Chi è il no­vi­zio de Il no­me del­la ro­sa

DA­MIAN HAR­DUNG, CHE IN TV È AD­SO DA MELK, È TE­DE­SCO. HA MIL­LE DO­TI: SUO­NA, CO­NO­SCE LE LIN­GUE, CANTA, È SECCHIONE. ED ERA UNA PRO­MES­SA DEL CAL­CIO. MA PREFERÌ RECITARE

GENTE - - Sommario - DI SA­BRI­NA BO­NA­LU­MI

La stof­fa c’era. E an­che pa­rec­chia. Da­mian Har­dung, 20 an­ni, il no­vi­zio Ad­so da Melk del­la se­rie Tv Il no­me del­la ro­sa, ispi­ra­ta al be­st sel­ler di Um­ber­to Eco, al po­sto di ve­der­lo con il sa­io, i ca­pel­li a ca­schet­to e le go­te ro­sa­te, avrem­mo po­tu­to co­no­scer­lo con i pan­ta­lon­ci­ni e le scar­pet­te con i chio­di.

Già, per­ché que­sto gio­va­ne at­to­re dall’aspet­to gen­ti­le che lo fa so­mi­glia­re a un prin­ci­pe eter­na­men­te bam­bi­no, quan­do vi­ve­va a Co­lo­nia, in Ger­ma­nia, gio­ca­va a cal­cio con ta­len­to e po­ten­zia­li­tà ta­li da far im­ma­gi­na­re un fu­tu­ro pro­fes­sio­ni­sti­co.

A 14 an­ni Da­mian vin­ce una bor­sa di stu­dio, la­scia la sua cit­tà af­fac­cia­ta sul fiu­me Re­no e si tra­sfe­ri­sce a New York per stu­dia­re in una pre­sti­gio­sa scuo­la pri­va­ta. Stare sui li­bri gli rie­sce piut­to­sto bene e lo stes­so in cam­po co­me cal­cia­to­re. Al rien­tro in pa­tria, do­po es­se­re sta­to vi­sto gio­ca­re nei cam­pet­ti spor­ti­vi del­la sua cit­tà, vie­ne no­ta­to da un ta­lent scout se­du­to su-

gli spal­ti, che gli of­fre una pre­zio­sa op­por­tu­ni­tà. Nell’ar­co di po­co tem­po vie­ne ar­ruo­la­to nei gio­va­nis­si­mi del­la squa­dra SC For­tu­na Köln.

Avreb­be po­tu­to di­ven­ta­re un as­so, un at­tac­can­te, uno da Mon­dia­le, il gio­va­ne Da­mian, ma l’amo­re per il tea­tro e la re­ci­ta­zio­ne han­no preso il sopravvento su tut­to. Co­sì ap­pen­de le scar­pet­te al chiodo e si de­di­ca so­lo al­la re­ci­ta­zio­ne. L’im­pe­gno che met­te­va in cam­po lo met­te a stu­dia­re co­pio­ni e ruo­li. I pri­mi frut­ti sboc­cia­no in fret­ta: nel 2016, do­po aver preso il di­plo­ma di scuo­la su­pe­rio­re, ini­zia su­bi­to a fa­re pro­vi­ni, uno via l’al­tro. Per il ci­ne­ma, per il tea­tro, per la Tv, che ne in­trav­ve­de su­bi­to le po­ten­zia­li­tà e lo ar­ruo­la nel­la se­rie te­le­vi­si­va te­de­sca Club der ro­ten Bän­der, che pos­sia­mo pa­ra­go­na­re a I braccialetti ros­si, la fic­tion in cui si rac­con­ta l’ami­ci­zia e la so­li­da­rie­tà che na­sce in un grup­po di ragazzi ri­co­ve­ra­ti in ospe­da­le.

