi­glia del Sa­len­to: due ge­ni­to­ri qua­ran­ten­ni, un ra­gaz­zo di 15 e una bim­ba di 9. Que­st’ul­ti­ma è sta­ta l’uni­ca che, mal­gra­do fos­se tra­scu­ra­ta dai ge­ni­to­ri, ha sem­pre fre­quen­ta­to la scuo­la e nel tra­git­to com­pra­va ci­bo per ri­fo­cil­la­re pa­pà, mamma e fra­tel­lo. So­lo me­ren­di­ne, bi­scot­ti e ca­ra­mel­le. Per 24 me­si, nes­su­no si è ac­cor­to del­la sof­fe­ren­za del­la bam­bi­na. Fin­ché il suo aspet­to tra­san­da­to ha at­ti­ra­to l'at­ten­zio­ne de­gli in­se­gnan­ti e quin­di de­gli as­si­sten­ti so­cia­li che so­no riu­sci­ti a en­tra­re nel­la casa dell'in­cu­bo. Sco­pren­do che i due adul­ti e il ra­gaz­zo pas­sa­va­no le gior­na­te im­mo­bi­li da­van­ti al com­pu­ter, in­te­ra­gen­do con l’ester­no so­lo vir­tual­men­te, di­men­ti­chi del loro cor­po e di ogni nor­ma­le bi­so­gno di re­la­zio­ne so­cia­le. La pri­ma co­sa cui han­no ri­nun­cia­to, co­me han­no ri­fe­ri­to gli psi­co­te­ra­peu­ti che ora li han­no in cu­ra, è sta­ta se­der­si a ta­vo­la per man­gia­re. Con­su­ma­va­no pa­sti spo­ra­di­ci so­lo da­van­ti al­lo scher­mo. Poi il di­sin­te­res­se è pas­sa­to all’igie­ne per­so­na­le e in­fi­ne è di­mi­nui­to an­che il son­no, so­sti­tui­to dal­la “na­vi­ga­zio­ne” not­tur­na. Tut­ti pas­sag­gi che han­no por­ta­to a per­de­re ogni equi­li­brio fi­si­co e men­ta­le. L’ado­le­scen­te, al mo­men­to dell’in­ter­ven­to dei ser­vi­zi so­cia­li, era quel­lo mes­so peg­gio: ri­dot­to a uno sche­le­tro, con pia­ghe ai pie­di per­ché, seb­be­ne cre­sciu­to, in due anni non ave­va mai cam­bia­to, for­se mai tol­to, lo stes­so pa­io di

scar­pe. Ha avu­to bi­so­gno di fi­sio­te­ra­pia per ri­tor­na­re a cam­mi­na­re.

