La psi­co­lo­ga

«Mi ami? E quan­to mi ami?». L’as­sil­lan­te ri­pe­ter­si di do­man­de de­no­ta an­ti­chi vuo­ti af­fet­ti­vi. Pe­ri­co­lo­si in un le­ga­me ma­tu­ro

GENTE - - Sommario - DI GIAN­NA SCHELOTTO

Mol­ti an­ni fa eb­be uno straor­di­na­rio suc­ces­so di pub­bli­co uno spot te­le­vi­si­vo nel qua­le una gio­va­ne don­na tor­men­ta­va per te­le­fo­no il suo mo­ro­so chie­den­do­gli co­me in un man­tra: «Mi ami?», «Quan­to mi ami?». Que­ste do­man­de, ap­pa­rent­men­te ba­na­li, so­no entrate nel lin­guag­gio comune for­se per­ché espri­mo­no, nel­la lo­ro semplicità, un dub­bio as­sil­lan­te e dif­fu­so che spes­so in­qui­na i le­ga­mi amo­ro­si. Mol­ti in­na­mo­ra­ti im­pe­gna­no gran par­te del lo­ro tem­po a chie­der­si re­ci

pro­ca­men­te con­fer­me o a la­men­tar­si del fatto di non ri­ce­ve­re la do­se di amore di cui pen­sa­no di aver di­rit­to. Al­cu­ne “man­can­ze” da par­te dell’uno o dell’al­tro de­gli in­na­mo­ra­ti pos­so­no an­che giu­sti­fi­ca­re le ac­cu­se re­ci­pro­che di inadempienza af­fet­ti­va, ma la continua ri­chie­sta di pro­ve è a vol­te co­sì fre­quen­te da far so­spet­ta­re l’esi­sten­za di ra­di­ci più pro­fon­de e do­lo­ro­se. L’in­si­dia più sub­do­la che si in­con­tra nel­la vi­ta a due è l’in­si­cu­rez­za, cioè il sen­tir­si, più o me­no in­con­scia­men­te, in­ca­pa­ci di me­ri­ta­re e di man­te­ne­re l’amore. Più ci si sen­te “sba­glia­ti” più ci si at­ten­de dal pro­prio com­pa­gno una de­di­zio­ne as­so­lu­ta che va­da a riem­pi­re an­ti­chi vuo­ti af­fet­ti­vi. Spes­so, l’idea di non me­ri­ta­re l’amore de­gli al­tri, è una sen­sa­zio­ne pre­va­len­te­men­te fem­mi­ni­le che si tra­sci­na dall’in­fan­zia e cioè dal tem­po in cui si è co­sì vo­ra­ci dell’at­ten­zio­ne e dell’af­fet­to dei pro­pri ca­ri da pen­sa­re che non ba­sti mai. Ma pro­prio per­ché si trat­ta di una esigenza in­fan­ti­le, que­sto bi­so­gno d’amore ri­sul­ta os­ses­si­vo; so­no i bam­bi­ni in­fat­ti che espri­mo­no le lo­ro emo­zio­ni se­con­do le ca­te­go­rie del “tut­to o nien­te”. In un le­ga­me adul­to, si­mi­li aspet­ta­ti­ve di­ven­ta­no ir­ra­gio­ne­vo­li e quan­do ven­go­no de­lu­se fi­ni­sco­no col crea­re ri­sen­ti­men­ti e fru­stra­zio­ni. Se nell’in­fan­zia ci so­no sta­ti vuo­ti af­fet­ti­vi e co­mun­que la sen­sa­zio­ne di non ri­ce­ve­re tut­to l’af­fet­to di cui si ave­va bi­so­gno, non ci si può aspet­ta­re che al­tri, nell’età adul­ta, pos­sa­no gua­ri­re le an­ti­che fe­ri­te. Gli in­si­cu­ri so­no as­sil­la­ti da un di­fet­to di au­to­sti­ma: que­sto li ren­de da una par­te in­cer­ti e ca­ri­chi di dubbi, dall’al­tra esi­gen­ti co­me esat­to­ri. Gli al­tri, che si ve­do­no pre­sen­ta­re “de­bi­ti” non con­trat­ti da lo­ro, non rie­sco­no a in­di­vi­dua­re le ri­spo­ste che l’in­si­cu­ro si aspet­ta. Il sen­so di ina­de­gua­tez­za di­ven­ta co­sì la cau­sa som­mer­sa e mi­ste­rio­sa del­la fine di tan­ti amori. Tut­to per­ché non c’è pos­si­bi­li­tà di ama­re gli al­tri se non si pro­va amore per se stes­si.

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