È tra i let­ti­ni e le cor­sie che l’at­to­re ini­zia a far­si no­ta­re. Non so­lo per la sua av­ve­nen­za e il fi­si­co atle­ti­co, pe­ral­tro mai trop­po osten­ta­to: quel­lo che pia­ce in Da­mian è so­prat­tut­to l’em­pa­tia che tra­smet­te quan­do re­ci­ta, la se­rie­tà con la qua­le af­fron­ta ogni ruo­lo. È gio­va­nis­si­mo, ma nel suo Pae­se ini­zia a cre­sce­re la sua fa­ma, di­ven­ta ben pre­sto una star. Lui pe­rò non si mon­ta la te­sta, re­sta con i pie­di ben sal­di a ter­ra, co­me quan­do gio­ca­va a cal­cio e vo­le­va so­lo mi­glio­rar­si, im­pe­gnar­si, fa­re

bene. Un at­teg­gia­men­to, uno sti­le di com­por­ta­men­to che l’ha por­ta­to avan­ti. In fret­ta. Tan­to che nel 2018 av­vie­ne il de­but­to al ci­ne­ma con La ra­gaz­za più bel­la del mon­do, di Aron Leh­mann.

Va det­to che Da­mian è un ra­gaz­zo po­lie­dri­co e ap­pas­sio­na­to, che nel­la sua gio­va­ne vi­ta non si è mai ri­spar­mia­to, an­zi, e ha sem­pre as­se­con­da­to le sue pas­sio­ni. Qua­li? La mu­si­ca, in­nan­zi­tut­to. In­fat­ti, da quan­do era pic­ci­no, in­sie­me con i suoi due fra­tel­li Leon e Ga­briel stu­dia e suo­na la bat­te­ria e il pia­no­for­te. E poi ama il can­to, tan­tis­si­mo, e, nean­che a dir­lo, non si è im­prov­vi­sa­to nem­me­no lì, ma ha af­fron­ta­to la sua vo­ca­zio­ne stu­dian­do. Stes­sa co­sa va­le per le lin­gue stra­nie­re, per le qua­li ha una at­ti­tu­di­ne fuo­ri dal co­mu­ne: ol­tre al­la sua lin­gua ma­dre, il te­de­sco, par­la in­fat­ti per­fet­ta­men­te in­gle­se, fran­ce­se e un po’ di ci­ne­se. E gra­zie all’espe­rien­za de Il no­me del­la ro­sa, al­la vi­ci­nan­za ad at­to­ri in­ter­na­zio­na­li ( John Tur­tur­ro, Ru­pert Eve­rett, Mi­chael Emer­son), al re­gi­sta Gia­co­mo Bat­tia­to, agli at­to­ri ita­lia­ni Fabrizio Ben­ti­vo­glio, Ales­sio Bo­ni, Ste­fa­no Fre­si e Gre­ta Sca­ra­no, non è dif­fi­ci­le im­ma­gi­na­re che Da­mian sta­rà già ini­zian­do a ma­sti­ca­re un po­chi­no la no­stra lin­gua. Nel­la se­rie Tv i pan­ni di Gu­gliel­mo da Ba­sker­vil­le, dot­tis­si­mo frate fran­ce­sca­no, il cui di­sce­po­lo è Ad­so da Melk, li ha ve­sti­ti Tur­tur­ro, su­pe­ran­do ogni aspet­ta­ti­va e reg­gen­do bene il con­fron­to a di­stan­za con Sean Con­ne­ry, che ri­co­prì lo stes­so ruo­lo nel 1986, nel film Il no­me del­la ro­sa, di­ret­to dal re­gi­sta Jean-Jac­ques An­naud. Eve­rett è il ter­ri­bi­le e spie­ta­to in­qui­si­to­re Ber­nar­do Gui, ne­mi­co di Gu­gliel­mo, men­tre Emer­son è l’enigmatico e tor­men­ta­to aba­te Ab­bo­ne da Fos­sa­no­va.

