La psi­co­lo­ga

Pas­sia­mo trop­po tem­po on­li­ne quin­di ci scor­dia­mo de­gli al­tri? No, ci ri­fu­gia­mo là per­ché cre­dia­mo che il mon­do sia de­so­lan­te

GENTE - - Sommario - DI GIANNA SCHE­LOT­TO

Da un re­cen­te rap­por­to Cen­sis ri­sul­ta che il 47 per cen­to de­gli ita­lia­ni tra­scor­re in so­li­tu­di­ne una me­dia di 5 ore al gior­no. Sem­bra dun­que sem­pre più dif­fu­sa la pre­fe­ren­za a non con­di­vi­de­re con al­tri buo­na par­te del­la pro­prie gior­na­te. Le cau­se di que­sto at­teg­gia­men­to so­no for­se da ri­cer­ca­re nel­la cri­si del­la no­stra so­cie­tà nei set­to­ri del­la fa­mi­glia, del­la po­li­ti­ca, del­la re­li­gio­ne. Si fa pe­rò stra­da l’idea che uno dei mo­ti­vi dell’iso­la­men­to sia In

ter­net e la sua ca­pa­ci­tà di ir­re­ti­re l’in­te­res­se e blan­di­re le in­sod­di­sfa­zio­ni: teo­ria smen­ti­ta da un’al­tra ri­cer­ca re­cen­te con­dot­ta su 1.101 sog­get­ti, che ipo­tiz­za che pro­prio il Web pos­sa di­ven­ta­re una sor­ta di an­ti­do­to al­la so­li­tu­di­ne. Il 61 per cen­to de­gli in­ter­ro­ga­ti rac­con­ta che su­pe­ra la man­can­za di con­tat­to uma­no cer­can­do nel com­pu­ter re­la­zio­ni ap­prez­za­bi­li an­che se vir­tua­li. Ma al­lo­ra si va in Re­te per­ché ci si sen­te so­li o la so­li­tu­di­ne au­men­ta per­ché ci si sta trop­po? Han­no ra­gio­ne co­lo­ro che ve­do­no nel com­pu­ter una sor­ta di fi­ne­stra che si apre sul mon­do, che al­lar­ga gli oriz­zon­ti e crea co­no­scen­ze e rap­por­ti, op­pu­re quel­li con­vin­ti che sia pro­prio l’ap­par­ta­to per­der­si nel­lo scher­mo ad ac­cre­sce­re l’iso­la­men­to e a im­po­ve­ri­re i rap­por­ti uma­ni? Non esi­ste na­tu­ral­men­te una ri­spo­sta com­ple­ta ed ef­fi­ca­ce a que­ste do­man­de. Spes­so si apro­no in­ter­mi­na­bi­li di­bat­ti­ti sen­za ren­der­si con­to che il bi­stic­cio Re­te buo­na/Re­te cat­ti­va può di­ven­ta­re una trap­po­la del­la men­te, un truc­co per non af­fron­ta­re il ve­ro di­lem­ma, quel­lo che por­ta a ca­pi­re quan­to sia dif­fi­ci­le af­fron­ta­re la com­ples­si­tà del mon­do in cui vi­via­mo. Ogni vol­ta che la so­cie­tà si è con­fron­ta­ta con in­no­va­zio­ni, an­che me­no scon­vol­gen­ti di quel­le che og­gi In­ter­net ci pro­po­ne, ci so­no sta­ti con­trac­col­pi di pre­oc­cu­pa­to ri­fiu­to. Quan­do la Tv è en­tra­ta in tut­te le ca­se mol­ti edu­ca­to­ri ipo­tiz­za­ro­no che il pic­co­lo scher­mo avreb­be ral­len­ta­to lo svi­lup­po in­tel­let­ti­vo dei bam­bi­ni e im­po­ve­ri­to la lo­ro fan­ta­sia. Ma na­tu­ral­men­te non è av­ve­nu­to nien­te di co­sì ca­ta­stro­fi­co. Co­me spes­so ac­ca­de il pro­ble­ma non è nel mez­zo ma nell’uso che ne vie­ne fat­to. E for­se sa­reb­be uti­le ca­po­vol­ge­re il que­si­to e do­man­dar­si se l’ac­ca­ni­to ri­fu­giar­si in un mon­do vir­tua­le non na­sca dall’idea che il mon­do nel qua­le vi­via­mo è ino­spi­ta­le e de­so­lan­te.

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