Il gial­lo della mor­te di Ima­ne Fa­dil

UC­CI­SA CON LA RADIOATTIVITÀ? FOR­SE. MA CER­TI VE­LE­NI LI HAN­NO SOLO I SER­VI­ZI SE­GRE­TI. VIT­TI­MA DI UNA MA­LAT­TIA RARA? LE RI­SPO­STE LE DA­RÀ L’ANA­TO­MO­PA­TO­LO­GA DI YARA

GENTE - - Sommario - DI STEFANO NAZZI

L’ul­ti­mo me­se di Ima­ne Fa­dil è sta­to un in­com­pren­si­bi­le in­fer­no. Ha vissuto un’ago­nia lun­ga e do­lo­ro­sa, si è spen­ta pia­no, gior­no dopo gior­no, ora dopo ora, cir­con­da­ta da me­di­ci sem­pre più per­ples­si, al­le pre­se con tan­te do­man­de e nes­su­na ri­spo­sta. Ora, a più di tre set­ti­ma­ne dal­la sua fi­ne, di si­cu­ro sap­pia­mo solo che è mor­ta. E che nel suo cor­po, pro­tet­to e inav­vi­ci­na­bi­le per di­spo­si­zio­ne della Pro­cu­ra, c’erano quan­ti­tà inu­si­ta­te e si­cu­ra­men­te trop­po al­te di due me­tal­li, cad­mio e an­ti­mo­nio. La mor­te di Ima­ne Fa­dil è un mi­ste­ro a cui ten­te­rà di da­re una so­lu­zio­ne l’équi­pe dell’ana­to­mo­pa­to­lo­ga Cri­sti­na Cat­ta­neo, la scien­zia­ta che è sta­ta chia­ma­ta ad oc­cu­par­si di gran­di de­lit­to, co­me quel­lo di Yara Gam­bi­ra­sio.

Se è un mi­ste­ro la mor­te di Ima­ne, lo è an­che mol­ta par­te della sua vi­ta. Per ca­pir­ci qual­co­sa e com­pren­de­re co­me mai at­tor­no al­la sua scom­par­sa sia­no na­te ipo­te­si di ogni ti­po, bi­so­gna se­gui­re un fi­lo ros­so che dal­la cli­ni­ca Hu­ma­ni­tas di Roz­za­no do­ve è av­ve- nu­ta la mor­te, zo­na sud di Milano, por­ta più a nord, ad Ar­co­re, pre­ci­sa­men­te a vil­la San Mar­ti­no, re­si­den­za abi­tua­le di Sil­vio Ber­lu­sco­ni. Un viag­gio di po­co più di 45 chi­lo­me­tri ma lun­go qua­si die­ci an­ni. Un’era sto­ri­ca e po­li­ti­ca fa. Ima­ne era una di quel­le che con un brut­to ter­mi­ne so­no sta­te chia­ma­te “ol­get­ti­ne” per­ché la mag­gior par­te di lo­ro abi­ta­va in un re­si­den­ce all’estre­ma pro­pag-

gi­ne di Milano 2: via Ol­get­ti­na, ap­pun­to, ca­se di pro­prie­tà del­le azien­de di Sil­vio Ber­lu­sco­ni. Ima­ne là non ha mai abi­ta­to. Era ar­ri­va­ta da To­ri­no do­ve i suoi ge­sti­va­no una mo­de­sta pen­sio­ne. In co­mu­ne con le ra­gaz­ze di via Ol­get­ti­na ave­va l’età, po­co più di 20 an­ni, e la vo­glia di sfon­da­re nel mon­do del­lo spet­ta­co­lo, il suo so­gno era quel­lo di con­dur­re una tra­smis­sio­ne spor­ti­va. Era bel-