«Mi ha en­tu­sia­sma­to la­vo­ra­re con un ca­st co­sì im­por­tan­te. Con Tur­tur­ro mi so­no con­fron­ta­to spes­sis­si­mo e mi ha da­to con­si­gli che sa­ran­no pre­zio­si per tut­ta la mia car­rie­ra», ha det­to Da­mian in una del­le sue ra­re interviste. Ri­ser­va­tis­si­mo, ti­mi­do, l’at­to­re ama par­la­re di lavoro, ma per ora ri­fug­ge il gos­sip e le chiac­chie­ra­te a cuo­re aper­to. Se gli si chie­de chi vuo­le rin­gra­zia­re, ri­spon­de pron­to: «I miei ge­ni­to­ri, la mia fa­mi­glia. So­no sta­ti sem­pre com­pren­si­vi e amo­re­vo­li nei mie con­fron­ti».

Ma l’amo­re? Per il mo­men­to è an­co­ra top se­cret. E an­che se i ta­bloid te­de­schi gli stan­no or­mai alle cal­ca­gna, l’at­to­re è riu­sci­to a drib­bla­re la cu­rio­si­tà di tutti. I so­li­ti bene in­for­ma­ti, pe­rò, so­sten­go­no che Da­mian da tem­po fac­cia cop­pia fis­sa con una ra­gaz­za, pro­ba­bil­men­te co­no­sciu­ta a scuo­la. L’uni­ca cer­tez­za è che gli è ba­sta­to ap­pa­ri­re in pri­ma se­ra­ta su Ra­iu­no per di­ven­ta­re l’ido­lo del­le tee­na­ger. E non so­lo.

SE­CON­DO I TA­BLOID HA UNA FI­DAN­ZA­TA CHE PE­RÒ È MI­STE­RIO­SA

È IL FE­DE­LE DI­SCE­PO­LO DI UN FRATE ERUDITISSIMO So­pra e a de­stra, Da­mian Har­dung, 20, nel sa­io del no­vi­zio Ad­so da Melk, con John Tur­tur­ro, 62 (l’in­tel­li­gen­tis­si­mo Gu­gliel­mo da Ba­sker­vil­le che in­da­ga su una se­rie di de­lit­ti in una ab­ba­zia), nel­la se­rie Tv di Ra­iu­no Il no­me del­la ro­sa.

CO­ME HAR­RY, MA PIÙ BEL­LO Ha l’aplomb da an­ti­di­vo e a mol­ti ri­cor­da il prin­ci­pe Har­ry di In­ghil­ter­ra. Da­mian, chio­ma chia­ra e oc­chi di cie­lo, con­qui­sta con que­sto sor­ri­so fre­sco e con un cor­po atle­ti­co. GLI PIA­CE AN­CHE DI­PIN­GE­RE Co­lo­nia (Ger­ma­nia). L’at­to­re lan­cia in aria una bom­bo­let­ta di vernice spray blu co­me l’ac­qua del fiu­me Re­no, che scor­re alle sue spal­le. Nel suo Pae­se è già una star.

“BRACCIALETTI ROS­SI” TE­DE­SCHI So­pra, Da­mian nel 2016, im­pe­gna­to sul set di Club der ro­ten Bän­der, l’equi­va­len­te te­de­sco del­la se­rie Tv ita­lia­na Braccialetti ros­si. A de­stra, l’at­to­re con gli al­tri pro­ta­go­ni­sti del­la fic­tion, in­cen­tra­ta sull’ami­ci­zia che na­sce tra un grup­po di ragazzi ri­co­ve­ra­ti in ospe­da­le. Gra­zie a que­sta se­rie si è fat­to co­no­sce­re al gran­de pub­bli­co te­de­sco. FA­SCI­NO PU­LI­TO Har­dung in un primo piano che mo­stra il suo vi­so dai li­nea­men­ti te­de­schi ma dol­ci. Per al­cu­ni po­treb­be sfon­da­re an­che nel­la mo­da.

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