Sem­bra la sce­na di un film dell’or­ro­re ep­pu­re, da­ti alla ma­no, non è un ca­so così iso­la­to. In Giap­po­ne il fe­no­me­no è sta­to ri­bat­tez­za­to hi­ki­ko­mo­ri (“sta­re in di­spar­te”): si de­fi­ni­sco­no così le per­so­ne, so­prat­tut­to gio­va­ni dai 14 ai 25 anni, che han­no ri­nun­cia­to com­ple­ta­men­te alla vi­ta so­cia­le, man­te­nen­do so­lo re­la­zio­ni via chat con per­so­ne co­me loro. In Ita­lia, se­con­do Pae­se al mon­do, dopo il Giap­po­ne, per dif­fu­sio­ne del fe­no­me­no stu­dia­to da­gli anni Ot­tan­ta, gli hi­ki­ko­mo­ri so­no cir­ca 100 mi­la, ma è un da­to par­zia­le per­ché mol­ti di loro non van­no in cu­ra, pen­sa­no so­lo di aver fat­to una le­git­ti­ma scel­ta di vi­ta. «Gli hi­ki­ko­mo­ri so­no pre­va­len­te­men­te ado­le­scen­ti di ses­so ma­schi­le», spie­ga il dot­tor Fe­de­ri­co To­nio­ni, psichiatra e psi­co­te­ra­peu­ta, uno dei mas­si­mi esper­ti in Ita­lia di dipendenza dal Web. «La ri­nun­cia al mon­do è spes­so il cor­ri­spet­ti­vo ma­schi­le dell’ano­res­sia, un al­tro mo­do per scom­pa­ri­re dal mon­do». La no­vi­tà del ca­so del Sa­len­to è il coin­vol­gi­men­to de­gli adul­ti in una di­na­mi­ca pre­va­len­te­men­te ado­le­scen­zia­le. «Bi­so­gna co­no­sce­re i det­ta­gli», pre­ci­sa To­nio­ni. «I due ge­ni­to­ri non so­no da giu­di­ca­re, ma da aiu­ta­re, da ca­pi­re. Ci so­no si­cu­ra­men­te sta­te cir­co­stan­ze par­ti­co­la­ri che han­no ge­ne­ra­to que­sto ca­so estre­mo. Po­treb­be aver in­flui­to il fat­to che ab­bia­no avu­to il pri­mo fi­glio da gio­va­ni o che vi­ves­se­ro in una zo­na ru­ra­le del Sud sen­za mol­ti con­tat­ti con il mon­do in­tor­no. Ma di si­cu­ro i due adul­ti so­no pre­da di una psi­co­si e la dipendenza da In­ter­net è so­lo un mo­do per da­re sfo­go a un di­sa­gio pre­e­si­sten­te». Chi si oc­cu­pa del­la Re­te e di com­por­ta­men­ti com­pul­si­vi ad es­sa connessi la pen­sa al­lo stes­so mo­do: In­ter­net non ha col­pe, è l’uti­liz­zo che se ne fa, pri­vo di re­go­le e pa­let­ti, a rap­pre­sen­ta­re un fat­to­re di ri­schio. Ba­sti pen­sa­re che la dipendenza dal Web (in in­gle­se In­ter­net ad­dic­tion di­sor­der, in acro­ni­mo Iad), a dif­fe­ren­za di quel­la del gio­co on­li­ne, non è an­co­ra ri­co­no­sciu­ta uf­fi­cial­men­te. «L’iper­con­nes­sio­ne non sa­reb­be un pro­ble­ma», con­ti­nua il dot­tor To­nio­ni, che da 10 anni di­ri­ge il pri­mo am­bu­la­to­rio in Ita­lia per la cu­ra del­la Iad al Ge­mel­li di Ro­ma. «È nor­ma­le che un ra­gaz­zi­no uti­liz­zi la Re­te, è uno stru­men­to dei suoi tem­pi. I se­gna­li di al­lar­me ci so­no quan­do co­min­cia a non usci­re di casa e si di­men­ti­ca del­le esi­gen­ze del suo fi­si­co. Ma an­che in que­sto ca­so, sco­pria­mo che In­ter­net va a col­ma­re un vuo­to, ma­ga­ri l’as­sen­za emo­ti­va dei ge­ni­to­ri. Per cui pren­dia­mo in cu­ra an­che loro. I sup­por­ti tec­no­lo­gi­ci non so­no il ma­le. Al­le ma­dri e ai pa­dri di­co: non to­glie­te le tecnologie ai fi­gli, fa­te sem­mai at­ten­zio­ne che la vo­stra pre­sen­za non sia so­sti­tui­ta da es­se».

I ri­schi del­le nuo­ve tecnologie, non an­co­ra am­pia­men­te stu­dia­ti, ri­guar­da­no tut­ti noi. «Lo smart­pho­ne ci per­met­te di es­se­re sem­pre connessi e per que­sto non stac­chia­mo mai, ri­du­cen­do an­che sul la­vo­ro le no­stre ca­pa­ci­tà di con­cen­tra­zio­ne e re­sa», di­ce Alessio Car­cio­fi, il pri­mo digital de­tox coach in Ita­lia (aiu­ta a di­sin­tos­si­car­si dal Web e usar­lo in mo­do uti­le). «Po­chi san­no che i so­cial net­work crea­no una dipendenza chimica, fi­si­ca. L’es­se­re cer­ca­ti, tag­ga­ti ge­ne­ra do­pa­mi­na, il neu­ro­tra­smet­ti­to­re del pia­ce­re. Alla lun­ga, un uso ec­ces­si­vo del digitale al­te­ra le emo­zio­ni e le re­la­zio­ni so­cia­li. Ma non ci si ren­de con­to che la cau­sa sta co­stan­te­men­te sot­to i no­stri oc­chi».

«C’È DIE­TRO UNA FOR­TE SOLITUDINE AFFETTIVA», SPIE­GA LO PSICHIATRA

SPROFONDATI NEL DISORDINE Un ra­gaz­zo re­clu­so in casa sua, scon­nes­so dal­la vi­ta rea­le, at­tac­ca­to a In­ter­net da mat­ti­na a se­ra. È la sce­na di un do­cu­men­ta­rio su­gli hi­ki­ko­mo­ri giap­po­ne­si, cir­ca due mi­lio­ni. I di­pen­den­ti dal Web vivono nel disordine e non cu­ra­no più il loro cor­po.

IMPIGLIATI NEL­LA RE­TE Una ra­gaz­zi­na “na­vi­ga”su In­ter­net. L’Ita­lia è il se­con­do Pae­se al mon­do per nu­me­ro di hi­ki­ko­mo­ri, i reclusi vo­lon­ta­ri: so­no cir­ca 100 mi­la. Mol­ti di loro non pen­sa­no di ave­re un di­sa­gio e di con­se­guen­za è mol­to dif­fi­ci­le por­tar­li in te­ra­pia. ISOLATA TRA I RIFIUTI Una sce­na del film Ca­sta­way on the moon (2009): la pro­ta­go­ni­sta ri­ma­ne con­nes­sa al mon­do so­lo tra­mi­te la Re­te. Vi­ve­re tra i rifiuti è una co­stan­te de­gli hi­ki­ko­mo­ri.

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