la Ima­ne, giovane e de­ci­sa ad af­fer­mar­si. In que­gli an­ni a Milano se vo­le­vi sfon­da­re nel mon­do del­lo spet­ta­co­lo in un mo­do o nell’al­tro fi­ni­vi a fa­re un pas­sag­gio da­gli uf­fi­ci di Le­le Mo­ra, in via­le Monza. Ed è pro­prio da Mo­ra che Ima­ne ri­ce­ve l’in­vi­to per una del­le fa­mo­se “ce­ne ele­gan­ti” di Ar­co­re. Rac­con­te­rà poi di es­ser­ci sta­ta una de­ci­na di vol­te, le pri­me due con Le­le Mo­ra poi al se­gui­to di Emi­lio Fe­de. Di­ce Vit­to­rio Sgar­bi: «Ricordo quel­la ra­gaz­za. Ma la sua era un pre­sen­za la­te­ra­le, era, co­me di­re, una com­par­sa». Sil­vio Ber­lu­sco­ni in­ve­ce di­rà di non ri­cor­dar­si af­fat­to, an­zi «di non aver­la mai co­no­sciu­ta».

Quan­do scop­pia lo scan­da­lo del bun­ga bun­ga, Ima­ne spa­ri­sce dai ra­dar. Ri­com­pa­re con l’inizio dei pro­ces­si: secondo la Pro­cu­ra è una del­le te­sti­mo­ni chiave, ap­pa­re nell’elen­co del­le 30 ra­gaz­ze che ve­ni­va­no in­vi­ta­te al­le serate di Ar­co­re. La giovane di ori­gi­ni ma­roc­chi­ne avreb­be var­ca­to i fa­ti­di­ci can­cel­li al­me­no ot­to vol­te. È nel co­sid­det­to pro­ces­so Ru­by bis (dal no­me di Ru­by ru­ba­cuo­ri, e cioè Ka­ri­ma el-Mah­roug, ra­gaz­za al­lo­ra mi­no­ren­ne su cui si è in­cen­tra­ta l’at­ti­vi­tà de­gli in­ve­sti­ga­to­ri), che la fi­gu­ra di Ima­ne as­su­me ri­le­van­za. È il 2011 quan­do rom­pe gli in­du­gi e si pre­sen­ta in Pro­cu­ra: «Ciò che mi ha spin­to a que­sto pas­so è lo schi­fo che pro­vo per quei pa­ras­si­ti che sfrut­ta­no Sil­vio Ber­lu­sco­ni e le sue de­bo­lez­ze». Il pro­ces­so si con­clu­de con le con­dan­ne di Ni­co­le Mi­net­ti, Le­le Mo­ra, Emi­lio Fe­de. Quin­di Ima­ne scom­pa­re di nuo­vo. Il suo so­gno di sfon­da­re nel mon­do del­lo spet­ta­co­lo sva­ni­sce pia­no pia­no: «Mi han­no fat­to ter­ra bru­cia­ta at­tor­no», di­ce. Va a vi­ve­re in una ca­sci­na vi­ci­no a Chia­ra­val­le, a est di Milano, «in com­pa­gnia dei to­pi», rac­con­te­rà. Fa ami­ci­zia con un vi­ci­no di ca­sa, Gae­ta­no Lom­bar­di, che la de­scri­ve co­sì: «Eco­no­mi­ca­men­te sta­va male, ave­va bi­so­gno di sol­di, vi­ve­va con nien­te. Una vol­ta le ho da­to 100 eu­ro, poi ba­sta».

Quan­do par­te il pro­ces­so Ru­by ter, quel­lo che ve­de di nuo­vo im­pu­ta­to Sil­vio Ber­lu­sco­ni con l’ac­cu­sa di aver con­ti­nua­to a pa­ga­re som­me di de­na­ro al­le ra­gaz­ze che af­fin­ché am­mor­bi­dis­se­ro le lo­ro te­sti­mo­nian- ze, Ima­ne si pre­sen­ta in Pro­cu­ra e chie­de di es­se­re am­mes­sa co­me par­te ci­vi­le. La ri­chie­sta non va a buon fi­ne. All’usci­ta par­la con i gior­na­li­sti: ap­pa­re pro­va­ta. Di­ce che una se­ra, ad Ar­co­re, ha co­no­ciu­to il de­mo­nio, par­la di ri­ti sa­ta­ni­ci. E an­che di un pre­sun­to ten­ta­ti­vo di cor­rom­per­la. Po­chi gior­ni dopo comincia a sta­re male: for­ti fit­te ad­do­mi­na­li. E qui ini­zia la se­con­da par­te della storia. La vi­ta e la mor­te di Ima­ne Fa­dil di­ven­ta­no un gial­lo. Il 29 gen­na­io en­tra al­la cli­ni­ca Hu­ma­ni­tas di Roz­za­no. Ini­zia­no gli esa­mi, le vi­si­te, l’équi­pe mul­ti­di­sci­pli­na­re che si occupa di lei non ne vie­ne a ca­po. Ima­ne peg­gio­ra, si par­la di una gra­ve pa­to­lo­gia al mi­dol­lo os­seo. Ma ori­gi­na­ta da co­sa? A me­tà feb­bra­io la ra­gaz­za di­ce al suo av­vo­ca­to, Paolo Se­ve­si, che la segue a ti­to­lo gra­tui­to fin dal pro­ces­so Ru­by bis, che te­me di es­se­re sta­ta av­ve­le­na­ta. Il 1° mar­zo la ra­gaz­za muo­re. I me­di­ci non san­no per­ché. La Pro­cu­ra apre un’in­da­gi­ne, il coor­di­na­men­to vie­ne af­fi­da­to al pm Ti­zia­na Si­ci­lia­no, già pub­bli­ca ac­cu­sa nel pro­ces­so Ru­by bis. In Pro­cu­ra si par­la di un pos­si­bi­le mix di so­stan­ze ra­dioat­ti­ve in­ge­ri­te. Ma chi può aver av­ve­le­na­to

DI­CE­VA AGLI AMI­CI: «MI HAN­NO FAT­TO TER­RA BRU­CIA­TA IN­TOR­NO»

Ima­ne Fa­dil con so­stan­ze ra­dioat­ti­ve? E per­ché? Souad Sbai, ex par­la­men­ta­re del Po­po­lo della li­ber­tà e og­gi presidente dell’As­so­cia­zio­ne don­ne ma­roc­chi­ne in Italia, di­ce aper­ta­men­te: «Bi­so­gna in­da­ga­re nell’ambiente dell’al­ta di­plo­ma­zia ma­roc­chi­na con cui Ima­ne la­vo­ra­va. Di ra­gaz­ze bel­lis­si­me, co­me Ru­by e co­me lei, in que­sti an­ni in Italia ne so­no ar­ri­va­te tan­te ed è fa­ci­le im­ma­gi­na­re a fa­re co­sa. In­con­tri, fil­mi­ni, ri­cat­ti». Ima­ne, quin­di, per Souad Sbai sa­reb­be sta­ta vit­ti­ma per­ché en­tra­ta in un gi­ro d’al­to bor­do. «Sa quan­te ra­gaz­ze ar­ri­va­no co­me sta­gi­ste all’am­ba­scia­ta, vi­vo­no a Ro­ma in ap­par­ta­men­ti di lus­so che non pos­so­no per­met­ter­si e fan­no la spo­la tra Ro­ma e Milano?», con­ti­nua la Sbai. «Due di lo­ro che han­no la­scia­to quel gi­ro so­no ve­nu­te da noi a chie­de­re aiu­to, altre so­no tor­na­te a na­scon­der­si in Marocco, ma pri­ma o poi le tro­va­no». Se fos­se davvero co­sì, per­ché Ima­ne al­lo­ra era ri­dot­ta a vi­ve­re ai mar­gi­ni, sen­za sol­di, lon­ta­nis­si­ma dal mon­do do­ra­to di am­ba­scia­te, ce­ne, par­ty? Per­ché in­ve­ce che in un ap­par­ta­men­to in cen­tro vi­ve­va in una ca­sci­na non cer­to di lus­so fuo­ri Milano?

Le do­man­de so­no mol­te, le ri­spo­ste per ora man­ca­no. E c’è an­che chi ha ipo­tiz­za­to al­tro, ti­ran­do in ballo as­sas­si­ni sa­ta­ni­sti in gra­do di uc­ci­de­re con so­fi­sti­ca­ti mix di so­stan­ze tos­si­che. O for­se, co­sa non esclu­sa dal Pro­cu­ra­to­re ca­po di Milano, Fran­ce­sco Greco, il gial­lo cri­mi­na­le non esi­ste, esi­ste solo un gial­lo me­di­co: una ma­lat­tia rara che nes­su­no è riu­sci­to a dia­gno­sti­ca­re.

Co­mun­que sia, Ima­ne Fa­dil era giovane, bel­la, ave­va tan­ti so­gni. Era fra­gi­le. Ed è mor­ta.

SCIUPATA E TE­SA AL PRO­CES­SO Milano. Ima­ne Fa­dil in tri­bu­na­le con il suo av­vo­ca­to, Paolo Se­ve­si, a un’udien­za del pro­ces­so Ru­by ter, il 10 di­cem­bre. Era di­ma­gri­ta, te­sa, cu­pa. Die­tro di lo­ro, un’al­tra te­sti­mo­ne, Ma­ry­sthell Po­lan­co, 34 an­ni. Ima­ne è mor­ta il 1° mar­zo; ave­va 34 an­ni.

FIO­RE DEL MAROCCO Ima­ne ap­pa­ri­va senz’al­tro più in for­ma e sor­ri­den­te nel 2014, du­ran­te il pro­ces­so Ru­by bis. Al­lo­ra la giovane di ori­gi­ni ma­roc­chi­ne in­se­gui­va an­co­ra il so­gno di sfon­da­re nel mon­do del­lo spet­ta­co­lo.

VI­VE­VA AI MAR­GI­NI DELLA MILANO DO­RA­TA Chia­ra­val­le (Milano). In questa ca­sci­na nella cam­pa­gna a sud-est della me­tro­po­li lom­bar­da abi­ta­va Ima­ne Fa­dil. «Con­vi­vo con i to­pi», ave­va det­to ai me­di­ci che ten­ta­va­no di sal­var­le la vi­ta. Sot­to, l’in­gres­so dell’ospe­da­le Hu­ma­ni­tas di Roz­za­no: qui Ima­ne si è pre­sen­ta­ta il 29 gen­na­io in pre­da a for­ti do­lo­ri ad­do­mi­na­li. Im­me­dia­ta­men­te ri­co­ve­ra­ta, è sta­ta sot­to­po­sta a vi­si­te ed esa­mi cli­ni­ci che pe­rò non han­no sa­pu­to iden­ti­fi­ca­re le cau­se del suo male.

I CADAVERI A LEI PAR­LA­NO Cri­sti­na Cat­ta­neo, 55, ca­po del La­bo­ra­to­rio di an­tro­po­lo­gia fo­ren­se dell’uni­ver­si­tà di Milano, ha il com­pi­to di sve­la­re i mi­ste­ri del ca­da­ve­re di Ima­ne. Fu lei a stu­dia­re i po­ve­ri re­sti di Yara Gam­bi­ra­sio.

AN­DA­VA A PRE­GA­RE LÀ, DI­CE­VA CHE GE­SÙ È BUO­NO CON TUT­TI La ce­le­bre ab­ba­zia di Chia­ra­val­le, del 1135. Qui Gae­ta­no Lom­bar­di in­con­tra­va spes­so l’ex mo­del­la ma­roc­chi­na. «Ve­ni­va a pre­ga­re», ha det­to l’uo­mo, «as­si­ste­va al­le fun­zio­ni, di­ce­va che Ge­sù è buo­no con tut­ti».

IL VI­CI­NO DI CA­SA UNI­CO AMI­CO Gae­ta­no Lom­bar­di, vi­ci­no di ca­sa di Ima­ne, ave­va fat­to ami­ci­zia con la ra­gaz­za: «Gli ul­ti­mi tem­pi la ve­de­vo stra­na», ha rac­con­ta­to, «poi so­no an­da­to a tro­var­la in ospe­da­le, ave­va lividi dap­per­tut­to, era im­pres­sio­nan­te».

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